giovedì 31 dicembre 2009

Come Zio Paperone e Indiana Jones

Le vacanze di Natale al mare possono riservare interessanti avventure archeo-minerarie, anche quando si resta in casa con i bambini e fuori piove.

Oggi, i due ometti, Re e Sol, si sono armati di mazzetta e scalpello e sono andati alla ricerca di pepite di pirite nascoste in un blocco di gesso, con lo spirito pionieristico di Zio Paperone durante la corsa all’oro nel Klondike.
La divertente ricerca si è svolta sotto lo sguardo di una Mi attenta, in braccio al papà, sempre pronta ad allungare le mani nella nuvola di polvere che ben presto si è formata, alla ricerca di qualche frammento di minerale luccicante.

Il risultato? Quattro pepite che sono state portate alla luce, scrostate e lavate per bene.

E, visto che le previsioni del tempo non promettono un gran che nei prossimi giorni, l’esperimento potrebbe ripetersi fra breve con una variante già sperimentata lo scorso anno: dopo uno stegosauro, ora abbiamo lo scheletro di un triceratopo da recuperare osso per osso, sempre con mazzetta e scalpello dal gesso, e ricostruire. Come Indiana Jones…

Buon anno a tutti!

lunedì 21 dicembre 2009

Tra abaca e zwinglismo

È quasi Natale, siamo tutti più buoni e più stressati e si avvicina la stagione dei bilanci anche per quest’anno.

Oggi, con circa venti centimetri di neve precipitati su Milano in poche ore, destinati ad aumentare, il mio buon proposito è trovare una parola sul vocabolario, fra abaca e zwinglismo, per sintetizzare il mio pensiero.

Il pensiero di chi vive in una città piena di gente che si sente dire dalla notte prima di non muovere l’auto, e quando esci di casa per portare i bambini a scuola, a piedi, vedi un incolonnamento ininterrotto di auto che neanche in occasione delle sfilate.

Il pensiero di chi vive in un paese in cui con il maltempo ti invitano a restare chiuso in casa, perché i disagi alla circolazione sono il meno che possa capitare. Un paese in cui l’idea che il servizio pubblico debba funzionare soprattutto quando le condizioni sono difficili dovrebbe essere ovvia, e invece sono l’operosità o la rassegnazione dei cittadini a far passare i problemi.

Il pensiero di quando, anche alla recita di Natale, ti accorgi che il diritto allo studio e la difesa dell’istruzione pubblica, e della qualità dell’istruzione in generale, sono solo parole, che agli insegnanti dei tuoi figli si dovrebbe fare un monumento, e che molta altra gente meriterebbe al massimo una pernacchia.

Il pensiero che ti attraversa il cervello quando hai l’auto che non usi mai sepolta sotto una coltre bianca, con la batteria scarica. Tu esci presto dal lavoro per fare in tempo, fra le altre cose, sotto la neve, ad andare in officina a prendere accordi col meccanico per resuscitarla in vista delle vacanze, e trovi la saracinesca abbassata senza spiegazione, venti minuti prima dell’ora di chiusura.

Il pensiero che con questo gelo c’è qualcuno che ha trascorso la giornata in ginocchio per terra chiedendo l’elemosina e dormirà all’aperto, e speriamo possa sopravvivere alla nottata, ché i buoi e gli asinelli, da queste parti, scarseggiano.

Sfogliando il Devoto-Oli non ho ancora trovato la parola giusta; mentre la cerco faccio tanti auguri a tutti, e se qualcuno avesse suggerimenti, sono bene accetti.

domenica 29 novembre 2009

Il grande sport

Weekend di grandi eventi sportivi, questo, per Re e Sol.

Un paio di partite a Fifa 09 sul Nintendo DS del papà, con accoppiamenti e risultati sorprendenti, come Manchester United-Frosinone 2-3 oppure Brasile-Pisa 5-4 dopo i calci di rigore.

Partite di calcio gormitico. Di solito due in contemporanea, in campi adiacenti, con telecronache che si sovrappongono a voce sempre più alta, raccontando di azioni in contropiede di Muschiantico, fallacci di Troncannone, grandi parate di Kolossus e di arbitri sempre molto impegnati (di solito ci sono sempre almeno due o tre espulsioni per parte e le ammonizioni non si contano, ma fanno molto discutere i fratelli).

Poi gran finale con la commistione delle due cose. Le formazioni di Gormiti schierati da ambo le parti in un rigoroso 4-3-3: una rappresentativa mista di Lecce e Sampdoria contro la fusione di Manchester City e Manchester United. Non chiedetemi perché, visto che i bambini sono milanisti, ma il divertimento per gli ascoltatori nascosti della telecronaca è assicurato.
Risultato finale? Ovviamente una goleada per la squadra italiana.

Il grande sport, dal vivo, è qui.

martedì 24 novembre 2009

Tempo rubato

Milano, sera. Il clima diventa sempre più invernale ma è ancora mite.
In giro si incontra poca gente, i lampioni di Foro Bonaparte illuminano una coppia che procede a piedi verso un ristorante.
Il locale è tranquillo, accogliente. Non affollato. Come lui sperava, trovano posto anche senza prenotare.
Si godono due portate e un dessert. Qualche bicchiere di buon rosso.
Una cosa che non facevano da anni, a Milano.
Un tempo per parlare, guardarsi, sorridersi, stare insieme anche al di fuori della casa, dei suoi ritmi, dei suoi riti. Suoni diversi, luci diverse, abiti diversi.
Un tempo rapido, che non fa sentire la mancanza dei bambini.
Un tempo dilatato, per prendersi per mano e passeggiare spediti ma senza fretta verso casa.
Un tempo maturo, per ricordare che, nel bene e nel male, questo pezzo di città è il vostro, e nonostante i tuoi dubbi forse è davvero l’unica cornice giusta per la bellezza che ti ha catturato anni fa e che è sempre più intensa.
Un tempo rubato, per pensare alle movenze aggraziate, fasciate dal vestito, che ti stanno riaccompagnando all’abbraccio festoso dei vostri piccoli. Ti è stata data l’opportunità di essere felice e l’hai colta.

L’amore è anche questo. E anche la vita.

domenica 15 novembre 2009

Produzione, consumo, conversazione e marketing 2.0

Da quando bazzico il mondo del 2.0 ho visto iniziative di vario genere. Alcune di carattere marketing/promozionale/pubblicitario, altre di carattere informativo, altre con la finalità di creare gruppi di consumatori meglio preparati.

Va tutto bene, io faccio le mie scelte, rivendico per tutti il diritto di fare le proprie ed eventualmente cambiarle, e credo che su link, banner pubblicitari, etc. ognuno sia chiaramente libero di gestire il proprio spazio in rete come meglio crede, purché renda ben chiaro ai potenziali visitatori che cosa stia succedendo.

L’unica cosa di cui mi senta un purista nel web 2.0 è la trasparenza.

Mi permetto di svolgere qui una considerazione di carattere economico, usando termini assolutamente comprensibili, facilmente trasponibile anche ad altri ambiti.

Si parla di domanda (il lato dei consumatori) e offerta (lato delle aziende).
L’idea di fondo è che “più” sia “meglio”: se posso avere tre paia di scarpe anziché uno o due, una casa o un giardino più grandi, più cibo, sto meglio.
Se supponiamo, realisticamente, che la “soddisfazione” che ricavo dalle quantità iniziali di un bene o un servizio (ad esempio il primo paio di scarpe, i primi tre locali di un appartamento) sia maggiore di quella delle unità successive (ad esempio il terzo paio di scarpe o ulteriori metri quadrati di casa) e che decresca a poco a poco, sarò disposto a pagare sempre meno per acquistare quantità maggiori.
Le aziende, invece, sono disposte a fornire maggiori quantità di beni o servizi a prezzi crescenti.
Consumatori e aziende che non si conoscono si incontrano in un mercato: il luogo in cui, in teoria, si determina un prezzo di equilibrio, al quale la quantità domandata dai consumatori con soddisfazione è uguale a quella prodotta con soddisfazione dalle aziende.

