venerdì 24 dicembre 2010

Stream of consciousness natalizio

Auster la chiamerebbe la musica del caso. Questa mattina, in strada prima delle sette per andare a mettermi in coda in una gastronomia per qualche acquisto natalizio senza perderci le ore, ho trovato una pioggia battente, un buio quasi notturno e pochi fari e pedoni a farmi compagnia.
La riproduzione casuale dell’iPhone e la scelta casuale di Guccini, però, mi hanno regalato una colonna sonora che a sceglierla apposta non si sarebbe potuto fare meglio: Canzone di notte n.2, Le piogge d’aprile, Quello che non, Scirocco.
Così, passeggiando sotto un ombrello nero e stanco di un anno faticoso, ho lasciato che i pensieri seguissero la musica, senza punteggiatura. E ho fatto bene.

ma dove sono andate quelle piogge d'aprile che in mezz'ora lavavano un'anima o una strada e lucidavano in fretta un pensiero o un cortile bucando la terra dura e nuova come una spada ma dove quelle piogge di primavera quando dormivi supina e se ti svegliavo ridevi poi piano facevi ridere anche me con i tuoi giochi lievi ma dove quelle estati senza fine senza sapere la parola nostalgia solo colore verde di ramarri e bambine e in bocca lo schioccare secco di epifania ma dove quelle stagioni smisurate quando ogni giorno figurava gli anni a venire e dove ogni autunno quando finiva l'estate trovavi la voglia precisa di ripartire che ci farai ora di questi giorni che canti dei dubbi quasi doverosi che ti sono sorti dei momenti svuotati ombre incalzanti di noi rimorti che ci potrai fare di quelle energie finite di tutte quelle frasi storiche da dopocena consumato per sempre il tempo di sole e ferite basta vivere appena basta vivere appena ed ora viviamo in questa stagione di mezzo spaccata e offesa da giorni agonizzanti e disperati lungo i quali anche i migliori si danno un prezzo e ti si seccano attorno i vecchi amori sciagurati dove senza più storia giriamo il mondo ricercando soltanto un momento sincero col desiderio inconscio di arrivare più in fondo per essere più vero ma dove sono andate quelle piogge d'aprile io qui le aspetto come uno schiaffo improvviso come un gesto un urlo o un umore sottile fino ad esserne intriso io chiedo che cadano ancora sul mio orizzonte angusto e avaro di queste voglie corsare per darmi un'occasione ladra un infinito un ponte per ricominciare

Ora, non ho desideri di rivoluzione o nuovi inizi, ma spero in un 2011 senza le brutture del 2010. Le piogge ci sono.
Buon Natale a tutti.

domenica 28 novembre 2010

Lieto fine cercasi

Merenda. “Ho un biscotto a forma di cappello di Babbo Natale!”, dice Sol, quasi sei anni. “Ma no, è solo un pezzo di un biscotto a forma di campana rotto”, ribatte Re, ridendo, col suo realismo di bambino grande di otto anni. Questa conversazione è buffa, non ha niente di amaro, mostra solo come, crescendo, perdiamo quell’ingenuità che stimola la fantasia e ci fa vedere cose belle ovunque intorno a noi.
Oggi ho sentito su Sky l’intervista esclusiva ad una ragazza di 28 anni, protagonista delle inchieste di questi giorni su feste e festini, madre di un bimbo piccolo, separata dal marito, da cui la madre, dopo che è scoppiato il caso, ha preso le distanze. Ha dichiarato che fosse bello, anche emozionante, la prima volta, essere lì, che uno dei motivi che l’hanno spinta a tornare sia stato ricevere 5000 euro e soprattutto, quando l’intervistatrice ha rivolto la fatidica domanda se rifarebbe tutto, ha risposto di sì, “forse solo in modo un po’ diverso”. Le differenze rispetto a come sono andati i fatti sono irrilevanti.
L’amarezza è stata tanta, inutile dirlo. Sentire una ragazza di 28 anni dire certe cose fa davvero male, e fa male pensare che siamo un Paese in cui molti accettano come un fatto normale situazioni del genere.
Si bemolle spesso ride (o sbuffa) della mia passione per i gialli e i polizieschi, per il numero di volte in cui ho riletto molti libri di Agatha Christie, o rivisto le puntate di Ellery Queen o del tenente Colombo.
Eppure, di quel senso di ordine, di quiete dopo la tempesta che si prova quando il colpevole viene invariabilmente assicurato alla giustizia, sento proprio un gran bisogno.
Leggendo o guardando i film, a volte mi è sembrato di trovare una frase che suonasse un po’ stonata, ma non mi è mai passato per la mente di indignarmi nel sentire Colombo dire che talvolta gli assassini che ha incontrato fossero persone molto simpatiche e brillanti, o nel sentire Poirot dire ad un politico che aveva commesso un omicidio “lei difende tutte le idee che mi sono care”. Forse perché tutti questi investigatori erano dotati di un’etica professionale e prima ancora umana che non veniva scalfita da simpatie, antipatie, convenienze e consuetudini.
Tutto il contrario di adesso, che abbiamo ragazzi cui viene proposta l’idea che la provenienza del denaro e della fama non abbiano importanza, basta ottenerli, e davanti a cui le oscenità e le immoralità sono ostentate con orgoglio come successi, e bisogna lottare per evitare che in molti assimilino questo messaggio. Il fine giustifica i mezzi e l’egoismo è l’unico metro che molti usano. Senza capire (o forse sì) che così ci si lascia trasformare in mezzi. E il fine, quale e come sarà?

sabato 13 novembre 2010

Commutativi

L’altra sera in televisione ho ascoltato i quattro candidati alle primarie di centrosinistra per scegliere il candidato sindaco di Milano.
Ho sentito parlare poco di un programma concreto per affrontare le tante questioni aperte dai problemi, anche gravi, che affliggono la mia città: scuola, qualità della vita, mobilità, lavoro, casa, inquinamento, a partire dal basso (l’unico sistema che funziona).
Non che sia favorevole alla retorica del fare. Senza progetti strutturati, che innestino le azioni su valori umani e civili solidi e condivisi, non va bene. La cosa strana è che, di fronte all’esperienza di centrodestra di questi anni, il centrosinistra si presenti con quattro candidati-immagine di forte presenza scenica, e questo a qualcuno sembra già un successo, ma le strutture alle spalle di alcuni di loro sono quelle di sempre. Come dire, cambia l’ordine dei fattori, ma non necessariamente il risultato. C’è un documento programmatico, ma mi sembra manchi ancora un manifesto di valori su cui tutto il centrosinistra possa convergere ed entro cui ognuno dei quattro possa differenziarsi in modo non conflittuale, enfatizzando le sue proposte specifiche.
Non sorprendentemente, forse, l’unico candidato con un’idea credibile di lungo termine, cioè quella di formare attivamente una classe politica di giovani, è quello più anziano, che ha anche un curriculum “civico” di tutto rispetto.
E per le primarie, che servono a scegliere i candidati di partiti che ricevono vagonate di finanziamenti con denaro pubblico, a sfregio di un referendum che lo voleva abolito, e che potrebbero essere tranquillamente autofinanziate dai nostri parlamentari, ci chiedono pure di pagare due euro. Non è per la cifra, è il principio. Mille volte meglio, per me, mandare un sms per aiutare gli alluvionati del Veneto. Aver saputo che in molte sedi di voto ci saranno cartelli che invitano a mandare gli sms di solidarietà al Veneto, mi suona quasi come una presa in giro: ma perché non possono fare il bel gesto di dire: invece di darli a noi, i due euro usateli per quello scopo?
In ogni caso, la forza della politica è che ci siano ancora tante persone che parlano di queste situazioni come “del proprio partito”.
Io sono sempre stato non-partisan, ma con idee politiche ben precise, e non sono mai riuscito a riconoscermi in alcun partito italiano. La voglia di impegnarmi e l’interesse per la realtà del mio Paese, però, non sono mai diminuiti, anzi. Perché forse la politica è, o dovrebbe essere, un’altra cosa rispetto a quello che vediamo, e ci devono essere modi per farlo capire migliori dell’astensionismo, che non condivido. C’è la necessità che qualcuno dalla società civile si metta al lavoro in politica, ma solo per un tempo limitato, prima di essere fagocitato e soprattutto digerito dal meccanismo, perciò reso innocuo come agente di cambiamento. E bisogna trovare anche persone che rimangano fuori, attente a quel che succede, a dare idee, a raccontare le cose come stanno, a farci tenere gli occhi fissi sugli obiettivi. Anzi, forse servono soprattutto queste.

domenica 31 ottobre 2010

Come ti vedono le donne

Non c’è solo Sex and the City a dare ai maschi moderni un’idea del rapporto uomo-donna visto dal lato femminile. Ci si è messo anche Philip Roth, con La macchia umana, in cui la professoressa Delphine Roux, giovane e brillante letterata francese, ovviamente single e attraente, a capo di un dipartimento dell’università statunitense di Athena, pone crudamente, da donna di successo di oggi, i termini della questione.

“[Delphine] Cerca cosa? Qualunque cosa, qualunque cosa tranne questi uomini di Athena: i ragazzi spiritosi, le vecchie signore effeminate, i timidi, tediosi maniaci della famiglia, i papà di professione, tutti così seri e così castrati. La disgusta che si compiacciano di sbrigare la metà dei lavori domestici. Intollerabile. –Sì, devo andare, devo dare il cambio a mia moglie. Devo cambiare tanti pannolini quanti ne cambia lei, sai-. Delphine si ritrae quando si vantano dell’aiuto che danno. Fatelo pure, d’accordo, ma non abbiate la volgarità di parlarne. Perché farvi ridere dietro come mariti al cinquanta per cento? Fatelo e tacete. In questa ripugnanza, Delphine è molto diversa dalle colleghe, che apprezzano questi uomini per la loro ‘sensibilità’. È in questo, nell’incensamento delle mogli, che consiste la ‘sensibilità’? – Oh, Sara Lee è una donna veramente straordinaria. Ha già pubblicato quattro articoli e mezzo…- Mister Sensibilità deve sempre parlare delle glorie di sua moglie. Mister Sensibilità non può parlare di una mostra al Grand Metropolitan senza sentire il dovere di premettere: - Sara Lee dice… - O portano la moglie alle stelle o cadono nel più assoluto silenzio. Il marito tace e diventa sempre più depresso, e questo lei non l’ha mai visto in nessun altro paese. Se Sara Lee è un’accademica che non riesce a trovare lavoro mentre suo marito, diciamo, stenta a tenersi attaccato al suo, lui preferirebbe perdere il lavoro che farle credere che a rimanere buggerata è lei. Ci sarebbe persino un certo orgoglio, se la situazione fosse rovesciata e a dover rimanere a casa non fosse lei, ma lui. Una francese, anche una femminista, troverebbe disgustoso un uomo simile. La donna francese è intelligente, è sexy, è davvero indipendente, e se lui parla più di lei, be’, dov’è il problema? Qual è il pomo della discordia? Non ‘Oh, hai notato com’è dominata da quel villanzone assetato di potere del marito?’ No, più la francese è donna, più vuole che l’uomo proietti il suo potere. Oh, come aveva sperato, arrivando ad Athena cinque anni prima, di poter incontrare un uomo meraviglioso che proiettasse il suo potere. E invece il grosso dei professori più giovani si compone di questi tipi domestici e castrati, poco stimolanti dal punto di vista intellettuale, pedestri, i mariti incensatori di Sara Lee che Delphine, per i suoi corrispondenti parigini, ha collocato spiritosamente nella categoria dei ‘Pannolini’”.