Poiché però il prezzo che, come consumatore, sono disposto pagare per le unità aggiuntive di un bene è decrescente all’aumentare della quantità, al prezzo di equilibrio si determina un “surplus”, cioè la differenza fra quanto sarei stato disposto a pagare al massimo e quanto ho effettivamente pagato.
Per esempio, ipotizziamo che vada a comprare dal mio fornaio preferito 5 brioches pagandole 1 euro l’una. In teoria, magari, sarei stato disposto a pagare 5 euro la prima brioche, 4 la seconda, 3 la terza, 2 la quarta e 1 la quinta.
Ma il fornaio non lo sa e troviamo un prezzo di equilibrio a 1 euro. Se lo avesse saputo (e io avessi avuto abbastanza soldi), mi avrebbe chiesto 5+4+3+2+1=15 euro per le brioches, in realtà, invece, ne pago 5 e il mio surplus è di 10 euro.

Supponiamo che in qualche modo (un’indagine, pettegolezzi di quartiere, chiacchiere ascoltate per caso fuori dal negozio, social networking, forum su Internet) il fornaio venga a sapere che io sono molto goloso, o che le sue brioches mi piacciono più di qualunque altro dolce, o che sarei molto felice di vederle migliorate dalla ricopertura con una glassa sottile. Potrebbe sfruttare questa informazione per modificare leggermente le brioches secondo i miei desideri (ma non necessariamente) e alzare i prezzi in modo tale che il nuovo prezzo di equilibrio sia di 2 euro.

Adesso, se i miei gusti e le mie disponibilità finanziarie non sono cambiati, il nuovo equilibrio mi vedrà acquirente di 4 brioches a 2 euro l’una. Risultato? Spendo 8 euro, 3 in più di prima, per avere una brioche in meno rispetto a prima. Il mio surplus si riduce a (5+4+3+2)-8=6.

Il punto è proprio questo. Quando comunichiamo, nel mondo reale, in rete, nei social network o nei forum, o cercando di costruire piattaforme in cui i consumatori interagiscono con le aziende (o i politici, o chiunque altro), vengono rivelate delle informazioni che possono essere usate per migliorare la qualità di prodotti o servizi, ma anche per aumentarne i prezzi.
È vero che la “soddisfazione” delle persone non si misura solo in termini monetari, (l’esempio è comunque valido anche in altri ambiti, ad esempio le nostre preferenze possono essere sfruttate a fini politici), ma nell’esempio di prima si nota come il consumatore risulti impoverito: con meno beni, pagati più cari, “espropriato” di una parte del suo surplus. Siamo sicuri che l’eventuale piacere di un po’ di glassa sulla brioche valga così tanto?

Se i produttori sono bravi a raccogliere informazioni sul mercato e sui clienti, a combinarle per soddisfarli con prodotti azzeccati, tanto meglio: si saranno meritati il loro profitto. Ma lasciamoli faticare un po’.
Non capisco perché debbano essere i consumatori a regalare, o quasi, alle aziende informazioni su di sé, sulle loro storie e preferenze, a fini commerciali.
Non capisco come questo possa dare forza ai consumatori (non stiamo parlando di un forum di consumatori o di gruppi che si scambiano orizzontalmente opinioni sui prodotti).
Soprattutto il valore affettivo ed emozionale attribuito ad alcuni prodotti mi sembra un dato altamente sensibile. Esperienze come lo storytelling sono affascinanti da molti punti di vista, ma possono essere rischiose per i consumatori, sotto il profilo commerciale.

Sono curioso di vedere come evolverà il Talking Village, perché l’opinione che mi sono formato via web di Flavia e Piattini è positiva e credo possano fare un buon lavoro. Ma non bisogna dimenticare che gli utilizzatori del marketing della conversazione dovrebbero essere le aziende, che non si suppone cooperino con i loro clienti, al di là dei buoni propositi e, ogni tanto, di una spruzzata di marketing etico.

giovedì 12 novembre 2009

Concetto monetario, concetto affettivo

Dopo alcune conversazioni recenti, mi sto ponendo con insistenza la seguente domanda.
Perché se un padre passa 15 ore al giorno fuori casa per lavoro è un professionista scrupoloso e da ammirare, se passa 8 ore alla settimana a schiantarsi di squash, spinning e a farsi qualche aperitivo con gli amici è una persona che dedica del doveroso tempo a se stesso, e se invece cerca ostinatamente di ritagliarsi degli spazi decorosi per godersi sua moglie e i suoi figli è un poveretto che non sa stare al mondo, o, nella migliore delle ipotesi una sorta di fanatico integralista della famiglia?

Una risposta che ho trovato è che, anche nei rapporti personali più stretti, il metro per il giudizio sia diventato monetario, e non più affettivo. Il numerario non è, magari, il denaro in senso stretto, quanto piuttosto l’ora di equitazione, la gara di go-kart, la scuola materna esclusiva che insegna conversazione in giapponese, la cena di coppia “obbligatoria” fuori, spero di avere reso l’idea.

Attenzione, non trovo nulla di sbagliato in nulla di tutto questo, anzi sono tutte belle cose, solo non mi pare nemmeno che vi sia qualcosa che non va nella scelta di stare con la famiglia. E non penso che il “quality time” sia necessariamente stare poche ore l’anno ai vari saggi dei figli (anche per controllare se gli investimenti hanno fruttato): anche provare a leggergli una storia prima di dormire, o stare ad ascoltare quello che hanno fatto durante la giornata, può andare bene.

E come mai, se qualcuno ha dei problemi di scarso impegno, motivazione o rendimento sul lavoro, la questione è grave, mentre se considera i propri bambini un peso da sopportare di malavoglia fino all’ora della nanna, si tratta di preservare i propri spazi vitali per essere uomini (ma forse anche donne) realizzati? E immediatamente, come per molte debolezze comuni, che a volte fanno anche comodo, scatta una solidarietà automatica, fra co-vittime di una prole che rende meno liberi?

Certo che rende meno liberi, sono i genitori che liberamente scelgono se fare i figli, poi però dovrebbero avere voglia di occuparsene non solo materialmente, ma anche affettivamente, ed è un vincolo molto serio.

Non sono abituato a dare giudizi sui comportamenti delle altre persone, se non richiesti, e soprattutto in campi come la genitorialità non credo proprio che esista un modello corretto predefinito.
Però comincio ad essere stufo di gente che rompe le uova nel paniere agli altri, sentendosi in diritto di pontificare e criticare, provando a mettere chi fa scelte lievemente controcorrente nell’angolo di una società che, forse anche per l’involuzione di certe basilari relazioni interpersonali, peggiora rapidamente.

domenica 8 novembre 2009

Raggi di sole

L’inverno è alle porte.

Ho trascorso un fine settimana domestico, fatto di dormite più lunghe del solito, partite a Monopoly junior con i bambini, riordino della camera dei maschi, visite ai nonni. Serviva, dopo un paio di settimane faticose.

Mi piacciono i colori e l’atmosfera dell’autunno. Il passaggio all’inverno lo trovo, invece, piuttosto cupo. Sarà per il buio, le giornate che si accorciano, il freddo.

Sembrava che i bambini avessero capito la necessità di noi grandi di un po’ di riposo in più, o forse erano stanchi anche loro. Si sono svegliati tardi, sono stati bravi e avevano una gran voglia di provare il loro nuovo gioco in scatola.

L’autunno, che quest’anno è stato ingeneroso con la famiglia di note, si è fatto salutare nel migliore dei modi.

I raggi tenui del sole del mattino, sabato a colazione, illuminavano il tinello e la curva delle guance rosee di Re, Sol e Mi sorridenti, le tazze e il biberon di latte in mano, lo sguardo vivace e complice di chi sta per trascorrere una giornata insieme in allegria.

L’inverno può arrivare.

venerdì 23 ottobre 2009

Tempo dispari

Ho sempre avuto un debole per i tempi dispari in musica.
Per la loro maggiore vivacità, perché conducono ciclicamente ad un equilibrio stabile come sequenza di equilibri apparentemente fragili, in costante movimento. Mi rilassano senza annoiarmi.

Mi sento un tempo dispari anche caratterialmente. Diciamo un tre quarti: prevedibile, affidabile, ma con continue variazioni e piccoli scartamenti. Forse anche per la mancanza di senso dell’orientamento (faccio fatica perfino a nuotare diritto seguendo la linea blu a fondo piscina).

Quando ascoltiamo musica insieme e c’è un tempo dispari, Si bemolle lo riconosce. Non la rilassa, anzi, ne nota l’asimmetria e ciò le provoca una leggera ansia, difficile da spiegare ma percettibile, sotto traccia.

Si bemolle è un quattro quarti.
Elegante, regolare e solida come la colonna di un tempio greco.

È fantasiosa e creativa, premurosa e affettuosa, spiritosa e seria, aperta al cambiamento e curiosa, intelligente e onesta, veloce e capace di gestire ogni imprevisto o situazione.

Riesce sempre a inquadrare tutto in modo perfetto nella breve cornice del ritmo pari di ogni battuta. Per poi cominciarne subito un’altra.

Non conosce pause, Si bemolle. La musica della sua vita di oggi è coinvolgente e in costante tensione, come il Presto agitato del Chiaro di luna di Beethoven. Io assomiglio più all’Allegretto di quella stessa sonata (ovviamente sono molto più goffo e meno delicato).

Domani nella famiglia di note si festeggeranno undici anni di matrimonio fra Do minore e Si bemolle.

L’unione dei due ritmi in un unico spartito in cui i diversi tempi si sovrappongono ha portato frutto: a me servono quattro battute per tornare in sincronia con ciò che lei può fare in tre, ma le asimmetrie e i controtempi che si creano nel frattempo sono abbellimenti che vivacizzano, rendono la musica unica, la variano sempre, senza togliere sicurezza e tranquillità a chi ascolta.

Serve coraggio a mescolare due ritmi, ci vuole molta forza per fare la scelta controcorrente di Si bemolle, di rinunciare a brillanti opportunità di carriera per occuparsi esclusivamente, con passione e ferrea disciplina, dei bambini, della nostra casa e di me. È il mio punto di riferimento e non c’è riconoscimento abbastanza grande per l’esempio e l’amore che ci dà.

Ma adesso la ricorrenza mi proietta verso il futuro, l’orecchio è teso solo per ascoltare e lasciarmi condurre da una musica bellissima e nuova, un affascinante tempo in quattro quarti che non mi stanco di inseguire e a cui cerco di sovrappormi, sempre portando con me qualche asimmetria.

mercoledì 21 ottobre 2009

Quei bravi ragazzi e la tre volte vittima

Ho dovuto leggere due volte, stamane, l’articolo che parlava della violenza subita due anni fa da una minorenne ad opera di otto “bravi ragazzi”, sul sito del Corriere.

Ho dovuto ingoiare a fatica la rabbia per ciò che ho letto, per il modo in cui i compaesani dei "bravi ragazzi" ne hanno preso subito le difese, giustificandoli, qualcuno addirittura desiderando di essere più giovane per poterli imitare. Come se abusare di una ragazza fosse la cosa più naturale del mondo. Come se tutti dovessero pensarla come loro. Come se tutti fossimo come loro.

Devo ancora metabolizzare l’amarezza per la vita che questa ragazza potrebbe avere davanti a sé, segnata dal dolore e dall’umiliazione di vedere i responsabili della violenza protetti, compresi, aiutati, ora e in futuro, dalla loro gente, mentre lei è stata scaricata, emarginata, incolpata.

Solo un esponente delle forze dell’ordine, sui due intervistati, ha ammesso che “forse, dato quello che hanno commesso, proprio bravi ragazzi non sono”.

Non è la prima volta che si sente una storia del genere, purtroppo. E la tragedia è che forse ci stiamo abituando. Ma leggere certe cose fa sempre un brutto effetto.

Il problema è che ormai, al di là delle vicende giudiziarie, stiamo accettando di tutto. Non siamo più in grado di stabilire ed erogare una sanzione sociale. Di far sentire a chi delinque il peso della propria responsabilità, la gravità delle azioni compiute, la fatica necessaria a recuperare la fiducia e l’accettazione degli altri. Presupposto indispensabile per poter arrivare, come società, al recupero e al reintegro di chi sbaglia.

Finchè il crimine rimarrà, anche a colpi di precedenti impuniti e battute discutibili, accettato, finchè rubare, evadere le tasse, molestare, abusare, usare violenza farà addirittura “figo”, non si potrà fare nessun passo avanti, e gli unici a subire e soffrire saranno i più deboli, le vittime.
E saremo sempre di più a diventare più deboli.

Come questa ragazza, tre volte vittima, poiché, oltre a subire la violenza, non ha trovato nessuno che la ascoltasse, né qualcuno che la comprendesse e la proteggesse.

Non voglio adattarmi a tutto questo.
Perché come padre sono preoccupato sia per mia figlia, sia per i miei figli, che crescendo potrebbero incappare in un branco del genere.
Perché come uomo non voglio rassegnarmi a un simile imbarbarimento, alla scomparsa rumorosa di molti valori sociali.

Perché in questa torbida storia i bravi ragazzi non sono i “bravi ragazzi”, ma qualcun altro.
E questo post è un piccolo segno inadeguato per farlo sapere.

domenica 18 ottobre 2009

Circolarità

Domenica mattina. Weekend dedicato a risistemare alcune cose a casa. Eccomi intento a raccogliere i giochi sparsi da Mi nella sua camera e nel resto della casa. Ieri era toccato alla stanza dei due maschietti.

Come molti genitori sanno, rovistare nei portagiochi mette a dura prova anche i più pazienti. Non si sa mai che cosa possa venirne fuori, né quanto tempo occorrerà a rimettere insieme tutti i pezzi di costruzioni, giochi in scatola, carte, diavolerie varie.

Fra un’imprecazione trattenuta e uno scambio di battute con Si bemolle, ho trovato anche il tempo di sorridere rimettendo a posto giocattoli che sono ormai al loro terzo giro, che magari hanno attraversato l’Oceano Atlantico in aereo, e fra poco lasceranno la casa perché anche Mi sta diventando grande.

Ci sono tante azioni che ripetiamo indefinitamente. Ma la circolarità di rimettere a posto giocattoli che sono destinati ad essere abbandonati da bambini che crescono, mi dà più di altre il senso dello scorrere del tempo, come l’allargarsi del tronco di un albero per anelli concentrici, forse perché il gioco è così importante per loro.

Mi districo fra i bambini, che vedendo in giro giocattoli che non trovavano da giorni, ci si tuffano sopra, rendendo il compito di riordinare ancora più difficile. Provo, non sempre con successo, a tenerli a distanza. Li sgrido anche un po’.

Vedo come si divertono tutti insieme.

Non credo proprio che il mio tempo sia sprecato.

lunedì 12 ottobre 2009

Stupore

Venerdì pomeriggio in una “bella” zona di Milano. Vado straordinariamente a riprendere Re da un’attività e torniamo a casa a piedi, insieme a un paio di compagni di classe e la mamma e la nonna che li accompagnano.

Ci fermiamo tutti sul marciapiede, di fronte al semaforo rosso di un incrocio trafficato.
A un tratto, un’auto guidata da un giovane con un amico a bordo, che dovrebbe procedere nella direzione perpendicolare alla nostra, si ferma con calma prima della linea d’arresto.

Stiamo chiacchierando, poi ci accorgiamo della macchina ferma e pensiamo sia scattato il verde per noi. Controlliamo, ma il semaforo è ancora rosso.

Attimi di smarrimento. Noi adulti ci guardiamo con aria interrogativa. Anche i bambini cominciano a domandarci perché la macchina si sia fermata nonostante il semaforo verde.

Il tempo di alzare lo sguardo per osservare meglio la scena e vediamo il giovane alla guida che, accortosi dello stupore generale, ci indica con un cenno che, immediatamente oltre l’incrocio, si è formata una coda dietro ad un tram.

Quindi sarebbe stato inutile impegnare l’incrocio, solo per rimanere incolonnato lì in mezzo, intralciando la circolazione.

Insomma, una minima accortezza di buon senso, educazione e rispetto delle norme del codice della strada. Cose che tutti abbiamo imparato almeno a scuola guida e non dovrebbero sorprenderci.

Invece, tre adulti e perfino tre bambini di sette anni hanno assistito increduli alla scena dell’auto ferma al semaforo verde, formulando qualunque ipotesi di spiegazione, tranne che il guidatore, saggiamente, non volesse avanzare per non bloccare l’incrocio.

Ma come ci siamo ridotti ?!?

martedì 6 ottobre 2009

Rappresentanza

Ancora lessico.