Se, come me, l’uomo apprezza sua moglie ed è reduce da una lunga serie di partite a scopa e rubamazzetto con tre bambini e le carte di Hello Kitty, la diagnosi è piuttosto semplice: sono un “pannolino” fatto e finito, allegro e soddisfatto. E per quanto non lo condivida e non possa influenzare le mie scelte di vita, mi incuriosisce il diverso punto di vista di altre persone.
Sono comunque aperto a suggerimenti sul modo migliore per proiettare il mio potere - con i tre bambini potrebbe tornare molto utile.

martedì 12 ottobre 2010

Percorsi di famiglia

Una domenica di quest’estate, il nonno, papà di Si bemolle, decide di salire, verso sera, in cima a un alto colle, per scattare fotografie alla cittadina e alla baia dove facciamo il bagno. Re ed io ci autoinvitiamo e ci aggreghiamo per la passeggiata su uno stretto sentiero roccioso.

Faccio un passo indietro. So che susciterò l’invidia di molti per questo, ma sono stato molto fortunato con i miei suoceri. La moglie te la scegli, i suoceri ti capitano. A me sono capitate due persone splendide, che mi vogliono un gran bene, ricambiati, che stimo molto e di cui mi fido. E che sono degli ottimi nonni – non chiediamo loro di fare i genitori dei bambini, né i baby-sitter, ma i nonni, un mestiere ormai desueto ma prezioso per mamma, papà e nipotini.

Partiamo. Le gambe di Re, che si stanno facendo lunghe, gli permettono di superare le asperità del terreno sconnesso, mentre guarda divertito il paesaggio sottostante, gli alberi e gli arbusti intorno, e raccoglie frammenti di ardesia da terra. È lontano il giorno in cui sono andato a riprenderlo dalla prima gita scolastica, in cui aveva contato le cadute lungo la passeggiata su un sentiero. Ogni tanto si ferma e vuole scattare anche lui qualche foto.

Io cammino dietro a Re, il nonno in testa fa strada. Osservo i profili di queste due persone, a due generazioni di distanza, muoversi. Oggi che ci ripenso, posso riconoscere l’importanza per Si bemolle e lo zio d’America di avere due genitori che nel tempo hanno saputo essere presenti, solidi senza essere dogmatici, e cambiare senza perdere la loro coerenza. E l’importanza dei nostri tre bambini che ci spingono a cambiare prospettiva e rimetterci in discussione un po’ ogni giorno.

I figli crescono e vedono in noi genitori un modello. Fra qualche anno, se vorranno, ci chiederanno conto non solo del modo in cui la loro mamma ed io li stiamo educando, ma anche di tutte le mie/nostre scelte personali che hanno un riflesso concreto sulle loro vite. Ne hanno tutto il diritto e, per quanto riguarda ciò che è successo fino adesso, le risposte sono pronte. Così come, a mio modo e a mia volta, anch’io ho potuto comprendere le ragioni dei comportamenti dei miei genitori.

Scopro il percorso verso il futuro della mia famiglia un passo alla volta, insieme alle persone che mi sono care. Con l’immagine di tre generazioni in marcia, la luce del tramonto ligure schermata dalle nubi, nonno avanti e nipote dietro, io in fondo, a recuperare una naturale posizione mediana in cui tuttavia non ero abituato a pensarmi, ad insegnarmi che a volte, per trovare certe strade, anche senza averle mai cercate prima, basta alzare lo sguardo sul sentiero, pochi metri più in là.

giovedì 9 settembre 2010

Il buon uso di noi

Il mondo di oggi ci offre enormi opportunità. Siamo ricchi, ben nutriti, culturalmente e tecnologicamente evoluti. Ma ci pone anche grandi dilemmi etici, sociali, politici ed economici. Come gestire e sanare le diseguaglianze? Come dare alle nostre azioni una connotazione morale virtuosa, oltre a quella pratica di raggiungere un determinato scopo? Come agire nel mondo, sfruttandone le potenzialità, ma senza abusare delle sue risorse naturali e umane? Come dare un senso alla nostra vita non solo a livello di microcosmo individuale, ma anche a livello collettivo, politico, e come trovare modalità di decisione e rappresentanza democratiche efficaci e giuste?

Questi alcuni dei temi toccati dal filosofo Salvatore Natoli nel suo bel libro Il buon uso del mondo. Una lettura interessante e scorrevole, che di rado assume il registro forbito del testo di filosofia, e che ripropone i problemi e i dubbi che quotidianamente dobbiamo superare nel prendere le decisioni grandi e piccole della vita accostando ad essi le riflessioni dei grandi filosofi e pensatori del passato (incluso, con mia grande soddisfazione, Schumpeter). In effetti, cambiano le forme e le tecnologie, ma ben poco il cuore e la mente dell’uomo. Solo che, con il passare del tempo, il miglioramento degli strumenti che ci consentono di essere praticamente in ogni luogo del globo in ogni momento ha reso la posta in gioco più alta: l’impatto di una decisione sbagliata o meno che ottima del nostro sistema politico, o di produzione e consumo, può ripercuotersi su un gran numero di individui, in molte parti del mondo.

Ragione, responsabilità, rispetto, comunità, virtù, altruismo sono parole che mantengono una drammatica attualità e Natoli fa molto bene a calarle come tema intellettuale ed etico nel contesto della quotidianità.

Lo scadimento della nostra vita pubblica è ben riassunto da Schumpeter (Capitalismo, socialismo e democrazia, riportato da Natoli, pag. 227): “… basta osservare l’atteggiamento diverso che l’avvocato prende verso la causa che è chiamato a difendere e verso le affermazioni di fatto di un giornale politico. Nel primo caso egli si è preparato, attraverso un lungo lavoro ispirato a un fine preciso e stimolato dall’interesse per la professione, a valutare l’importanza dei fatti e, sotto uno stimolo altrettanto potente, concentra nel contenuto della causa le sue capacità, la sua intelligenza, la sua volontà. Nel secondo, non si è preoccupato di “qualificarsi”; non sente lo stimolo di assimilare i dati informativi o di applicarvi quei principi di critica di cui pur conosce tanto bene il modo di servirsi; è insofferente dei ragionamenti lunghi e complicati”. Ma Natoli nel suo libro ci conforta perché per ogni questione spinosa ci mostra che i buoni esempi e le buone idee esistono già: basta applicarli.

Mi piace ricordare questa lettura estiva, di teoria e di sostanza, in una giornata in cui a Milano si celebra la Vogue Fashion Night Out, un importantissimo uomo politico afferma che l’avvocato Ambrosoli “se l’andava cercando” e in un periodo in cui il sistema dell’istruzione pubblica viene demolito a pezzi sempre più grandi.

sabato 4 settembre 2010

Paul Auster and I

Quest’estate sono riuscito a leggere con soddisfazione, per quantità, qualità e varietà.
Per quanto riguarda la prosa, due sono gli autori a cui mi sono principalmente dedicato (e non ho ancora finito): Paul Auster e Philip Roth. Se del secondo è già stato detto tutto il bene possibile, incluso che si tratti del moderno erede di Dostoevskij, e condivido i giudizi positivi, mi sono scoperto, con grande sorpresa, dipendente dal primo.
Dopo una pausa di anni dalla lettura della Trilogia di New York, mi sono dedicato a Il libro delle illusioni, Follie di Brooklyn, La musica del caso. Ho attaccato da pochissimo Leviatano e sono già risucchiato nel gorgo.
Non so bene perché. Saranno i personaggi complessi e realistici, pieni di sfaccettature e ombre, mai completamente definiti, per lasciare spazio all’immaginazione e stimolare la riflessione, per lasciare un vuoto piccolo, ma ampio quanto basta, perché la fantasia e l’interpretazione del lettore possano muoversi entro il confine immaginifico tracciato dall’autore. O forse saranno le vicende che oscillano fra una concretezza quasi naturalista e intrecci talmente fantasiosi da sfiorare l’assurdità e in cui il caso gioca sempre un ruolo cruciale.
O forse ancora, la risposta al perché i libri di Paul Auster mi attraggano così magneticamente, anche quando non si tratta di capolavori, la dà l’autore stesso, mettendola sulle labbra di uno dei protagonisti di Leviatano, scrittore, a proposito del possibile nesso fra le esperienze vissute e i propri romanzi: “Poi, liquidando l’argomento una volta per tutte, si lanciò in una diatriba comica contro i tranelli della psicoanalisi. Alla fin fine, niente di tutto questo ha importanza. Il solo fatto che Sachs abbia negato l’esistenza di un nesso non significa che non ci fosse. Nessuno può dire cosa dà origine a un libro, tantomeno la persona che lo scrive. I libri nascono dall’ignoranza, e se continuano a vivere dopo che sono stati scritti, lo fanno solo nella misura in cui sfuggono alla comprensione” (pagg. 44-45).
Mi piace divorarli, i libri, quindi è frequente che, a distanza di tempo, i dettagli delle storie, i nomi dei personaggi, i luoghi, mi scompaiano dalla memoria, ma il segno di fondo, quello che un romanzo lascia dentro in profondità, mi è sempre rimasto fin da ragazzo. L’estate 2010 me la ricorderò per un bel pezzo. E la mia Auster-dipendenza sarà placata dai suoi numerosi titoli ancora da leggere.

martedì 17 agosto 2010

Il bambino filosofo: amore e legge

Da Alison Gopnik, Il bambino filosofo, Bollati Boringhieri, 2010, pp. 219-231.
Un libro che offre alcuni validi spunti di riflessione.

«Sin dal momento della nascita, i bambini sono empatici, si identificano con gli altri e capiscono che i propri sentimenti sono condivisi dagli altri. Di fatto, si accollano alla lettera i sentimenti altrui. A un anno, i bambini capiscono la differenza fra azioni intenzionali e non intenzionali, e si comportano in maniera realmente altruistica; a tre posseggono un’etica di base già sviluppata in merito all’affetto e alla compassione.
Allo stesso tempo, capiscono le regole e cercano di seguirle. La comprensione e l’uso delle regole consentono di superare gli istinti empatici innati, e tuttavia le reazioni empatiche sono anche un motore di cambiamento delle norme. L’empatia e il rispetto delle regole, l‘amore e la legge si combinano per dare luogo alla moralità tipicamente umana.

L’empatia è strettamente connessa all’attaccamento: emerge per la prima volta nelle interazioni faccia a faccia fra i bambini e le persone che stanno loro vicino. L’amore fra genitori e figli è caratterizzato da una speciale intensità morale. Il solo fatto di decidere di occuparsi di un bambino in particolare e non di un altro lo rende automaticamente il fulcro della nostra preoccupazione morale. I genitori sacrificano sistematicamente il sonno, il tempo, la felicità, persino la vita per i figli. Una ricerca sull’attaccamento dimostra che i bambini piccoli sviluppano un profondo legame con pochi caregiver particolarmente amati.
Le mie cure immediate, profonde e altruistiche verso un determinato bambino, e il suo affetto per me, sono radicate in alcuni imperativi evolutivi. I bambini, così esposti alle difficoltà della vita, per la loro stessa sopravvivenza dipendono totalmente dall’amore incondizionato degli stretti congiunti. Ma, a prescindere dalle sue origini e motivazioni, questo forte legame è il massimo modello di sollecitudine morale. Non è una coincidenza che i grandi maestri di morale affrontino proprio il tema dell’amore.

Lo slogan utilitaristico del “massimo bene per il maggior numero di persone” e quello deontologico del “non fare del male” sono i due lati della stessa medaglia. Altro non sono che elaborazioni della “regola d’oro” (non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te, ama il tuo prossimo come te stesso). Un’attitudine morale fondamentale in atto persino nei bambini più piccoli.»

P.S. non sono d'accordo con l'autrice, quando sostiene che i genitori sacrifichino sistematicamente la felicità per i figli. È vero però che a volte si fa molta fatica.

martedì 10 agosto 2010

Indignazione

Le reazioni “di pancia” sono importanti: generate da ciò che vediamo, sentiamo, leggiamo, dalla comprensione di ciò che accade intorno a noi, ci danno un segnale naturale su come porci in relazione con gli altri, con il mondo. Ed è bene che, pur essendo il frutto di un processo di educazione e maturazione diverso per ognuno di noi, sgorghino nel modo più spontaneo possibile.

L’indignazione è uno di questi sentimenti. Uno fra i più profondi, perché ci dovremmo indignare di fronte a situazioni particolarmente gravi: “soprattutto per cosa che offende il senso di umanità, di giustizia e la coscienza morale”, ci spiega il sito treccani.it. Cioè per qualcosa che secondo noi non ha diritto di abitare il consesso civile.

Le persone che suscitano indignazione lo fanno volontariamente, nel senso che commettono scientemente azioni deprecabili, ma non desiderano certo razionalmente essere oggetto di sdegno e riprovazione. Anzi, per quanto spudorate possano essere, credo che farebbero volentieri a meno di provocare l’indignazione di chi li circonda.

Quest’estate, fra polemiche e indagini, misfatti e coperture, sospetti e inganni, insulti e violenze, indignazione è diventata una delle parole più ricorrenti. Sui giornali, in televisione, è spesso sulle labbra di qualche politico od opinionista che ci suggerisce per che cosa indignarci e per cosa no. Naturalmente, sempre per qualche malefatta dell’avversario di turno, trascurando e nascondendo le proprie, di solito non meno numerose e meritevoli di suscitare il nostro sdegno.

La novità è che si vorrebbe suscitare a comando anche l’indignazione, forse perché, inflazionando l’uso del termine e della reazione, il suo valore reale diminuisca sempre di più nel tempo.
Gente che ha perso faccia, credibilità e vergogna da tempo vorrebbe fare a suo comodo la claque dell’indignazione, alla maniera in cui, nelle sit-com anni ’80 si sentivano le risate registrate del pubblico, che così verrà anestetizzato e reso fazioso anche in questo.

Mi verrebbe da dire che l’indignazione è mia e la gestisco io. Ma le battute servono a poco, visto che la lezione degli scandali recenti di cronaca è che, purtroppo, rischiamo di ritrovarci un paese con i valori di fondo completamente ribaltati.

Allora preferisco fare un passo indietro. Guardare le cose con i miei occhi. Pensare con la mia testa, cercando il dialogo e il confronto con gli altri, ma rifiutando sempre più fortemente di aderire acriticamente e in profondità a qualsiasi ideologia, struttura o visione del mondo, pur di riuscire a mantenere un minimo di integrità e di coerenza con i valori che, negli anni, posso avere sviluppato e declinato in vari modi, ma mantengono una salda radice comune. E, naturalmente, quando è il caso, mi indigno.

giovedì 22 luglio 2010

Cartoline da Milano

Simpatia. Ore 7 circa, vado a nuotare in piscina. Incrocio ragazzi e ragazze che corrono per strada e nei giardini. Sono veloci, sanno di avere poco tempo prima che la calura estiva diventi troppo opprimente. A un tratto, lo schiocco rumoroso di passi rapidi e pesanti alle mie spalle. Vengo superato da una ragazza che corre con scarpe alte, in pelle, dalla suola piatta e rigida come quelle da basket di una volta. Si muove in modo che mi pare più impacciato dei joggers abituali, sembra quasi una marciatrice, con quelle scarpone pesanti. Devono essere scomodissime per correre. Forse è alle prime armi?

Tristezza. Ore 8 circa. Centro. La giornata si preannuncia calda, l’afa già pesa, anche all’ombra. Un uomo dai capelli bianchi con un abito scuro esce dal portone di casa tenendo per mano due bambini. Forse gemelli? È di spalle e non capisco se sia un padre attempato o un nonno giovane. I bimbi sono piccoli. Uno indossa un completo, maglietta e calzoncini, azzurro, l’altro, giallo. Entrambi tengono sotto braccio un identico peluche. L’uomo si avvicina all’autista di una grande berlina nera e gli chiede di andare a raggiungerlo dopo 20 minuti all’ingresso di un asilo privato nelle vicinanze.

Terzo incomodo. Ore 13 circa. Uscire per il pranzo è come avventurarsi nel caldo umido di una foresta tropicale. Nelle vicinanze dell’ufficio, l’ombra scarseggia e qualunque meta sembra troppo lontana con questa temperatura. Nonostante il clima e la bassa stagione per questo genere di cose, Milano è attraversata da modelle che si aggirano con gli immancabili book e bottiglietta d’acqua. Qualcuna, più ardita, la sostituisce con una bibita energetica. Il grosso cambiamento – non so se culturale o legato al caldo che può avere dato alla testa – è nel rapporto con i muscolosi accompagnatori, che non sembrano più le guardie del corpo di un capo di stato. Sempre più spesso, le belle e i loro accompagnatori camminano abbracciati e si scambiano baci alla francese per strada e nelle piazze con un trasporto quasi imbarazzante. Starò invecchiando?

Fastidio. Ore 16. Esco per un appuntamento di lavoro. A volte mi capita di guardare i cartelloni pubblicitari, a volte le campagne pubblicitarie sono controverse, a volte ironiche, a volte volgari. Insomma, a volte mi piacciono, a volte no. In questi giorni, però, due slogan di una nota marca di abbigliamento casual, in milanese, mi hanno colpito, perché mi sembrano proprio il segno dei tempi. Non traduco. “El dutùr laùra, el stupid giùga al dutùr”, “El furb va a ciapà i rat, el stupid ciàpa la topa”. Forse sto proprio invecchiando.

Allegria. Verso le 20, tornando a casa, a un semaforo della circonvallazione interna vedo una centaura over 50. Moto fiammante rosso scuro metallizzato, casco rosso coordinato fiammante, gilet leggero in pelle rossa, capelli più sale che pepe che spuntano dal casco. È piuttosto in carne ed esibisce tatuaggi su molte delle parti esposte del corpo. La vedo ridere di una risata contagiosa con un’amica a bordo di un più urbano scooter, mentre la marmitta amplifica il rombo del motore. Sono decisamente vecchio dentro.

martedì 6 luglio 2010

E due: aereo

Il Meccano sta diventando il passatempo dell'estate. Oggi abbiamo finito di costruire l'aereo.

giovedì 1 luglio 2010

Compagni d'estate: Risiko, Meccano e portalibro

La lunga marcia di avvicinamento a una vera vacanza procede a grandi passi. Qualche settimana fa, Si bemolle mi ha comprato un portalibro da utilizzare in spiaggia e in giro e, in questi primi giorni di mare, ho avuto la piacevole sorpresa di ritagliarmi più di qualche minuto di pausa da biglie, bocce, secchielli, palette e formine, da dedicare alla lettura.
Tutti i grandi sono stati bambini, qualcuno si diletta anche a tornarlo con tuffi nel passato: mi sto dedicando alacremente al gioco con Re (e Sol), che ha appena ricevuto una scatola di Meccano, con cui abbiamo realizzato il modello di una motocicletta, che presto smonteremo per provare le altre costruzioni possibili.
E Risiko Junior, dalla giocabilità un po’ macchinosa, ma adatto ai bambini, che forse li avvierà sulla strada del Risiko, indimenticabile strumento di socializzazione per la mia generazione.
Fra poco sarà il compleanno di Re, e considerando la visibilità che ho sui regali che riceverà, la mia estate 2010 sembra proprio destinata ad essere molto ludica.

lunedì 21 giugno 2010

Il blog e il compleanno di Guccini

Lunedì scorso, il mio cantautore italiano preferito, Francesco Guccini, ha compiuto 70 anni. Le sue bellissime canzoni, negli anni, hanno fatto compagnia a me e ai miei imparaticci di chitarra e mi hanno suggerito tante domande e riflessioni, fra cui questo post “stile” sulla mia esperienza di blogger.

C’è un mondo, nella rete, che non abbisogna più dello spirito del pioniere, ma ha tanti sentieri ancora da battere, tutti da scoprire.
Ci sono persone, dietro a schermi e in case lontane, che ho imparato a conoscere e ad apprezzare senza i pregiudizi del mondo reale, solo grazie allo scambio di idee.
Ci sono amici che ho incontrato davvero, quasi con il timore che la realtà inquinasse il fitto tessuto del dialogo virtuale, e che ho apprezzato ancora di più, e adesso spero di cuore di rivedere.
Perché il blog è parte del reale, perché se credi in quel che scrivi e trovi altre persone così, non ci saranno sorprese, e anzi, ci sono nuovi rapporti che vorrei costruire.
Ci sono scrittori, poeti e giornalisti veri, presunti e immaginari in cui imbattersi.
Ci sono persone che mi ero immaginato di conoscere e che cambiano faccia o vita di colpo, e non capisco dove vogliano andare, e come.
Ci sono le fasi di stanca, la gestazione di nuovi pensieri, progetti, di rinnovati slanci dopo che la traccia della mamma, o del papà, o del lavoro, o di un monocorde sé, non basta più.
C’è chi, per passione o per mestiere, trascinante e spigoloso, prova a spingere un treno vetusto giù dal suo binario, per far spazio a carrozze nuove, e non ha paura ad accettare la sfida di un parere critico di chi tenta altre vie, e anzi magari su quelle diversità costruisce una stazione e un’altra linea.
C’è chi non trova altre risposte ai suoi dubbi e alla prigione dei suoi schemi che il conflitto. E lascia lì senza vergogna la maceria gratuita e amara dell’offesa, ad ostruire il passaggio e la visuale un po’ di tutti.
C’è chi collabora e chi rivaleggia, chi vuol seminare e chi fare vetrina, chi usa il velo sapido dell’ironia autentica e chi la malizia di un veleno irritante e pettegolo.
C’è tutto il mondo nella rete, tutto com’è fuori.

E un’altra volta è notte e suono.
Non so nemmeno io perché motivo, forse perché son vivo
e voglio in questo modo dire ‘sono’.
O forse perché è un modo pure questo per non andare a letto,
o forse perché ancora c’è da bere
e mi riempio il bicchiere. (Canzone di notte n.2)

giovedì 17 giugno 2010

Oltre al danno, la beffa

Alle 9.30 di oggi, i fogli Excel con cui lavoro si erano già chiusi otto volte in meno di 45 minuti. OK, lo ammetto, sono pesanti, ma d’altra parte, i computer dovremo pure farli lavorare, no?
Fatto sta che all’apertura di Excel per la nona volta, ho avuto il privilegio di assistere, cosa mai vista, all’apparizione della finestra pop-up di Microsoft Online Diagnostics (o qualcosa del genere), che, con aria placida, mi faceva sapere di “avere notato che Microsoft Office va frequentemente in crash sul mio PC” e mi suggeriva di investire 15 minuti del mio tempo per rispondere al questionario online per la diagnosi del problema.
Però, cara Microsoft, tu sì che sei perspicace! Office che va in crash sul mio PC! Che cosa ti fa pensare che, dopo aver trattenuto a fatica gli improperi, io abbia voglia di sprecare un solo secondo del mio prezioso tempo per qualcosa che non sia il riavvio più rapido possibile di Excel? Forse nei questionari per valutare la soddisfazione dei clienti è emerso che, oltre ad avere chiusure improvvise dei programmi, con conseguente rischio di perdita del lavoro svolto, l’utente desidera anche essere preso per i fondelli?
Per fortuna, con questa storia, mi sono fatto quattro risate con i miei colleghi increduli, e per fortuna, all’occorrenza, possiamo contare sui nostri baldi tecnici dell’IT. Pensate che noia, riuscire a lavorare senza interruzione…

Disclaimer: Do minore ha avuto la fortuna di mettere le mani su buona parte dei Mac prodotti, a partire dal primo, e ha tutta l’intenzione di continuare a farlo finchè potrà.

martedì 15 giugno 2010

Chi insegna a delinquere?