Fino a che punto si può dare una (sacrosanta) rappresentanza “democratica” a tutte le opinioni? E come è possibile trovare il giusto equilibrio fra rappresentanza e capacità di sintesi e decisione, facendo delle discussioni un momento propositivo e non una interminabile canea in cui prevalga chi strilla più forte?

Tempo fa ho ricevuto l’incarico di scrivere una testimonianza su un lavoro di gruppo. I temi sono stati discussi in un incontro fra colleghi, poi ho cercato di riportare, valorizzandolo, il contributo di ciascuno. È servita più pazienza che abilità, e alla fine tutti sono rimasti soddisfatti.

Il lavoro è riuscito bene per tre motivi: non si trattava di una cosa importante (tutti preferivano essere collaborativi anziché provare ad imporsi), c’era una base di conoscenza comune da comunicare, le persone avevano fiducia nella mia capacità di produrre un documento che interpretasse fedelmente le loro intenzioni e consentisse di ottenere in fretta un risultato positivo.

Un esercizio di democrazia elementare, in cui tutte le opinioni sono state rispettate, che tuttavia mette in luce le debolezze dei sistemi di rappresentanza nella realtà.

Non disponiamo di meccanismi condivisi di aggregazione e classificazione delle diverse idee per raggiungere un compromesso produttivo.
Quando i problemi sono importanti e sono in gioco gli interessi particolari, “democrazia” spesso significa cercare di confondere gli altri, con dibattiti lunghi e cavillosi, per prevalere.

E se da un lato è vero che, per la necessità di agire, le decisioni devono essere prese da una persona sola o da un gruppo ristretto, dall’altro spesso manca (raramente a torto) la fiducia nell’onestà e nella capacità di perseguire gli interessi comuni o più meritevoli da parte di chi ci rappresenta.

Un po’ sconfortato mi chiedo: come si esce da questo circolo vizioso? Come si può riuscire a riappropriarsi di una rappresentanza autentica?

lunedì 28 settembre 2009

Musica, Maestro!

Il momento tanto atteso è arrivato.

Il gioco è cominciato una decina di giorni fa, quando Re e Sol, incuriositi dai segni sulle pagine dei libri tenuti sul piano, mi hanno chiesto informazioni sulla durata delle note musicali, e gliele ho disegnate tutte su un foglietto di carta, puntualmente strappato dalla sorellina.

Poi sono andato a cercare qualche spartito di pezzi facili per bambini, anche a quattro mani: la tecnologia dei pianoforti digitali ci viene in aiuto e ci fa divertire.

Nei giorni seguenti, Sol ha più volte chiesto di poter suonare insieme. Gli piace.
È emozionante aiutare le sue piccole mani a premere i tasti giusti mentre con la sua voce intonata canta le note.
Intenerisce quando difende le registrazioni che gli servono per suonare con il papà dagli attacchi, più o meno volontari, dei fratelli che mettono le mani sul pulsante Rec, cancellando tutto.

La piccola Mi va e viene dal pianoforte, lo apre, si arrampica sul panchetto e preme qualsiasi tasto attiri la sua attenzione. Non ha ancora imparato ad accenderlo e spegnerlo, ma credo sia questione di tempo. Sembra che la musica le piaccia.

Re per adesso rimane in disparte, ma si prende sempre i suoi tempi. Simula un certo distacco, ma poi prova a suonare quando i fratellini non lo vedono. Dice che forse la chitarra gli piacerebbe di più, ma non si sente ancora di provare, che quando avrà più voglia mi chiederà di insegnargli. Vedremo.

Ho tenuto fede al mio impegno di non forzare i miei figli a suonare uno strumento se non ne avessero avuto voglia, e intendo continuare così.
Ma anche se non ci fosse un seguito, questi fugaci Impromptu pianistici sono stati una vera gioia.

venerdì 11 settembre 2009

Buona politica e grandi uomini politici

Esistono ancora.
Noi non ci siamo più abituati, ma nonostante la costante esposizione ad un teatrino scadente, non mi sono ancora assuefatto e sono stato in grado di riconoscerli alla prima occasione.

Mercoledì sera (ora americana), il presidente Barack Obama ha tenuto al Congresso e in diretta televisiva in prime time un discorso sul suo progetto di riforma sanitaria.

Non sono un analista politico, né un critico letterario, però qualcosa la vorrei dire.

In meno di 45 minuti, Obama è riuscito a coinvolgere i parlamentari (e, credo, il pubblico a casa) con un discorso chiaro, diretto, incisivo, concreto, motivante. Che ha ottenuto in molti passaggi applausi e approvazione bipartisan e credo gli abbia fatto riguadagnare parte della popolarità che aveva perso di recente, proprio a causa della riforma in questione.

È stato capace di usare al meglio tutti gli strumenti retorici senza ricorrere a orpelli inutili né ad aneddoti sentimentali (solo un paio di minuti è stato dedicato ad una testimonianza commovente).

È stato capace di tracciare di nuovo le linee guida della sua azione in materia sanitaria, senza perdersi in tecnicismi difficilmente comprensibili o che rischiassero di legargli le mani in futuro. Linee coerentemente già espresse in campagna elettorale, che gli sono valse l’elezione.

È stato capace di mostrare chiaramente la sua idea di giusto e sbagliato in materia di utilizzo dei denari pubblici, tema scottante, muovendo critiche senza gettare la croce addosso a nessuno con malizia e malafede, nemmeno parlando di una lunga e costosa guerra finanziata a debito.

Quello dell'altra sera mi è parso il discorso con contenuti anche concreti più accorato da quando Obama si è insediato alla Casa Bianca. Per quanto mi riguarda, è forse il discorso migliore che abbia ascoltato da un politico vivente.

Spero che la riforma sanitaria di Obama abbia successo e che lui possa realizzare i suoi progetti. Saranno utili agli Stati Uniti e al resto del mondo.

La strada è in salita, ma avere un Presidente che ci mette la faccia (nel modo giusto) e si gioca un enorme patrimonio politico su temi così delicati e così rapidamente è un ottimo viatico per un Paese.

Sono contento di aver voluto e potuto assistere allo spettacolo.


Per chi fosse interessato, seguono i link al testo del discorso e alle riprese televisive (in Inglese).


lunedì 7 settembre 2009

Tutto 2.0

Sono blogger da poco e non sono una mamma. Come credenziale posso tuttavia vantare una moglie mamma blogger, che mi ha coinvolto in questa esperienza e con cui spesso mi trovo ad analizzare le implicazioni e la portata del fenomeno.
Non amo le etichette, in generale, quindi fatico a considerarmi un daddy-blogger. Sono un uomo, che condivide con lo strumento del blog alcuni pensieri, a volte sulla paternità, a volte su altri argomenti, e che apprezza la possibilità di discutere alla pari e in modo disinteressato con altre persone.

La querelle sulle mamme 2.0 ha suscitato in me più di una perplessità, perché fatico a mettere a fuoco i reali termini della questione.

Sono molto colpito dal dilagare del suffisso 2.0, ormai secondo me abusato.
Dopo la realtà virtuale, quasi qualunque esperienza del mondo fisico è stata arricchita di una parte digitale interattiva e self-generated.
Ciò può dare a molti l’illusione del controllo, ma temo non sia così.

Spesso il controllo è nelle mani di qualcun altro, che non sempre ce lo dice esplicitamente.
Un esempio: i commenti ai libri che leggo su amazon.com sono utili guide nella scelta delle letture e, statisticamente, disinteressati.
Ma se fossero gli editori a invitare gruppi di lettori potenzialmente influenti con il loro passaparola a commentare i libri sul web, la cosa potrebbe risultare un po’ sospetta. O no?

Se l’interattività dev’essere fornire idee, contenuti e massa critica a qualcuno che le sfrutti a fini propri con il pretesto di scoprire l’acqua calda (come lo scambio di vestitini e le “amicizie” via Internet) o di fornire “visibilità” solo perché ha un nome o un marchio popolari, capaci di attrarre la gente, non sono sicuro che sia positiva.
Si tratta del vecchio principio della televisione commerciale: aggrego un pubblico numeroso e lo vendo al migliore offerente, per vari scopi.

In un simile contesto, i benefici non ricadrebbero su tutti, ma solo sui pochi attori che presidiano gli snodi critici della catena (della comunicazione? Del valore?).