Il dramma della scuola pubblica si arricchisce di una nuova puntata: la lettera al Ministro dell'Economia di un’insegnante di scuola media siciliana, pubblicata sul Fatto quotidiano.

Oltre al link, ne incollo qui due passi.

[…] lei mi obbliga a violare la legge. Mi piacerebbe incontrarla per dirglielo guardandola negli occhi. Lei sta obbligando la maggioranza dei docenti italiani a violare la legge. È esattamente quello che accade in moltissime scuole italiane. Cosa significa infatti ammassare più alunni di quanti un'aula può contenerne, se non violare la legge? Sono ben tre le norme violate: la normativa antincendio, quella per la sicurezza negli edifici scolastici e quella igienico sanitaria. Molti sanno che lei ha tolto ben 8 miliardi all’istruzione pubblica. “C’erano tanti sprechi e siamo in tempi di crisi, bisogna razionalizzare”, saggia e incontrovertibile affermazione. Così ha giustificato la cosa. Di contro, però, le spese militari ricevono 25 miliardi di euro e leggo in questi giorni di un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private e leggo anche di un aumento di circa 200 euro mensili per i colleghi di religione, buon per loro, non sia mai, ma allora non bloccassero i nostri per i prossimi secoli.


[…] Io non posso adeguarmi. Non per me stessa, che alla fine noi docenti ci abituiamo a tutto, ma per loro. Non posso più tollerare che quei ragazzi siano il bersaglio vero delle nostre scelte. È questa l’illegalità, Egregio ministro. L’illegalità e il non rispetto della legge no. A Palermo no. Non in quel quartiere: la scuola non può tollerarlo perché è l’unico baluardo dello Stato. Porti solo la sua firma questo scempio: io non voglio rendermene complice. E non mi dica che sto facendo politica e un insegnante non può farla. Io ne ho più diritto di lei, che sia chiaro: io formo i cittadini di domani. Non lei. Lei passerà, per fortuna, ma i docenti italiani ci saranno sempre a insegnare cosa voglia dire rispettare le regole, rispettare la legge, cosa significhino parole come “comunità”, come “solidarietà”, come “eguaglianza”, come “fraternità”.



E noi, da che parte vogliamo stare? Da quella di chi “delinque” e si autodenuncia – fossero tutti così, i “criminali”, le intercettazioni si potrebbero tranquillamente abolire e gli editori potrebbero disinteressarsi delle sanzioni, pubblicando le confessioni scritte spontanee di chi commette reati. E si potrebbe destinare il risparmio alla scuola pubblica. E magari, tanto per non sprecare risorse preziose, potremmo anche evitare di installare i body scanner nelle stazioni ferroviarie. Sempre perché, chissà come mai, per certi scopi la spesa è un investimento, per la scuola pubblica è solo un costo da tagliare.

giovedì 10 giugno 2010

Scuola, manovra, menzogne, incoerenze

La manovra finanziaria italiana sarà pesante, anche il nostro concittadino più refrattario ha dovuto arrendersi all’evidenza e ammetterlo. Pochi giorni dopo il sudato annuncio, la Germania, smaniosa di imporre a tutta Eurolandia disciplina fiscale e vaghe fantasie di una politica monetaria meno accomodante e di deflazione controllata, ricorre alla sua potenza per preparare una manovra di portata tale da far impallidire quelle annunciate dagli altri paesi. Così, giusto per far capire chi è più forte e vuole comandare, mentre gli altri dovranno ancora pedalare parecchio per rimettere, casomai, i conti a posto.

A noi Italiani tocca inghiottire il boccone amaro di più tasse (per chi le paga) e meno servizi. A cominciare dal taglio più scandaloso, che è quello degli insegnanti e del personale della scuola pubblica. Scandaloso perché a pagare saranno i nostri figli, che cresceranno più ignoranti dei loro genitori, ma forse più felici, visto che, se tutto va secondo i piani, saranno talmente istupiditi da non rendersene neanche conto. Ma scandaloso anche perché dietro a questi tagli si nasconde la colossale menzogna della mancanza di fondi. L’Italia, infatti, e la ricca Lombardia in questo si è proposta come modello nazionale, foraggia abbondantemente scuole private e paritarie con denaro pubblico. Quindi non è che i soldi per l’istruzione manchino, è che si decide di penalizzare la scuola pubblica di proposito.
La bandiera della libertà di scelta per le famiglie, se non si garantisce neppure la comparabilità degli elementi di base del servizio, come disponibilità del personale, di strutture sicure, dignitose e adeguate ad una proposta formativa completa, orari abbastanza estesi da coprire almeno le necessità fondamentali del lavoro dei genitori, è una mistificazione fuorviante per nascondere un favore ai soliti gruppi di potere. Mascherato da una terza menzogna, cioè quella che alla maggioranza delle famiglie stia a cuore la qualità dell’istruzione. Purtroppo quel che vedo io è che a molti genitori sta a cuore che ci sia un posto in cui lasciare gratuitamente i figli 40 ore alla settimana, cosa succeda in quelle ore non conta. E allora temo che anche le proteste sacrosante per il mantenimento del tempo pieno e degli organici degli insegnanti si interromperanno prima di affrontare il nodo, per me cruciale, della qualità dell’istruzione, del fatto che un turbinio di insegnanti nelle classi per coprire le 40 ore non permetterà di svolgere il tempo pieno con la stessa valenza formativa di quello che abbiamo conosciuto.

E non si pensi che io sia contrario per principio alla scuola privata. Difendo e preferisco nettamente il pubblico, ho frequentato e ho scelto per i miei figli la scuola pubblica, e voglio che il diritto ad un’istruzione di qualità sia garantito a tutti. Ho frequentato un’università privata, e ne sono stato soddisfatto. Solo che è giusto che l’istruzione privata dei figli sia pagata con i soldi privati delle famiglie, magari con qualche vantaggio fiscale, non certo con denaro pubblico.

Due giorni fa, seccato dopo l’ennesimo avviso che Milano Ristorazione (la società del Comune che gestisce le mense scolastiche e altre attività affini) garantiva solo un “pasto d’emergenza”, dopo che i suoi dipendenti devono avere fatto almeno un’agitazione sindacale al mese costringendo le famiglie a dotare i figli di pranzo al sacco, ho dato un’occhiata al bilancio 2008 della società – il più recente disponibile sul sito web. Deformazione professionale, lo so. E ho scoperto una cosa interessante. Riporto testualmente:

Secondo ANGEM, l’Associazione delle Imprese del Settore, nel 2008 l’aggiudicazione delle gare al massimo ribasso ovvero secondo il metodo dell’offerta economicamente più conveniente, ma in cui il prezzo continua ad avere un peso più che rilevante; il mancato adeguamento dei prezzi all’inflazione dei prodotti alimentari; la richiesta di sempre maggiori investimenti per strutture e servizi da parte dei Comuni e il ritardo nei pagamenti, hanno costituito l’occasione per l’esclusione delle imprese sane e per l’ingresso di imprese che pur di mantenere i loro margini di guadagno non esitano a mettere in pericolo la salute dei propri commensali. Naturalmente questo riguarda il mercato della ristorazione scolastica affidata a privati. Per Milano Ristorazione la situazione è profondamente differente. La scelta di gestire direttamente il servizio attraverso una società controllata dal Comune ha posto il servizio di ristorazione al di fuori di logiche di mercato. Naturalmente l’aumento dei prodotti delle materie prime, dell’energia e del lavoro esistono anche per Milano Ristorazione e i loro effetti si sono manifestati, nel Bilancio 2008, ma le tariffe praticate alle famiglie sono rimaste costanti per anni.

Vorrei ricordare che Milano Ristorazione è controllata interamente dal Comune di Milano, il cui Sindaco, anni fa, in veste di Ministro dell’Istruzione, ha avviato con la sua maggioranza un processo culturale in netto favore della scuola privata rispetto alla scuola pubblica. La stessa persona e la stessa maggioranza politica, però, ritengono che la gestione pubblica del servizio delle mense sia la migliore tutela della qualità del servizio e permetta, dati alla mano (stesso bilancio, non li riporto per brevità), di offrire il prezzo migliore nelle città del Centro-Nord Italia.

E qui mi sorge il dubbio atroce. Per quanto possa essere complicato cucinare e distribuire pasti alle scuole di Milano, non sarà comunque più semplice che gestire l’istruzione, che non è fatta solo di nozioni, ma di un intreccio di esperienze, anche umane, diverse?
Perché dovremmo credere che, per fare bene un lavoro estremamente più complesso, favorire il privato e indebolire gravemente il servizio pubblico porterà ad un risultato positivo?
Forse si pensa che gli insegnanti e il “prodotto-scuola”, poiché per merce lo si vuole spacciare, costino meno di cibo ed energia? Forse la logica del profitto non porterà a minimizzare i costi e la qualità del servizio e ad aumentare i prezzi semplicemente perché la scuola privata potrà offrire un supporto, anche logistico, che il pubblico non potrà più garantire?
Soprattutto: che cosa devo pensare se a dirmi questo non è il sindaco di una roccaforte rossa, ma una società controllata dal Comune di Milano, città che continua a fare dell’efficienza e delle sue eccellenze del privato un vanto?

Non so per voi, per me qualcosa non quadra… O possiamo privatizzare serenamente la refezione scolastica dei bambini milanesi o, forse, l’intera struttura della sedicente riforma della scuola andrebbe rivista, prima che la sua mannaia si abbatta provocando danni irreparabili.

lunedì 31 maggio 2010

Perfetto

Capita a volte di vivere un momento perfetto, di quelli in cui tutti gli elementi vanno al loro giusto posto, incastrandosi in un mosaico di naturale armonia. Di quelli che riconosci subito, e poi devi solo godere e ricordare.
Capita di trovarti, presto un sabato sera, in riva al mare. Il tempo è spettacolare. Il posto bellissimo. La gradevole brezza versiliana accarezza appena i capelli delle donne e i tuoi, forse un po’ troppo lunghi, e porta gli odori di una primavera, quest’anno, in ritardo.
Al bar dello stabilimento balneare in cui si svolge la festa arrivano tante persone. Tante, non troppe. Gli amici di una vita e quelli più nuovi, per festeggiare una bella coppia di sposi che si guardano felici. Lo sposo l’hai conosciuto il tuo primo giorno di scuola. Percepisci l’affetto e l’amicizia che lega tutti quando noti i visi distesi degli adulti chiacchierare fra loro, tranquilli, mangiare dell’ottimo cibo, bere e sorridere sereni, rilassati. Ognuno con i suoi spazi, i suoi tempi. Come se tutti sentissero che la serata è perfetta.
Vedi i tuoi figli che si divertono con i figli dei tuoi amici, ma stanno bene anche con gli adulti. Le loro sagome corrono verso il mare, sulla passerella che divide due distese di sabbia perfettamente pettinata, gli ombrelloni chiusi. Si fermano a osservare i cuochi che preparano la carne sulla griglia. Tutto è un piacevole spettacolo per loro.

Io mi sono goduto ogni istante di questa bellissima serata e mi è tornata in mente una poesia, “Il rimorso” di Borges (da “La moneta di ferro”, 1976, Adelphi), che ho letto nell’estate del 1988 ed è subito diventata una delle mie preferite. Un monito su ciò che avrei voluto evitare nella mia vita, non per vivere “ogni giorno come se fosse l’ultimo” (che grande sciocchezza!), ma per cercare sempre un progetto da costruire, qualcosa che potesse riempire di senso e magari gioia la mia esistenza.
A volte il percorso per arrivare al traguardo è tortuoso, a volte occorrono fatica e coraggio per lasciare il sentiero di minore resistenza e imboccare una strada diversa, che può portare alla pienezza di mete nuove. È bello partecipare al successo di chi osa e riesce.

Ho commesso il peggiore dei peccati
che un uomo può commettere. Non sono stato
felice. Mi travolgano e disperdano,
spietati, i ghiacci dell’oblio. I miei
mi avevano creato per il gioco
azzardato e stupendo della vita,
per la terra, per l’acqua, l’aria, il fuoco.
Li ho delusi, Non si compì la loro
giovane volontà. Non fui felice.
Mi applicai alle caparbie simmetrie
dell’arte, che congegna vacuità.
Ereditai audacia. Non fui audace.
Non mi abbandona. Mi sta sempre accanto
l’ombra di essere stato un disgraziato.

Al mio fraterno amico C., che si è messo in gioco completamente e di cui sono orgoglioso: non ti sei arreso all’inerzia che protegge dai rischi ma toglie la possibilità di essere felice. E naturalmente alla sua I. Grazie per questo momento perfetto.

domenica 23 maggio 2010

Socialmente accettabile

Crisi e pericoli mettono i politici nella condizione di poter assumere decisioni drastiche anche estremamente impopolari, che diventano socialmente accettabili, perché la gravità delle conseguenze nel caso in cui tali misure non venissero applicate è facilmente comprensibile.

Di solito, i provvedimenti presi in queste circostanze hanno due caratteristiche: sono semplici da capire nella loro essenza e nella loro finalità e contengono un elemento, almeno apparente, di giustizia o buon senso.

Superare positivamente una crisi può aumentare il livello di coesione sociale, favorendo la condivisione di valori su cui fondare una ripresa e fornendo l’occasione per sbarazzarsi delle eredità negative del passato. Bisogna, però, essere disposti ad affrontare sacrifici per la costruzione di un bene comune, che nel breve termine può non coincidere con gli interessi personali, ma da cui in futuro anche gli interessi personali potranno trarre giovamento.

Una delle ragioni non tecniche per cui, pur riconoscendone alcuni importanti meriti, sono dubbioso sulle effettive possibilità di riuscita della manovra economica di salvataggio europea delle ultime settimane, è proprio il fatto che, nella cultura moderna, il valore e, a volte, la necessità del sacrificio non sono più riconosciuti. La stessa parola sacrificio è stata depennata dai vocabolari di molti. Non vorrei proprio che tornasse prepotentemente d’attualità e che la maggior parte di noi fosse costretta a sperimentarne la durezza.

Qui nascono i miei timori: la diffusione di certe idee e comportamenti considerati normali potrà un giorno ritorcersi come un boomerang contro di noi?
Genitori che vogliono vivere come quando non avevano figli, e conducono esistenze quasi separate da loro, per non dover rinunciare mai a nulla, quale autorevolezza potranno avere nel momento in cui dovranno provare ad imporre ai figli qualche restrizione non gradita?
Aziende guidate in modo confuso e non sempre trasparente possono davvero meravigliarsi se molti dei loro dipendenti sono demotivati dalla navigazione a vista? E quei lavoratori che sfruttano ogni zona d’ombra per ridurre al minimo il proprio impegno senza farlo notare, possono stupirsi se non ottengono riconoscimenti?
Politici che hanno elevato la furbizia ad arte, che in patria tollerano l’opportunismo e la disonestà dei cittadini in cambio dei loro voti, e che dall’Europa cercano di spremere tutti i vantaggi per il proprio Paese a scapito della realizzazione di una entità unita, efficiente nei suoi processi decisionali, efficace nei risultati delle sue azioni, come possono pensare di godere di una solida credibilità internazionale?

Con queste premesse dal basso, non è difficile spiegarsi il recente indebolimento dell’euro rispetto al dollaro, né immaginare che un’Europa unita e potente sul piano politico ed economico sarà un risultato raggiungibile solo fra anni di lavoro intenso e pianificazione accurata.

Non so se ciò che oggi è considerato socialmente accettabile, o addirittura un valore da difendere, lo sarà anche domani.
Penso però che un futuro collettivamente sostenibile abbia bisogno di maggiori spazi di libertà autentica, da colmare responsabilmente con molti più valori, ben distanti dalla frenetica ricerca di esperienze e beni da consumare “io, qui ed ora”, con poca fatica.

Ci siamo riempiti la vita di bisogni inesistenti, indotti da altri, che hanno fatto aumentare i prezzi di qualunque cosa, rendendo sempre più ampie le divisioni fra chi può soddisfare anche i suoi capricci e chi stenta a vivere una vita dignitosa, svuotando quasi tutto di valore e significato.

Internet è preziosa perché permette una rapida ed estesa circolazione di idee, per chi vuole dialogare e, attraverso un confronto onesto e aperto, provare ad affrontare le sfide, piccole e grandi, delle nostre vite, a superare dubbi e problemi. Ma rischia anche di diventare un circolo vizioso, che amplifica i messaggi negativi, gli egoismi e le debolezze condivisi, rendendoli socialmente accettabili, permettendo di metabolizzarli velocemente, senza provare quel disagio che è preliminare al desiderio di cambiare in meglio.

Dobbiamo stare attenti. Il socialmente accettabile di oggi è veramente ciò che vogliamo dare ai nostri figli? Perché mi pare proprio che, come società, glielo stiamo somministrando in dosi massicce.

lunedì 10 maggio 2010

Unità, scissione e unioni reali

Cominciano le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia, che si concluderanno l’anno prossimo, e che, stando a quanto riportato da alcuni giornali, dovrebbero costare molti milioni di euro, pagati in parte dalle mie tasse.
Giusto, l’unità d’Italia è un valore da difendere e tutte le iniziative utili allo scopo sono bene accette, anche se spendere un po’ meno non sarebbe una cattiva idea in tempo di crisi.
Però.
A pensarci bene, l’unità d’Italia (concetto assai discusso e oggetto di aspre polemiche fin dal lontano 1861) non deve essere mai stata ricordata da persone qualificate come quest’anno. Infatti, a puro titolo esemplificativo, abbiamo a curriculum, in ordine sparso, i seguenti evidenti casi di scissione:
politici che hanno celebrato il family day, con almeno un matrimonio fallito alle spalle;
un ministro della pubblica istruzione che dichiara placidamente che la scuola pubblica è in crisi e perde iscritti, come se la cosa non la riguardasse minimamente;
un esecutivo in assetto di guerra permanente con il potere giudiziario;
un’opinione pubblica, la classe politica e gli “intellettuali” del nostro paese che raramente perdono occasione per accapigliarsi su feste nazionali e ricorrenze simili, rendendo l’espressione “memoria condivisa” una mera astrazione letteraria;
comunità che si spaccano sotto il peso di una crisi che rende difficile pagare anche i pasti a scuola dei bambini;
un tasso di rottura dei matrimoni cresciuto a livelli irragionevoli e uno di natalità bassissimo, viene da chiedersi se fra 150 anni avrà ancora un senso parlare di unità e di nazione (cosa, quest’ultima, non necessariamente negativa, se riuscissimo a realizzare veramente una società multietnica integrata).
Ma il prezzo che i contribuenti versano per celebrare l’unità d’Italia, non sarebbe stato meglio risparmiarlo o darlo in beneficenza e lasciare un po’ più di spazio a fatti e a gesti che testimonino davvero un desiderio di unità?

La famiglia di note ha appena celebrato l’unità d’Italia con una visita in terra sabauda, addirittura nel castello in cui ha abitato Cavour, a trovare nuovi amici, che l’hanno accolta festosamente, facendole trascorrere una giornata meravigliosa, in cui bambini e adulti si sono conosciuti, si sono piaciuti, hanno parlato e giocato molto. A testimonianza del fatto che il gusto della scoperta, la voglia di incontrarsi e stare insieme, uniscono, di fatto, le persone che lo desiderano, e non ci sono preparativi, distanze, imprevisti, inconvenienti, sole o pioggia che tengano.

domenica 2 maggio 2010

Crisi e morale della favola

“La favola insegna che”: queste parole, familiari a tutti gli ex studenti del ginnasio che, Rocci alla mano, hanno tradotto Esopo dal greco, introducono il finale, la famosa morale della favola.

In questi giorni, il bombardamento di notizie sulla crisi greca, sull’abbassamento dei rating di Portogallo e Spagna, sui timori per l’Italia, il resto d’Europa e l’Euro, è stato intenso, e la quantità di cattiva ed errata informazione tanto grande da indurmi a scrivere un commento sul tema, visto che economia e finanza sono il mio pane quotidiano.

Chi non ricorda la fiaba del Pifferaio di Hamelin, che libera la città dall’invasione dei ratti, conducendoli a gettarsi nelle gelide acque di un fiume al suono del suo flauto? Il finale della storia viene ricordato meno spesso: quando il borgomastro e gli abitanti di Hamelin decidono di non onorare il loro impegno a pagare il pifferaio, questi si mette a suonare e si porta via tutti i bambini della città.
Trascuriamo per un attimo il fatto che il pifferaio, per vendicarsi, desideri togliere agli abitanti ciò che hanno di più caro. Che cosa resta? Che Hamelin, senza i bambini, viene privata del suo futuro.

Lo stesso futuro che oggi si toglie ad una Grecia che dovrà in qualunque caso intraprendere un cammino di disciplina fiscale tremendo e, credo, assai più lungo dei due o tre anni di cui si parla, senza certezza di mantenere la sua finanza pubblica in condizioni di sostenere il debito. Lo ribadisco: Portogallo, Spagna, forse Irlanda e  Italia, potranno attuare misure dolorose. Quelle greche dovranno essere tremende. L’onere politico sarà difficilmente sostenibile e la coesione sociale a rischio.

Per questo, quando sento politici disonesti e incompetenti e giornalisti e commentatori che, come spesso accade, non hanno idea di che cosa scrivano o dicano, accusare banche, grandi investitori e speculatori di questa crisi, mi irrito moltissimo.
Capisco che un capro espiatorio faccia sempre comodo. Capisco che negli ultimi anni siano emersi comportamenti disonesti da parte di attori di primo piano della finanza mondiale, che hanno portato ad eccessi pericolosi dalle gravissime conseguenze e che, giustamente, vanno perseguiti e sanzionati severamente. Le agenzie di rating stanno dimostrando inutilità e conflitti di interesse, e si stanno meritando una cattiva reputazione. Ma con il caso della Grecia, la finanza creativa non c’entra proprio nulla. I politici devono prendersela con se stessi (e magari con chi ha pubblicato bilanci dello stato falsi). E così i giornalisti che non hanno denunciato la cattiva condotta dei potenti di turno.

Gli investitori, che già svolgono un lavoro abbastanza complicato, non devono farsi carico anche di gestire crisi politiche e tensioni sociali. Per loro, comprare obbligazioni tedesche e vendere quelle greche è semplicemente fare bene il proprio lavoro, nell’interesse dei risparmiatori loro clienti, che devono tutelare.
La speculazione fine a se stessa, che quasi mai trovo giustificabile, in questo caso, ha un ruolo secondario e può avere solo accelerato il processo di disvelamento di una realtà sgradevole ma già esistente, che invece i politici hanno avuto tutto l’interesse a celare, provando a rifilare la patata bollente alle generazioni future.
Mutuando l’immagine di un’altra celebre fiaba, I vestiti nuovi dell’imperatore, credo che nessuno si sognerebbe di accusare il bambino che grida che l’imperatore è nudo di aver provocato una destabilizzante crisi istituzionale. O di accusare i turisti che disertino in massa una località di villeggiatura, che col tempo diventa inospitale e mal tenuta, di mandarne in recessione l’economia.