Ho un’idea diversa dell’interazione non commerciale e non propagandistica su Internet.
Mi aspetterei come minimo di essere informato su quali siano gli scopi per cui le idee e i contenuti generati e postati possono essere utilizzati, e da chi.
Infatti i contenuti, benché condivisibili, rimangono proprietà di chi li genera, che non dovrebbe essere espropriato dei diritti di sfruttamento economico, intellettuale e di immagine delle proprie idee. Non a caso su questi temi, mascherati in vario modo, il dibattito si infiamma.

La popolarità di Beppe Grillo sul web è enorme, ma anche le mamme blogger hanno attirato grande attenzione mediatica. Non è così scontato che siano le seconde nel loro complesso a beneficiare della visibilità del primo, anzi.
E non credo sia solo un problema di copyright sul nome di mamme 2.0.

Se vi fosse qualche iniziativa imprenditoriale a carattere informativo o di servizio per le mamme, Grillo potrebbe farle indirettamente pubblicità, ma questo non significa che sarebbe necessariamente l’intero mondo delle mamme blogger a beneficiarne, bensì, primariamente, solo chi gestisse una simile attività.
Intendiamoci: sono un accanito sostenitore delle iniziative imprenditoriali e di un capitalismo corretto e responsabile, quindi non trovo nulla di sbagliato nel guadagnare grazie a Internet. Al contrario, queste cose mi interessano moltissimo. Magari si riuscisse a usare la rete per ottenere prodotti e servizi migliori e innovativi rispetto a quelli del mondo reale e del web 1.0!
Solo, stante il fair play che di solito vige fra blogger, se questo fosse il caso, sarebbe opportuno saperlo.

Sui blog si può scrivere quello che si vuole. Ci si può anche lavorare. Basta che sia tutto spiegato chiaramente. Non vorrei trovarmi a pensare di scambiare idee con una persona e poi scoprire che sto regalando idee di marketing o sviluppo ad una azienda, o che mi sto prestando ad una pubblicità occulta.

Mi piacerebbe, invece, pensare che gli utilizzatori del web potessero relazionarsi con gli attori economici, giustamente orientati al profitto, in maniera costruttiva ma critica, magari orientando le scelte dei prodotti e servizi da realizzare e i modi in cui realizzarli, ed esplicitando eventuali conflitti di interesse.

Sarà l’italico vizio del sospetto, ma alcune situazioni mi lasciano alquanto perplesso. E l’uscita di Grillo, che pure ha condotto alcune battaglie apprezzabili e condivisibili, accresce i miei dubbi.

venerdì 4 settembre 2009

Miglia! Miglia! (C’è sempre una prima volta)

Sarà capitato anche a voi?

In anni di onorata carriera e regolari viaggi all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, ho accumulato un discreto gruzzoletto di miglia premio.

Negli ultimi due anni, con una certa soddisfazione da parte mia, le missioni all’estero si sono diradate, consentendomi di non volare nell’ultimo anno. Ma il mio tesoretto di miglia sarebbe dovuto rimanere vivo e vegeto fino a fine 2010.

Siccome però le cose non sono mai semplici come sembrano, a causa delle difficoltà delle aviolinee americane che falliscono, rinascono e si fondono tra loro, ho scoperto a fine agosto che le mie miglia, se inutilizzate, sarebbero scadute a fine settembre 2009. Così, per la prima volta, mi sono deciso a usarle.

Poco male, ho pensato: con due cognati dall’altra parte del mondo, quale migliore utilizzo delle miglia che regalare loro un biglietto aereo per la prossima vacanza?

Grave errore. Sì, perché provare a prenotare biglietti premio per due persone si è rivelato un compito arduo, che ha richiesto molto tempo, perseveranza e fitte comunicazioni via telefono, email e Skype, e ha messo a dura prova la mia pazienza.

Ora, io capisco che i biglietti premio siano un costo per la compagnia aerea e che quindi questa cerchi di renderne l’utilizzo il più complicato possibile, ma c’è un limite a tutto.
Tariffe e disponibilità di posti che cambiano praticamente in tempo reale, sottraendoti il posto da sotto il sedere in un clic, malfunzionamenti del sito, combinazioni di voli che ti obbligano a passare da Amsterdam, Parigi o Londra per raggiungere, ad esempio, Berlino da Milano.

E costi. Sì, perché ci sono da pagare tasse e balzelli ogni volta che si transita da un aeroporto, e quanto più l’itinerario è tortuoso, tanto maggiori sono le spese. Alla fine, spostarsi in Europa con un biglietto premio può costare quasi il doppio di un onesto volo low cost “di marca”.

Ma non solo. Una volta effettuata, dopo varie peripezie, la fatidica prenotazione, sono andato a controllare con il fiato sospeso la sezione del sito relativa a tutti i costi nascosti, che possono fioccare per chi prenoti il biglietto per telefono (con numero verde), oppure debba farlo riemettere perché lo ha perso o perché deve spostare il volo. O, ancora, perché si appoggia ad una compagnia partner per la gestione della pratica (fatto curioso, questo, in epoca di avio-alleanze sempre più ampie).

Mi domando: ma non farebbero una figura migliore a chiedere semplicemente più miglia per un volo, invece di provare a raggranellare soldi qua e là?

Insomma, prenotare un biglietto premio si è rivelato un percorso accidentato da cui, forse, sto uscendo con la soddisfazione di fare un piacere ai miei cognati e la possibilità di estendere la vita utile delle miglia residue di almeno un altro anno (sulla carta più a lungo, ma meglio andarci cauti). Ne varrà la pena?

mercoledì 2 settembre 2009

Dieci cose di me


Condizioni di questo premio sono: raccontate ai vostri lettori 10 cose che si sappiano o meno di voi ma che sono vere. Indicate 10 persone che hanno diritto al premio e siate sicuri di far loro sapere che sono stati contrassegnati (un breve commento sul loro blog andrà bene). Non dimenticate di collegarvi di nuovo al blogger che vi ha premiato.

Ricevo questo premio da Mamma in 3D/Si bemolle. Lo giro, simbolicamente perché credo siano già stati premiati, a chi ha corrisposto con me in questo periodo e mi ha offerto accoglienza, dialogo, stimoli che mi hanno incoraggiato a proseguire con piacere su una strada di comunicazione sincera e di aperto scambio di idee. Grazie.

Renata, Laura.ddd, Desian, Extramamma, Marilde, Flavia, Angela C2, PaolaFrancy, Mammamsterdam.

E per non smentire il tema del blog, ad ogni aspetto lego una “colonna sonora”.

1. Goloso. Sono goloso di cibi (dolce o salato, vanno entrambi bene), di libri, di musica e di coccole dei miei bambini. Ogni tanto un piccolo vizio ci vuole. E mi lascio cullare da James Taylor: “Sweet Baby James”.

2. Curioso. Mi piace scoprire cose nuove. Ho viaggiato, studiato, fatto esperienze e tante ancora spero di farne. Ma soprattutto desidero scoprire le belle cose ancora nascoste in ciò che ho già, con chi mi sta accanto. Guccini: “Vorrei” e “Tango per due”.

3. Tranquillo (e un po’ pigro). In un mondo che impone di correre e faticare, mi piace prendermi qualche momento per godermi quello che ho. James Taylor: “Secret o’ life”.

4. Non amo essere etichettato dal punto di vista dei comportamenti, delle idee, degli orientamenti né apprezzo molto chi si autoassegna un’etichetta. Mi piacciono la buona fede, le persone libere e intellettualmente oneste: nessuna idea o parte politica a cui aderire può detenere il monopolio del bene e del giusto. Sting: “Russians”.

5. Costruttivo. Mal sopporto le lamentele e le critiche sterili. Per quanto mi riguarda, anche se non sempre ci riesco, provo ad accoppiare ad ogni critica una proposta di miglioramento. Guccini: “Le piogge d’aprile” , “Canzone delle domande consuete.

6. Ironico. Non sopporto chi si prende troppo sul serio e non sa ridere. Cerco sempre di scherzare, sdrammatizzare le situazioni, se possibile: mi piace l’ironia, su me stesso in primo luogo. È anche uno strumento per andare più in profondità delle cose di quanto molti credano. Guccini: “Via Paolo Fabbri 43”.

7. Rigoroso. Mi piace lavorare sodo, impegnarmi, avere la sensazione di fare qualcosa di costruttivo, per me e per gli altri, di passare qualche messaggio che valga la pena ascoltare. Sting: “Fragile” , James Taylor: “Only a dream in Rio”.