Pensiamoci, prima di permettere a qualcuno di ipotecare il futuro di un intero Paese generando problemi su problemi, di allettare pifferai magici con false promesse (che nuovi debiti coprano i vecchi debiti) sperando che risolvano i guai, e di andarsene tranquillo senza rispondere del male fatto e scaricando le responsabilità sugli altri.
Perché la storia del pifferaio magico appartiene alla tradizione popolare tedesca, e solo in un paio di versioni c’è un lieto fine con il ritorno dei bambini a Hamelin.

lunedì 19 aprile 2010

Legno e metallo

Mi piace che mi accompagni da quasi vent’anni.
Mi piace l’odore tenue del bronzo ossidato sui polpastrelli della mano sinistra, che puoi solo percepire.
Mi piace risentire la pelle farsi un po’ più coriacea, quel lieve bruciore da vibrazione e slide, che dovrebbe scomparire con il tempo, come quindici anni fa.
Mi piace riabituarmi alla sua forma, ché al posto delle sedie di una volta ora sto su un letto matrimoniale e intorno a parole e accordi ho le teste di tre vispi marmocchi.
Mi piace osservare, per la prima volta attentamente, il manico, come un vecchio amico che hai visto ogni giorno per anni, ma di cui noti le particolarità e i cambiamenti dopo una lunga lontananza. La tastiera consumata da note suonate e risuonate, quelle che piacciono a me. I buchi scavati nel legno di buona qualità, che a volte fanno scappare i suoni e friggere le corde. L’angolo con la cassa, che forse è cambiato in modo impercettibile agli altri, ma non a te.
Sei corde tese dal riflesso opaco, perché non è vero che nuove suonano meglio, e nel fodero hai sempre un altro set di corde già un po’ usate, ammorbidite, con il prezzo ancora in lire.
Legni che hanno visto montagna, mare e perfino Montecarlo.
Una tracolla artigianale di metà anni ’90 fatta con quattro fili di pelle annodati, comprati in Costa Smeralda, che sta cedendo, ma non hai cuore di togliere, tanto non ti dà fastidio al polso.
E tutto questo richiederebbe, meriterebbe mani più abili, dita capaci di rispondere al comando di ciò che vorresti fare, e invece devi accontentarti di pensare, ma ti piace così.
Altra casa, altri muri, altro clima. Sta con me da ventun anni, ma è da parecchio che non ci frequentiamo. Vedo le piccole ammaccature del legno, le cromature scrostate delle cerniere della coda, aperte tante e tante volte. Sorrido. Allora apro ancora. Guardo corde, telaio, martelli, feltri, smorzatori. Una voce di bambino mi chiede di spiegargli “che cosa c’è dentro”, come funzioni un piano intonato, un po’ scordato, reso inutilizzabile dall’umidità, ma ancora vivo. Un altro bambino si avvicina, allegro, curioso, canticchiando. Ricordi. Sento la mia voce di bambino, che chiede “che cosa c’è dentro”? È cominciato tutto così.
Penso che vorrei essere stato come loro. Che sarei stato più dotato, che mi sarei impegnato di più.

Prima casa, primi muri, primo clima. Entro in una stanza piena di vita, di cose e di persone. Vedo il legno rossiccio di un pianoforte digitale. Mi accompagna da quasi nove anni. Sorrido. Vedo due giovani sposi che entrano in una casa nuova, grande. Vedo una giovane donna che mi propone, con aria soddisfatta di sé, di regalarmi un pianoforte che si possa suonare anche di notte.
Non inganni l’elettronica. Anche questo piano l’ho aperto, toccato, conosciuto. È il mio strumento.
Vedo un giovane marito entusiasta all’idea di andare insieme a sceglierlo.
E vedo molto altro che l’entusiasmo ha portato.
Può continuare tutto così.

giovedì 15 aprile 2010

Pezzi di bene fra pezzi di male

Ognuno è figlio del suo tempo, ognuno è complice del suo destino.
Chiudi la porta e vai in Africa, Celestino!

La musica è sempre sorprendente. Proprio mentre pensavo agli argomenti di questo post, ho ascoltato la canzone di De Gregori di cui ho trascritto due versi sopra e da cui ho tratto il titolo.

Leggo dell’imprenditore di Adro. Leggo la sua lettera, in cui spiega perché ha deciso di pagare la refezione scolastica ai bambini i cui genitori non erano in grado di farlo. Penso che sia stata la cosa più giusta da fare.

Leggo che qualcuno protesta. Adduce motivazioni pretestuose, ma è chiaro gli scocci fare la figura dell’egoista e del razzista.

Questo gesto è un grande esempio di senso civico e senso pratico, di una legalità e difesa di principi sani che si cala nel concreto, anche con il rischio di aiutare qualche furbo.

E io mi domando: in casi come questo, lo Stato dov’è? Che altro dovrebbe fare, se non occuparsi di situazioni del genere? Dove sono i politici che dovrebbero ispirarsi a idee per cui i più deboli dovrebbero essere aiutati? Sono sempre state parole vuote già nel secolo scorso, figuriamoci oggi. Del partito dell’amore non parlo nemmeno. Eppure basterebbe una colletta di una cifra abbordabilissima per i nostri politici strapagati per raggranellare 10.000 euro, probabilmente raccolgono di più per fare un regalo ai colleghi che si dimettono o vanno in pensione (ah, già, che sbadato: dimenticavo che quasi nessun politico si dimette o va in pensione in Italia!).

Poi, certo, lo Stato siamo noi. Noi uomini che spesso trattiamo le donne come merce e ai bambini diamo insegnamenti agghiaccianti di egoismo, menefreghismo e li spingiamo ad allontanare da sé i più deboli e i diversi. Noi donne che ci scanniamo sul lavoro e nella vita fra mamme e non mamme, fra madri-scimpanzé e vere donne libere, e che proviamo a fare di tutto per riuscire a diventare come uomini così (non commento nessuno dei link, ma la loro lettura è istruttiva).

Noi cittadini, che pensiamo che i problemi delle famiglie si risolvano con gli asili nido e qualche decina di euro di detrazione fiscale per i figli e non capiamo che la soluzione sarebbe permettere ai genitori di ridurre in misura rilevante il carico di lavoro negli anni dell’infanzia dei bambini, magari concedendo di lavorare anche da casa, senza scontare questo grave peccato della maternità o paternità come natura vuole per il resto della vita.

Noi che continuiamo ad aggiungere mura su mura, pensiamo che la demagogia, la forza, l’astuzia e l’irrigidimento possano proteggerci dai rischi che i cambiamenti che stiamo vivendo in questi anni, e che continueranno in quelli a venire, inevitabilmente comportano, senza capire che, se non impariamo a piegarci nel modo giusto, finiremo spezzati.

L’imprenditore di Adro dobbiamo ringraziarlo molto più noi lettori dei bambini che, grazie a lui, ora riprenderanno a mangiare alla mensa scolastica. Per fortuna qualcuno lo sta già aiutando a difendersi e a sopportare le offese che si aspetta.

venerdì 2 aprile 2010

Memento

Martin Amis: “Terrore e noia: la dipendenza mentale” in “Il secondo aereo. 11 settembre: 2001-2007”, Einaudi, 2009, pag. 73

“Nella ‘vecchia’ Europa, come l’ha definita sprezzantemente Rumsfeld, l’idea di una classe politica si fonda sul presupposto imprescindibile dell’esistenza di controlli e contrappesi, di frangiflutti psichici che limitino la corruzione insita nella supremazia di una sola persona.
Non si tratta di igiene mentale; lo capiscono tutti che una mente bacata prenderà decisioni bacate.”

domenica 21 marzo 2010

Genitori infrangibili e persone liquide

“La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non bisogna neanche pagare il biglietto”, diceva Bukowski. Non sono d’accordo sul fatto che sia gratis, ma la parte sullo spettacolo è senz’altro vera.

A questo proposito, in questi quasi otto anni di paternità, una tipologia che ho incontrato spesso è quella dei genitori infrangibili.

Il genitore infrangibile ricorda una palla di gomma già sgonfia, che continua a sgonfiarsi lentamente a mano a mano che i figli crescono. Rimbalza poco, non si lascia scalfire da nulla e più si sgonfia, più riesce ad incastrarsi in spazi stretti e di forma strana, da cui poi è difficile estrarla. Ovviamente è un oggetto di scarsa utilità, che però ai bambini piace.

Un argomento classico del genitore infrangibile è che un uomo o una donna realizzati siano genitori migliori, che non bisogna sacrificarsi o rinunciare a nulla per i figli, altrimenti questi ultimi si sentirebbero di peso. Quindi, questi genitori a tutto tondo hanno un comportamento binario: o si portano appresso i figli ovunque, sempre, dall’aperitivo al concerto sinfonico, anche in occasioni e circostanze in cui i bambini non possono oggettivamente trovarsi a loro agio, esibendoli come un vessillo, oppure li lasciano soli anche quando avrebbero del tempo per loro, per non rinunciare alle proprie passioni.

In ogni caso, come il nome suggerisce, i genitori infrangibili sono sempre serafici e affrontano la vita con nonchalance. Cercano sempre di non imporre regole e di non dire mai di no ai propri figli, se non assolutamente costretti. Tipicamente, ad esempio, li si trova seduti al ristorante a chiacchierare amenamente con gli amici mentre i loro figli corrono in mezzo ai tavoli della sala disturbando pranzi e cene altrui. Oppure sdraiati sul lettino in spiaggia mentre i figli piccoli si installano, a loro insaputa, sotto un ombrellone di sconosciuti, a decine e decine di metri di distanza, per portarsi via i giochi di altri bambini, i cui genitori sono di solito bollati come intolleranti.

Ma i genitori infrangibili sono un sottoinsieme di un’altra popolosa categoria, che contribuiscono a perpetuare: le persone liquide. Sfruttando l’horror vacui della natura, le persone liquide si incuneano in ogni vuoto, riempiendolo, bagnando tutto, ma, come l’olio e l’acqua, senza mescolarsi davvero.

Le persone liquide cercano di essere amiche di tutti, di solito non prendono posizioni nette, sono maestre nel dare ragione a chiunque, anche a chi si trovi nel torto più marcio, non sanno dire mai di no, sono pronte a partecipare a qualunque iniziativa.

E in effetti, il mondo è la loro ostrica. A qualsiasi opinione si adattano e ad ogni causa si prestano, sempre senza impegno: spaziano con disinvoltura dal boicottaggio delle multinazionali ai raduni d’auto d’epoca, dalle manifestazioni per i diritti civili alla sagra del tortellino. Sempre circondati da amici in ogni occasione, sempre con famiglia al seguito, le persone liquide sono capaci di trasformare tutto in socialità. Affabili e spesso argute, le persone liquide hanno capito tutto della vita e, quando l’onda del loro passaggio si ritrae, lasciano gli uomini e le donne meno poliedrici di loro in secca a ripulire i detriti.

Ogni tanto, quando sono stanco e mi fermo, mi guardo intorno e penso di non avere capito nulla di come giri il mondo. Ma intuisco perché succedano le cose che vediamo succedere.

domenica 7 marzo 2010

Di bambini, brutte notizie, canzoni e domande non poste

I miei figli sono molto curiosi, si interessano a tutto e fanno domande su praticamente ogni cosa vedano o sentano. Con qualche utile eccezione. A Si bemolle e a me non piace eludere le loro domande, ma parlare di illegalità, violenza, disgrazie in modo equilibrato e comprensibile alla loro età non è semplice.