8. Affettuoso. Non ho paura di mostrare i miei sentimenti alle persone che conosco bene e a cui voglio bene. James Taylor: “Shower the people”.

9. Ambizioso. L’umiltà per riconoscere i miei limiti è necessaria, ma se devo scegliermi un modello per provare a lasciare un segno nel mio piccolo mondo, meglio “volare alto”. Esempio: ecco la ragione per cui ho messo le mani su una chitarra. Sting: “Message in a bottle” .

10. Fortunato. Dopo anni di alterne fortune, ho trovato una donna eccezionale con cui costruire una vita che mi rende molto felice. James Taylor: “Something in the way she moves” e Guccini: “Scirocco”.

domenica 30 agosto 2009

Padre prosaico

La lunga estate sta per terminare e casa mia non sarà più riempita dalla quiete irreale delle mie settimane milanesi di solitudine. Sette settimane di solitudine, in mani più abili potrebbero diventare materiale letterario di prim’ordine.

Con settembre ricomincerà la routine della famiglia di note, e mi è venuta in mente una piccola riflessione sulla relazione fra presenza, gesti e rapporto padre-figli.

Credo che il legame fra i miei figli e me si alimenti grazie al tempo passato insieme, al modo di stare insieme, alle esperienze condivise. Intensamente e nella massima quantità possibile.
E che vivere e lavorare per loro, o divertirmi con loro, non siano gesti di liberalità e di elevazione dello spirito, bensì elementi definitori e ineludibili di un ruolo di padre non solo biologico.

Mi considero un uomo romantico, ma non mi è ancora capitato di pensare che fare la doccia ai bambini, giocare al calciobalilla con i maschietti o portare la piccolina a spasso per mano in spiaggia, creino un profondo legame mistico tra le nostre anime. O che recuperare uno dei bambini dopo una bevuta d’acqua salata in mare veicoli il messaggio implicito che il papà sarà sempre presente per sostenerlo e tirarlo fuori dai pasticci se necessario.

Semplicemente, in una famiglia molte cose sono necessarie e hanno una utilità evidente. Farle, spesso, è anche piacevole, senza bisogno di trovare significati nascosti o trascendenti: ho desiderato ardentemente i miei figli ed è giusto che poi me ne occupi per quanto sta nelle mie possibilità.

Secondo me, questo non significa togliere poesia alla paternità, ma al contrario illuminarla di consapevolezza, nella convinzione (illusione?) che vi sia una bellezza semplice anche nella prosa concreta di ogni giorno.

Il messaggio di attenzione e premura che arriva dal compiere piccoli gesti tangibili ogni giorno, dalla volontà di essere vicini, è forte e comprensibile. L’amore e la fiducia si nutrono anche di queste cose.

Nei ricordi e nell’immagine che ho dei miei genitori, e che spero i miei bambini abbiano di me, non sono solo i singoli episodi straordinari a rimanere fissati, ma anche lo scorrere della vita quotidiana con i suoi aspetti ripetitivi, in cui molto di noi stessi si rivela.

Così, senza sminuire le intense sensazioni provate in situazioni speciali, e senza volermi privare di alcuna di queste gioie, non rincorro a tutti i costi l’emozione nei gesti ordinari.
Il calore di una mano stretta andando a scuola, la luce di un sorriso, gli sguardi cupi o un broncio dopo un rimprovero sono, per fortuna e per scelta, i compagni di viaggio di un papà prosaico, che cerca di essere presente facendo del suo meglio.

venerdì 28 agosto 2009

Quello che rimane

Il celebre detto secondo cui sarà l’ultima cosa che avrai fatto a rimanere impressa nella memoria degli altri ha un fondo di verità.
Varie opere “incompiute” di grandi musicisti sono divenute eterne più per il fatto di non essere state concluse che per meriti propri (con la notevole eccezione di una fuga di Bach a tre temi).

Fin qui, nessun problema. Le complicazioni sorgono quando non sei un artista.

Quando, magari, hai investito anni di studio e di lavoro nello svolgimento di una professione intellettuale, che richieda un costante sforzo di aggiornamento e invenzione, la curiosità e la voglia di imparare e metterti in discussione. Allora, forse, ti piacerebbe trovare un terreno di dialogo fertile e vivace.

In molte situazioni, il fatto di avere accumulato esperienze diverse, ma utili ad un percorso professionale coerente e, magari, di successo, dovrebbe essere considerato un vantaggio, e non ignorato da chi, al momento di sfruttare le tue competenze, bada invece solo all’ultimo lavoro svolto, come se ti fossi improvvisamente dimenticato di tutto quello che hai fatto prima.

Anche il saper coltivare interessi diversi, elogiato come indice di capacità organizzativa e forza di volontà, viene sovente trascurato.

Soprattutto nei casi in cui il sapere venga parcellizzato e si richieda un certo grado di specializzazione, la capacità di combinare informazioni provenienti da ambiti diversi, di rompere gli schemi, è più preziosa del rigido ragionamento a compartimenti stagni, ma, purtroppo, non sempre è apprezzata.

Così, talvolta, puoi ritrovarti a pensare all’impegno profuso, a ciò hai provato a costruire, e osservi quello che rimane di tante energie e tanti progetti, domandandoti se stia ancora viaggiando nella direzione giusta.

E, trasferendo queste considerazioni alla mia esperienza di padre, credo che l’esortazione, che intendo dare ai miei figli, a crearsi tanti interessi, sviluppare le loro passioni, studiare il più possibile, sarà l’ennesimo messaggio un po’ inusuale, di questi tempi.

martedì 25 agosto 2009

Tecnologia

Sono sempre stato affascinato dal progresso tecnologico, ma anche un po’ lento ad adottare le innovazioni.
Mi piace riuscire a sfruttare bene quello che ho prima di passare a qualcosa di nuovo.

Non soffro di nostalgia. Quando il CD ha sostituito gli LP in vinile, ero ancora giovane e la mia collezione di dischi limitata. Inoltre, possedevo molte più musicassette, più pratiche, ma dal fascino molto minore dei 33 giri.

Il passaggio dai CD ai file sul computer l’ho vissuto come una comodità, e anche se non ho ancora rinunciato alla mia piccola discoteca di musica classica, non le sono così affezionato da non poterla abbandonare.

I libri, però, quelli sì hanno catturato la mia attenzione e la mia passione fin da piccolo.

Il fruscio della carta, l’odore delle pagine, certe edizioni anni ’60 e ’70 un po’ ingiallite, il piacere di possederli anche come oggetti.

Immaginarmi immerso nella vicenda di un romanzo o di un saggio appassionante, senza la sensazione tattile della copertina e delle pagine fra le dita, mi pare improbabile a dir poco.

Certo, quando in casa si è in cinque a leggere volentieri (Re e Sol sembrano già avviati su una buona strada e anche Mi mostra interesse per i libri), qualche domanda su dove conservare i preziosi oggetti devi cominciare a portela.

Ebbene, quando quest’estate sono arrivati gli zii dall’avanguardistica West Coast, portando con sé il nuovo lettore di ebooks di Amazon, e Si bemolle me ne ha parlato bene, confesso di aver provato una duplice sensazione.
Da un lato, lo stimolo dell’apparecchio nuovo e della potenziale soluzione ai problemi di spazio. D’altra parte, lo smarrimento di leggere senza il libro nella sua apprezzata fisicità.

L’adozione di questo lettore digitale da parte della famiglia di note è ancora di là da venire, ma è il caso di cominciare a pensarci. Ho bisogno di tempo per adattarmi alle novità…

venerdì 7 agosto 2009

Estate italiana

Bollettino (semiserio, perché le cose gravi sono altre) dell’estate 2009.

Cronache di disservizi negli aeroporti, soprattutto con voli di una compagnia di cui abbiamo fatto bene a difendere a caro prezzo l’italianità, altrimenti, chissà, qualche volo sarebbe anche potuto partire pieno di passeggeri ma senza overbooking, in orario e con i bagagli recapitati a destinazione.

Notizie di aumenti del prezzo dei carburanti, tutti pienamente giustificati, a ridosso delle partenze per il grande esodo estivo.

Immagini di trenta chilometri di auto in coda sul passante di Mestre.
Soggetti vari, dotati di spiccato senso dell’umorismo, che nei telegiornali suggeriscono ai vacanzieri italiani, già psicologicamente preparati ad affrontare un’odissea per raggiungere l’agognata meta, di non partire sabato 8 agosto dalle 6 alle 14.
Ora, per fortuna io non sarò fra quanti si metteranno in marcia per le vacanze sabato, ma mi sembra veramente una presa in giro di cattivo gusto.
Quindi il colpo di genio, che purtroppo riguarderà anche me, della chiusura totale di un tratto autostradale della Milano-Genova (aperto, così, per dire, tutto inverno) dal 5 al 18 agosto. Senza parole.
Ovviamente, tutta questa qualità ed efficienza a fronte di pedaggi autostradali che aumentano ogni anno.

Al mare, in una nota località della Riviera ligure in cui le spiagge sono più vuote degli anni scorsi e in cui molti ristoratori e albergatori sembrano avere, una volta tanto, una ragione seria per lamentarsi, case e stabilimenti balneari hanno sempre prezzi altissimi e, anzi, si progettano nuove opere di edificazione ed espansione, sostenute da futuri aumenti.
Tutto ciò con infrastrutture, anche igieniche, vecchie di decenni, col risultato che per buona parte del mese di luglio l’acqua di un ampio tratto di mare non è stata balneabile. La cosa, però, non è stata pubblicizzata troppo, per non spaventare inopportunamente i turisti da spremere ben bene: tanto la Liguria è comoda per Milanesi e Torinesi, cosa volete che sia un banale problema di salute pubblica?

Anche in vacanza siamo vittime di situazioni con poche alternative: la famosa concorrenza che dovrebbe avvantaggiare i consumatori è una pia illusione nel paese dei monopolisti, dei cartelli, dei furbi e dei quindicimila euro l’anno di reddito dichiarati.
E se chi possiede case, o gestisce alberghi e impianti nelle località di villeggiatura, preferisce tenerli vuoti piuttosto che abbassare i prezzi, in barba a tutte le teorie economiche, una ragione ci sarà.

Se questo dev’essere l’effetto rilassante delle vacanze, l’autunno si preannuncia nervoso.

martedì 28 luglio 2009

Senza vergogna

Oggi ho letto un bell’articolo di Gianrico Carofiglio sul sito de La Repubblica.

Lo condivido volentieri. Mi ha molto colpito, perché unisce considerazioni sullo stato della nostra democrazia a osservazioni sull’uso improprio della lingua e di alcune parole, un tema che mi sta a cuore e secondo me non è estetico, ma di importanza sostanziale.

Il lessico della nostra vita civile, la sua ortografia e la sua sintassi, che sono stati progressivamente trascurati, come quelli della lingua italiana, sono un patrimonio di tutti noi e non dobbiamo perderlo.
Non diventiamo senza vergogna.

lunedì 27 luglio 2009

Amori a tre gambe e altre letture

Quest’estate le mie letture non decollano. Sto leggendo libri interessanti, ma nessuno mi ha coinvolto veramente.
Certo, il confronto con le letture di quest’inverno, fra cui la trilogia di Larsson, è impietoso.

Fra gli altri, c’è stato il bel “Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto”, che narra una storia quasi incredibile: l’incontro fra il pianista geniale, un accordatore canadese quasi cieco che ha imparato il mestiere per evadere da una realtà di povertà e abbandono desolanti, e un pianoforte straordinario, l’“amore a tre gambe” di Gould. Il CD 318, costruito dalla leggendaria Steinway & sons negli anni bui della seconda guerra mondiale, quando alle maestranze veniva imposto di usare i legnami pregiati per fabbricare alianti per il trasporto dei soldati e bare.

C’è stato “Survivor”, la storia dell’ultimo sopravvissuto di una setta religiosa americana. Scritto dall’autore di culto di “Fight club”, avrebbe dovuto tenermi sveglio la notte, ma non ha raggiunto l’obiettivo.

Ci sono i libri per la buonanotte dei bambini, sto leggendo Ian McEwan per valutare se vada bene.

C’è Re, che è autonomo e ha iniziato il secondo volume della collana per bambini “Gol”. Gli piace molto, ma non ha ancora capito che quando, il venerdì sera, gli chiedo a che punto sia arrivato, la risposta che mi attendo non è “a pagina 32”. E allora mi racconta come si sia sviluppata la vicenda della squadra di calcio delle Cipolline nel corso della settimana.

In attesa del libro giusto, mi tengo informato.

lunedì 6 luglio 2009

Triste ma comodo

Ieri sera sono rientrato a Milano, dopo alcuni giorni di vacanza trascorsi al mare con la famiglia di note. Momenti utili a rilassare la mente, ma spesso faticosi dal punto di vista fisico.

Il trasferimento al mare è sempre impegnativo, sia perché la vita domestica va organizzata in una casa più piccola, sia perché le ore in spiaggia con tre bambini e i loro giochi, corse, bagni in mare, richiedono attenzioni costanti.

Ogni volta che ritorno a casa per le mie settimane estive da padre single, mi ricordo il commento di un vicino d’ombrellone, che ha descritto la condizione del papà solo in città come “triste, ma comoda”.

Anche quest’anno, in cui finalmente le mie vacanze assomigliano più a un riposo che a un lavoro, sarà così.
La mia famiglia mi manca tanto, ma il silenzio e l’ordine un po’ tristi di una casa spaziosa, per qualche settimana, si possono sopportare.
Mentre si può leggere o fare qualche esercizio di musica prima dell’ora della nanna. Oppure vedere qualche amico che, con i normali ritmi di vita, non si riuscirebbe a incontrare. O tirare tardi in ufficio senza creare problemi a casa.

La telefonata della buonanotte con Si bemolle è la conferma che il destino favorisce i padri che lavorano in città. Sarà la lontananza, saranno motivi diversi… ma alla fine contiamo sempre i giorni che ci separano dal weekend!

martedì 23 giugno 2009

Creatività e disciplina

Gli Studi di Chopin sono la dimostrazione definitiva della sua grandezza creativa.

Spesso si associano alla creatività la spontaneità e la fantasia.
Disciplina è invece diventata una parola desueta, dall’accezione negativa, impopolare.
Sembrano termini antitetici, ma credo sia un’associazione di idee molto scorretta. L’esperienza mi insegna che la creatività, per svilupparsi, va accompagnata da una grande disciplina.

L’immagine dei creativi con la dote di sfornare idee brillanti e originali in quantità, istintivamente, rapidamente e senza sforzi apparenti, refrattari alle regole e agli schemi mentali e comportamentali seguiti dai più, è invece molto diffusa e in voga.

Creativo è chi riesce a inventare qualcosa di nuovo: un’opera d’arte, un prodotto, un servizio, un modo di risolvere un problema o di svolgere un compito.
Tipicamente la creatività richiede la capacità di osservare la realtà che ci circonda e i problemi da affrontare con una prospettiva diversa dal solito, ma questa capacità non si sviluppa spontaneamente, se non fino a un certo limite.
Sono la curiosità e la volontà di leggere, di conoscere cose nuove e in apparenza distanti dalle attività abituali, a permettere alla mente di immaginare nuovi percorsi, nuove relazioni fra nozioni, situazioni, esigenze, problemi e soluzioni. Di “farsi venire” idee.

Il desiderio di imparare e studiare sempre di più, di autoeducarsi direi io, di “fare formazione permanente”, come direbbe qualche consulente, richiede impegno, costanza, metodo. In una parola: disciplina.

Così come disciplina è necessaria per abbandonare una strada che non porta a nulla, anche quando se ne sia già percorso un lungo tratto, magari con fatica e con le migliori intenzioni.

Molti individui e organizzazioni, oggi, trovano nell’irrigidimento burocratico una illusoria protezione dall’incertezza e dagli insuccessi.
Ciò soffoca le migliori capacità delle persone, il loro desiderio di creare, costruire, riuscire, e confonde l’accezione positiva di disciplina con quella, negativa, di rigidità, controllo e segregazione.

Per una reazione altrettanto sbagliata, si scambia la voglia di sfuggire alle regole, ad un lavoro di studio e analisi accurato su cui fondare proposte e decisioni, con la creatività, come se quest’ultima rappresentasse il mezzo per liberarsi da sovrastrutture pesanti e da norme e prassi che, benché migliorabili come tutto, spesso sono opportune.