Fortunatamente, negli ultimi giorni, erano distratti da altri pensieri ed occupazioni, così non mi hanno chiesto nulla quando venerdì mi hanno visto portare a casa questo.


O quando hanno sentito alla radio, ai telegiornali e me e Si bemolle parlare di un certo decreto interpretativo (eh sì, anche in politica, ogni tanto, qualche bella novità ci vuole).

Va da sé che, ieri e oggi, ho provato un certo imbarazzo nel richiamarli al rispetto delle regole dei giochi che abbiamo fatto insieme.

Nel frattempo, prosegue il riversamento delle nostre cassette di musica italiana su CD, così mi sono imbattuto in due canzoni ormai vecchie, che, ahimè, si sono rivelate profetiche: Bambini venite parvulos di De Gregori e Asilo "Republic" di Vasco. Chissà se i loro autori aspiravano a tanto quando le hanno composte.
Buon ascolto, a chi vuole.

martedì 2 marzo 2010

Il pollaio

Leggo sul Corriere un’intervista al nostro più celebre conduttore di talk show-giornalista-scrittore-modellista di plastici, in cui egli critica l'applicazione del regolamento sulla par condicio e sostiene di preferire “il pollaio” al silenzio.

Ora, il livello e la regolamentazione della nostra informazione, soprattutto quella politica, sono penosamente scadenti, e la censura è odiosa.

Ma siamo proprio sicuri che il pollaio sia meglio?

È il pollaio che legittima una situazione in cui esce vincente chi urla più forte, chi rompe di più le scatole, chi è più prepotente.

È il pollaio che, per definizione, omologa tutte le idee in un rumore confuso e assordante fino a non prenderne in considerazione nessuna con attenzione, tranne quelle tenute sotto silenzio da chi si mantiene accuratamente al di fuori del pollaio, per metterle in pratica silenziosamente e senza farsi notare troppo.

È il pollaio che riduce il cittadino ad un ruolo passivo di ascoltatore o pseudoattivo di televotante (a pagamento), provando a concedergli una illusoria libertà di pensiero solo lungo un binario tracciato meccanicamente da altri.

È il pollaio che riduce gli uomini a polli e le donne a galline, soggetti che si differenziano e si raggruppano attraverso criteri estetici (naturali contro rifatti, sciatti contro firmatissimi), voluttuari (amanti dello sci contro golfisti, amanti del trekking contro velisti) o sociali (ricchi contro poveri, portatori di interessi contro chi non ha nessun interesse da difendere), incapaci di parlarsi, ascoltarsi, guardarsi al di là delle ovvie e apparenti differenze di genere.

È il pollaio che crea un ambiente in cui sia impossibile concentrarsi su qualcosa, in cui le energie vengono dissipate in un caos maleodorante e inconcludente.

È nel pollaio che i volatili si scontrano per mangiare un po’ di becchime, e, così indaffarati, non sanno se e come il fattore si occupi della fattoria. E noi ci ritroviamo una classe politica che ormai non è più nemmeno in grado di presentare delle liste elettorali ammissibili.

È l’agitazione sterile che, ogni giorno, consente a qualcuno di entrare nel pollaio e portarsi via tutte le uova.

Stiamo attenti, perché quando di uova se ne faranno meno, qualcuno lascerà entrare nel pollaio una faina...

domenica 28 febbraio 2010

Preistoria o attualità?

Per assecondare il desiderio dei bambini di ascoltare le canzoni di Bennato che hanno imparato con le recite a scuola, ieri sono stato in cantina a prendere lo scatolone delle vecchie cassette, per riversare su CD e poi nel computer la musica.

Dopo una serata di lavoro, da stamattina imperversano nella camera dei maschietti “Il rock di Capitan Uncino”, “L’isola che non c’è”, “Rockcoccodrillo”, “Il gatto e la volpe”. Alla loro hit parade hanno aggiunto “In prigione in prigione” e la delicata “La fata”, che Sol vorrebbe imparare ad accompagnare con lo xilofono che la zia gli ha regalato per il compleanno.

Si bemolle e io abbiamo ripescato tante cassette di artisti italiani messe da parte da tempo, da De Gregori a Vasco Rossi, a Zucchero, che ormai fanno parte del nostro bagaglio di cultura musicale, e con pazienza dovremo digitalizzarle, un po’ per piacere nostro, un po’ per farle conoscere ai bambini.

Così oggi pomeriggio, complici gli acciacchi di Sol che ci hanno impedito un weekend al mare, lo stereo del soggiorno suonava De Gregori e Vasco. I bambini ascoltavano vagamente interessati, ma non ancora ispirati dalle canzoni.

In compenso, Re, Sol e Mi erano molto incuriositi dall’oggetto-musicassetta, ai loro occhi un inedito residuato fossile di un’era geologica precedente, come le lire e i telefoni con il disco combinatore.
Si sono messi ad aprire le custodie, estrarre le cartine, infilare le dita nei buchi con le bobine, fino al momento culminante, un autentico universale dell’apprendimento umano: il tentativo di estrarre il nastro dalla cassetta con le dita (per fortuna fermato appena in tempo).

Noi grandi notavamo come, tutto sommato, queste canzoni abbiano ancora contenuti e un suono attuali, mentre la musica italiana precedente sembra molto più datata, oggi.

Che cosa ne penseranno i bambini? Archeologia musicale o successi senza tempo? Lo scopriremo fra qualche mese e qualche viaggio in macchina. Intanto, meglio sbrigarsi per evitare che tutti quei chilometri di nastro in giro per casa diventino una tentazione irresistibile!

domenica 14 febbraio 2010

A mind in New York

Pensavo di scrivere un post leggero sulle mie 52 ore trascorse intensamente a New York fra tanti interessanti incontri di lavoro, qualche momento di doveroso e piacevole shopping e poche ore di sonno.

Invece mi ritrovo a parafrasare Simon & Garfunkel e constatare amaramente la differenza di organizzazione fra Italia e USA.

Sì, perché le mie 52 ore sul suolo della Grande Mela hanno compreso la porzione newyorkese dello Snowmageddon (o più simpaticamente Snowzilla) che per giorni ha afflitto il nord est americano.
Si è trattato della nevicata più abbondante di sempre, che ha letteralmente messo in ginocchio alcuni Stati, privando le abitazioni di elettricità, acqua e linee telefoniche, e interrompendo a lungo i collegamenti via terra e aria. Ancora oggi ci si pone il problema di come smaltire i cumuli di neve alti metri.

A New York sono caduti una trentina di centimetri in poche ore, quindi non una quantità enorme. Abbastanza, però, da poter creare disagi seri a una metropoli così attiva e da impedirmi i rapidi spostamenti previsti nello stato vicino, in cui le nevicate sono state più abbondanti.

Niente paura: le autorità cittadine avevano pianificato e annunciato con congruo anticipo la chiusura delle scuole nel giorno della nevicata, avevano sollecitato le aziende a far utilizzare ai dipendenti il telelavoro (una vera manna dal cielo, magari lo avessimo anche noi!), in modo da agevolare concretamente le famiglie, e avevano cominciato a spargere sale per le strade dalla sera prima, predisponendo per tempo i mezzi spalaneve nei punti strategici.
Infine, hanno suggerito alla popolazione di affidarsi al trasporto pubblico, lasciando le auto private parcheggiate a casa.

Indovinate un po’? La gente ha seguito il consiglio, con il risultato che, nonostante una nevicata potente, consegne, mezzi pubblici e taxi circolavano quasi normalmente. Insomma, a Manhattan business as usual, anche sotto la neve. Le persone hanno camminato per strade e marciapiedi in condizioni più che accettabili, solo meno velocemente del solito.

Le uniche complicazioni per il mio lavoro sono state i frenetici cambiamenti di agenda, e non ho potuto evitare un impietoso confronto con le nevicate prenatalizie di Milano. Quanta differenza fa una buona dose di organizzazione e senso civico!
Inutile dire in quale prevedibile imbarazzo mi sia trovato quando ho dovuto raccontare che in Italia con dieci centimetri di neve si paralizza tutto e che, piuttosto che lasciare la macchina ferma, la gente preferisce fare, e imporre agli altri, ore fermi in coda, generando solo nervosismo, inquinamento e inefficienza.

Così mi pare giusto chiudere con i versi di “A heart in New York”:
New York, you got money on your mind
and my words won't make a dime's worth a difference,
so here's to you, New York.
E ammettere che, come molti bei posti in Italia, Central Park imbiancato dalla neve ha un certo fascino.





domenica 7 febbraio 2010

La forza del consenso

A tutti piace sentirsi compresi, approvati, e far parte di un gruppo. È naturale. Ciò provoca una tendenza all’omologazione, che non è di per sé una bella cosa, ma la cui ragione d’essere si può capire facilmente.

È da molto che circola l’idea che il consenso dia una forza straordinaria a chi ne gode. Politici che sostengono di poter fare tutto ciò che vogliono, senza reali dibattiti, perché hanno la maggioranza, e fin qui niente di strano, ma, soprattutto, perché hanno il consenso. Come se il fatto di rappresentare legittimamente la maggior parte degli elettori (non necessariamente della popolazione) potesse giustificare comportamenti e situazioni incompatibili con dichiarazioni, leggi, istituzioni e consuetudini civili e democratiche.

Ma non solo. L’atteggiamento, purtroppo sempre più diffuso, di approvazione verso la furbizia, la ricerca della scorciatoia, dell’espediente per prevaricare, imbrogliare, avvantaggiarsi o sottrarsi agli obblighi basilari della convivenza civile (a cominciare dall’educazione dei figli o dal pagamento delle tasse) sta minando dalle fondamenta la nostra società.
Al grido di “così fan tutti”, siamo sempre più intossicati, assuefatti e pronti a giustificare qualsiasi cosa, dal posteggio in doppia fila, allo sfruttamento del lavoro nero, all’evasione fiscale, alla protezione di figli che non studiano, si comportano male e addirittura commettono crimini. Tanto, c’è l’approvazione della moltitudine che sarebbe pronta a fare lo stesso, a sostenerci.

La Costituzione e l’etica “materiali” che prendono il posto di quelle vere stanno introducendo nel nostro paese una legge del più forte che indebolisce tutti, tranne pochi.

Io credo sinceramente che, a costo di sembrare degli stupidi, i genitori abbiano un compito difficilissimo da affrontare: quello di spiegare ai propri figli che i modelli che vengono loro proposti e che sembrano vincenti sono modelli distruttivi, di sé e della vita di chi li circonda.

E che l’unico modo per provare a costruire qualcosa di solido è impegnarsi e comportarsi bene, come minimo perché, se anche non riuscissero a comprendere altro che il proprio tornaconto, non potrebbero sempre contare su facilitazioni, esenzioni, protezioni e immunità.

Proprio non mi riesce di capire come mai alcuni genitori trasmettano ai figli un messaggio negativo e diseducativo, di totale deresponsabilizzazione, che alla fine si riassume in “non importa che cosa combini volontariamente, tanto ci sarò sempre io a proteggerti e a sistemare le cose, e sarà qualcun altro a subirne le conseguenze”. E come mai la voce degli altri, che non sono d’accordo, sia così difficile da far sentire.

Dopo avere letto questo post di M di MS, Si bemolle e io ci sentiamo meno soli, a nuotare controcorrente.

domenica 31 gennaio 2010

Viaggi e miraggi

Dopo una pausa piuttosto lunga, mi preparo ad un nuovo, breve, viaggio di lavoro negli Stati Uniti.

Ho avuto la fortuna di visitare vari paesi del mondo in gioventù, e quindi mi sono tolto la voglia di viaggiare intensamente, almeno per qualche anno ancora.

Ho sempre trovato curioso che nell’era delle tecnologie avanzate, delle videoconferenze, di Internet e Skype, la presenza in ufficio in date e ore improbabili e gli spostamenti fisici, meglio se da un continente all’altro, siano ancora ritenuti così indispensabili. È vero, in alcuni casi sono molto utili, soprattutto quando è richiesto un contatto umano diretto e frequente, ma quasi mai necessari.

Così, sentendomi sempre molto in colpa verso la famiglia, ho fatto tutti i viaggi davvero utili, soprattutto all’estero, organizzandomi giornate di lavoro intensissimo pur di rendere il più brevi possibile le assenze.

Ma il tarlo del perché il viaggio di lavoro sia ritenuto dai più un piacere o un privilegio continua a rodermi.

Forse perché salire e scendere dagli aerei fa status symbol? Mah.
Forse perché è un modo di mostrare che l’azienda investe su di te, e non sul tuo collega?
Forse le società preferiscono spendere un budget di viaggi che domani potrebbe essere tagliato anziché aumentare gli stipendi dei dipendenti di una frazione di quel budget, ma indefinitamente.
Forse i lavoratori gradiscono perché pensano di andare qualche giorno a farsi una specie di vacanza in alberghi migliori di quelli che pagherebbero di tasca propria, lontani dai doveri e dai controlli quotidiani, in posti che altrimenti non visiterebbero.

O forse dietro a tutto questo c’è il miraggio, la falsa oasi nel deserto.

Una rincorsa continua di nuove destinazioni, mete e obiettivi, per non dover mai fermarsi un momento a lasciare sedimentare le nostre conoscenze e esperienze.

Per non dover fare i conti con l’imperfezione e i limiti della nostra vita professionale e personale, non dover accettare con serenità che si possa essere felici anche con qualche difetto.

Per non crescere mai. Per non accettare che desiderare quello che si può avere e si può essere ci possa bastare, e che per ottenere di più dobbiamo sforzarci e migliorarci. Non basta un volo, magari low cost.

E’ vero: da molti dei miei viaggi, ho imparato tanto e sono contento di averli fatti. Mi hanno aiutato a scoprire aspetti nuovi di me stesso e del mondo. Ad esempio, una New York deludente da giovane turista è divenuta affascinante una volta riscoperta da adulto professionista.

Ma sono sempre stato più contento di quello che ho trovato tornando alla mia casa e al mio lavoro, condividendo esperienze e impressioni con chi mi aspetta ed è il mio punto di riferimento.

mercoledì 27 gennaio 2010

Gente che cambia il mondo sul serio

Le persone che cambiano davvero in meglio la vita e la storia di intere popolazioni ogni tanto passano anche a Milano e credo che molti Milanesi siano orgogliosi di ospitarle.

Un grande sogno che si fa progetto: liberare il mondo dalla povertà.

Il primo febbraio, al teatro Dal Verme, parlerà Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace, fondatore della banca Grameen, che ha introdotto il microcredito per le donne, liberando migliaia di famiglie dalla povertà in Bangladesh.

L’idea di prestare piccole somme, sufficienti ad avviare un’attività economica autonoma, alle donne del Bangladesh, contando sulla loro capacità di lavorare e di conciliare la vita professionale con quella familiare, e sulla loro volontà di onorare il debito, anche grazie a informali gruppi di solidarietà che in caso di necessità aiutano a restituire i prestiti puntualmente e con orgoglio, è geniale e rivoluzionaria. E dimostra che, in alcuni contesti di estrema difficoltà, sostituire il criterio della solvibilità con quello della fiducia può portare a grandi risultati.
Per inciso, prestare altrettanto denaro agli uomini non avrebbe sortito gli stessi effetti benefici, perché i profitti realizzati dalle donne sono tipicamente utilizzati per il sostentamento delle famiglie, mentre gli uomini rischiano di sperperare buona parte dei loro guadagni.

L’ammirazione che nutro per Yunus è enorme ed è un bene che il suo entusiasmo, il suo spirito costruttivo, la sua capacità di progettare e fare crescere una realtà solida e concreta stiano trovando una sponda anche in alcuni protagonisti dell’economia mondiale, a cominciare da Franck Riboud della Danone.

Il business sociale esiste ed è qui. Dopo “Il banchiere dei poveri”, una lettura e una riflessione consigliabili a tutti.

giovedì 21 gennaio 2010

Scuola, famiglia, paese

Che la scuola italiana versi in uno stato pietoso è noto. Ma fa sempre un brutto effetto vederlo scritto nero su bianco, ad esempio qui. E sembra difficile pensare che gli sforzi di insegnanti e genitori volenterosi possano raddrizzare una situazione che talvolta porterebbe anche i più motivati ad un lento sfinimento.
Il fatto curioso, però, è notare come la concezione della scuola pubblica tenda sempre più verso il modello di un parcheggio a basso costo per la prole, facendola magari divertire, che verso quello di un luogo in cui i nostri figli imparano a conoscere persone, cose, idee e a stare in mezzo agli altri.
Anche se sono alla terza iscrizione alla scuola dell’infanzia, e dovrei aver fatto il callo a certe aberrazioni, non considero le storture meno gravi.
Così si può scoprire che, ad esempio, a Milano, i punteggi favoriscono le famiglie con un solo figlio e due genitori che lavorano, rispetto a quelle in cui un solo genitore lavora ma i figli sono tre.
Con tutto il rispetto per le coppie in cui padre e madre lavorano fuori casa, a quanto pare, dalle nostre parti, solo le famiglie con almeno quattro figli meritano un genitore a tempo pieno per i primi anni di vita dei bambini e il diritto ad un posto nell’asilo di zona senza l’assillo della graduatoria. Forse qualcuno è rimasto alla concezione del lavoro casalingo e del ruolo della madre da pubblicità anni ’80, in cui le “casalinghe” facevano shopping nel quadrilatero della moda con sei chihuahua al guinzaglio mentre, il marito al lavoro, la servitù si occupava di casa e bambini.
Logicamente, in quest’ottica, la graduatoria penalizza relativamente i figli di due disoccupati, i quali hanno tutto il tempo di spupazzarsi il bambino con calma: in questo caso, a che serve la scuola?
Però avrei dovuto immaginare che saremmo arrivati a questo punto. Dopo tutto, questo è un paese in cui, spesso, i genitori considerano 20 euro un esborso normale per ricaricare il cellulare di un ragazzino, ma eccessivo per acquistare un libro. O trovano naturale spendere 50 euro in baby sitter se decidono di uscire a cena, ma considerano un furto pagare la stessa somma per un’ora di lezione privata di greco, latino o matematica se un figlio ha bisogno di aiuto nello studio. Perché, semplicemente, imparare, sapere non hanno valore.
Quindi, perché non cominciare a smantellare l’edificio dalle fondamenta? Dopo tutto, potrebbe essere uno dei rari casi in cui la politica si dimostra reattiva ad interpretare i segnali che giungono dalla “società civile”.

sabato 16 gennaio 2010

Donkey, Mario e io

Da bambino, il mio gioco preferito era il Lego. Mi piacevano anche macchinine, robot, giochi di società, ma fino a quando computer e videogiochi non sono entrati nella mia vita, a 10 anni, le costruzioni con i variopinti mattoncini danesi, nelle loro varie versioni, sono state la mia principale fonte di svago.

A distanza di tanti anni, mi fa ancora piacere aiutare i miei bambini a seguire le istruzioni per montare case, auto, elicotteri di Lego, ed è ancor più bello vederli costruire da soli ciò che la loro fantasia suggerisce, elargendo magari qualche piccolo consiglio pratico per la realizzazione.

Oggi, con Sol a una festa, Re e io ci siamo dedicati ai giochi da grandi.
Dopo una partita a Trivial di riscaldamento, di fronte al computer acceso, mi è venuta l’idea di chiedergli: “ti piacerebbe vedere i videogiochi che il papà faceva da bambino”?

Lui ha ovviamente accettato con entusiasmo e così, grazie a Internet, ha potuto vedere e provare una carrellata di classici da casa e da bar.

E allora via con Pac-Man, Space Invaders, Galaga, Asteroids, Scramble, Joust, Frogger, gli esordi di Mario Bros, ma soprattutto il mio preferito: Donkey Kong, con un giovane Mario che ricorda solo vagamente il Super Mario di oggi, la sua fidanzata dell’epoca, Pauline (ora sostituita da Peach), rapita da un Donkey Kong irriconoscibile precursore, dai modi grezzi, il torace nudo e la grafica primitiva, di quello di oggi, dal ciuffo sbarazzino, i modi ingentiliti e la cravatta.

Purtroppo ho trovato online solo il primo dei quattro livelli giocabile, così Re si è dovuto accontentare di qualche immagine e descrizione sommaria delle difficoltà dei successivi e del modo in cui Mario potesse sbarazzarsi dello scimmione alla fine del quarto, per ricongiungersi con la sua bella.

Sol, nel frattempo rincasato dalla festa, si è subito unito a noi. Entrambi, oltre a divertirsi molto, faticavano a credere che anni fa i videogiochi e i computer fossero così come glieli ho mostrati.

E in effetti, forse, i miracolosi risultati dei lifting di (Super) Mario e Donkey Kong fanno sentire il peso del tempo passato più di qualche ruga sul viso e qualche capello bianco.

mercoledì 6 gennaio 2010

Dinamiche

È ancora quel momento dell’anno. Si smontano albero e decorazioni di Natale e domani ricominciano scuola e lavoro. Non che la famiglia di note ne abbia una gran voglia.

La casa riprende il suo aspetto abituale e lo manterrà fino al prossimo dicembre. I bambini, invece, sembrano diversi. Quasi che la ripresa dei ritmi normali permettesse di fissare come in una fotografia i cambiamenti che, nell’incessante scorrere del tempo, passano inosservati.

Vedo Mi che cresce e si diverte con i suoi giochi vecchi e nuovi, curiosa e sveglia, in modo sempre più consapevole. La vedo inseguire i suoi fratelli maggiori, che la aspettano e la invitano a partecipare alle loro scorribande e rendersi complice delle loro marachelle. Ride, scherza, ma sa anche farsi rispettare e difendere i suoi spazi e i suoi giochi con le unghie, quando è necessario, e non le piace affatto essere presa in giro.

Osservo Sol che non sembra proprio vivere come un problema l’essere il figlio di mezzo. Si divide fra i giochi “da grandi” con il fratello maggiore e la vicinanza che la sorellina ricerca spesso e lui concede volentieri. Vivace, spiritoso, tenace, razionale, Sol sta maturando anche fisicamente e sta diventando un bambino grande, con i suoi giri di amici e la sua vita autonoma.

Da ultimo, il più cambiato, Re. Tutt’altro che asciutto, come da un Re ci si attenderebbe, è molto compreso nel suo ruolo di figlio maggiore, di ometto che sta crescendo e che si prende cura dei fratellini e qualche volta si preoccupa anche per i genitori, di scolaro diligente che si impegna e fa molto bene, ma a volte si lascia scappare qualche distrazione di troppo, e non se lo perdona.
Iperbolico, responsabile, brontolone, affettuoso, scontroso, simpatico, impaziente, compagnone, brillante, convinto di avere sempre ragione, salvo poi rimuginare in ombrosa solitudine sulle lezioni che la vita gli impartisce, Re assomiglia pericolosamente (per lui) a suo padre Do minore da piccolo. Speriamo che anche lui riesca, crescendo, a smussare qualche spigolo del carattere e, se proprio deve cambiare, diventi un bel Do diesis, e non tignoso come un Fa.
La luce che brilla nei suoi occhioni verdi quando sorride allegro mi pare un buon segnale.

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Online dal 10 aprile 2009