Raramente troviamo l’istinto dietro alla creatività, e mai superficialità.
La leggerezza e l’eleganza dei risultati sono il frutto di un lavoro duro e rigoroso.

Anche nel campo dell’arte, l’importante componente della fantasia si innesta su una base di conoscenze ampia, solida e multidisciplinare. Da qui nasce la capacità di ragionare in modo originale e trasversale, di cogliere spunti e stimoli da direzioni inattese.

Creatività non è vuota apparenza, non è sregolatezza, non è evasione, né furbo espediente.
Disciplina non è costrizione, né forzatura o privazione della libertà.

Oggi impegno e creatività sarebbero necessari, mentre la superficialità, la fuga dalle responsabilità e la ricerca delle scorciatoie dominano.
Anche ricordarsi del significato di poche, semplici parole può essere utile.

venerdì 19 giugno 2009

True colors

“Papà, qual è il tuo colore preferito?”

“Papà, ti piace più il grigio o l’arancione?”

“Papà, preferisci il rosso o il nero?”

“Dipende. Mi piacciono tanti colori, ma dipende dall’oggetto e dall’occasione di cui stiamo parlando. Ad esempio, un abito grigio è molto bello ed elegante, mentre il cielo grigio è meno bello di un cielo azzurro.”

“No. L’arancione è il mio colore preferito, in tutti i casi.”

Quando penso al modo in cui gli adulti accettano di piegare metri e principi a seconda delle situazioni, talvolta fino al punto di diventare “utilizzatori finali” di una morale distorta, mi domando se non sarebbe opportuno ritornare, almeno in parte, alla visione del mondo spontanea e un po’ dogmatica dei bambini.

domenica 14 giugno 2009

Che cosa si dà a un figlio?

Che cosa si dà a un figlio? Le risposte alla domanda possono essere molteplici e tutti i genitori partono con i migliori propositi.
Recentemente, mi sono trovato di fronte ad una piccola riflessione concreta.

Re aveva cominciato a mostrare un crescente interesse per la sua bici e a manifestare il desiderio di andarci più spesso e senza rotelle, come i suoi amici.
Così, in uno dei weekend di maggio trascorsi a Milano causa figli malati, ho smontato le rotelle e l’ho portato ai giardini per imparare.

Non è bastata un’ora di tentativi e l’atteggiamento dell’allievo non è stato esattamente collaborativo (in pratica non pedalava nemmeno).
Allora, per evitare confusione e imbarazzi, si è deciso di proseguire le lezioni nella corsia dei box di casa nostra.
Siamo andati avanti ancora varie volte, la sera, al rientro dal lavoro.

Da parte mia, è servita tanta pazienza e la volontà di sopportare caldo e mal di schiena.
Re ci ha messo le decisioni di superare la paura di cadere, e di ascoltare, finalmente, le istruzioni del papà.
Alla fine, è riuscito ad imparare a partire e a pedalare sempre da solo, perfino senza il classico sostegno sotto la sella.

Vederlo andare da solo, su una bici ormai piccola, e procedere incerto, a volte a zig zag (ci vorrà ancora qualche sessione di perfezionamento), è stata una grande soddisfazione e una forte emozione.

I miei figli sono uno diverso dall’altro. Re è quello che, forse, mi assomiglia di più dal lato del carattere. Per questo, quando vedo in lui alcuni difetti che riconosco di aver avuto da bambino (e magari ancora oggi), come la testardaggine, la pigrizia, e soprattutto la tendenza a ritenere poco importante qualcosa che non riesca bene subito, vengo assalito dal desiderio di correggerlo.

Vorrei che mio figlio potesse vivere una vita più piena fin dalla sua infanzia, senza che si perda nulla solo perché fare una certa esperienza può costargli un po’ di fatica in più. Sarebbe stato utile anche a me, da bambino, essere spinto a superare più spesso questo limite.

Da quando mi sono sposato, ho cercato di dare a chi vive con me quello che non ho avuto: una vita regolare, con dei ritmi magari intensi, ma ben scanditi, con una separazione netta fra lavoro e privato.
Una vita che non comportasse per Si bemolle sacrifici aggiuntivi rispetto al già gravoso impegno di gestire casa e lavoro prima, casa e famiglia poi, per “corrermi dietro”. E, per i bambini, il disagio di un padre dalla presenza rara, irregolare e magari distratto. Fino ad ora penso di esserci riuscito.

Quello su cui non avevo mai riflettuto bene è quanto sia importante e difficile provare a non dare qualcosa ai miei figli. E non mi riferisco ai famosi “no”, tanto necessari ai bambini.
Mi riferisco a tutto ciò che posso trasmettere loro implicitamente e inconsapevolmente con i miei comportamenti: difetti, debolezze e limiti caratteriali.
Pecche che da adulto si possono gestire e tollerare, ma che, seminate in un bambino, possono svilupparsi in modo imprevedibile e magari irrecuperabile.

Dovrò lavorare ancora molto, ma sono contento di essere riuscito a trasmettere a Re il desiderio di superare i suoi piccoli limiti per raggiungere un obiettivo e di darsi una disciplina per controllare, uno per volta, gli aspetti critici del suo comportamento.

Ce l’ha fatta da solo: il suo papà al suo fianco, pronto ad aiutarlo e a sostenerlo, non poteva né avrebbe voluto sostituirsi a lui, neppure nei momenti di maggiore fatica.
E quando ci siamo guardati negli occhi dopo la pedalata finale, credo che avessimo lo stesso sorriso disegnato sul volto.

domenica 7 giugno 2009

Una poesia

Qualche anno fa, mia sorella mi ha fatto conoscere questa poesia.
La pubblico proprio nel giorno in cui lei affronta un’importante nuova sfida, e io le auguro ogni bene.

È una lirica adatta a genitori, figli, alle persone che si amano, che lavorano, e a tutti coloro che si impegnano per le cause importanti nelle proprie vite.
Mi piace molto e la condivido volentieri.


Scaffolding

Di Seamus Heaney (premio Nobel per la letteratura 1995)


Masons, when they start upon a building,
Are careful to test out the scaffolding;

Make sure that planks won’t slip at busy points,
Secure all ladders, tighten bolted joints.

And yet all this comes down when the job’s done
Showing off walls of sure and solid stone.

So if, my dear, there sometimes seem to be
Old bridges breaking between you and me

Never fear. We may let the scaffolds fall
Confident that we have built our wall.


Per chi avesse poca dimestichezza con l’inglese, azzardo una traduzione. Non è poetica, ma spero almeno di poter rendere l’idea.


Impalcatura

I muratori, quando iniziano a costruire un edificio,
stanno bene attenti a collaudare l’impalcatura;

si accertano che le assi non scivolino nei punti critici,
fissano tutte le scale, stringono forte i bulloni delle giunture.

Eppure tutto questo viene giù quando il lavoro è terminato,
scoprendo le mura di sicura e solida pietra.

Così, mio caro, se a volte dovesse sembrarti
che i vecchi ponti che ci uniscono si spezzino,

non avere mai paura. Possiamo lasciar crollare l’impalcatura,
fiduciosi di aver costruito il nostro muro.

martedì 2 giugno 2009

Manager per se stessi

Mi è tornata in mente una frase di un mio amico, di qualche anno più grande di me, con il quale ho avuto il piacere di suonare qualche volta da ragazzo: “quelli che dicono di suonare per se stessi, lo dicono perché non sono capaci”.

Pensavo a tutti i manager che ho incontrato nel corso della mia carriera, sia in Italia che all’estero, con responsabilità e incarichi importanti.
È affascinante conoscere donne e uomini che hanno accumulato molte esperienze, intelligenti, preparati. Che detengono potere e lo esercitano. Si impara sempre qualcosa.

Vi sono, per fortuna, anzi per merito, numerosi casi di aziende di successo in tutto il mondo, dalle piccole alle blasonate multinazionali, i cui manager mantengono un atteggiamento umile, attento, pronto ad ascoltare opinioni, idee e suggerimenti che arrivano dall’esterno.
Persone consapevoli che il loro lavoro rappresenti una sfida continua con il mercato, con concorrenti intelligenti e capaci di presentarsi con buoni prodotti e servizi e idee valide.

Questi manager capiscono esattamente che il loro lavoro consiste nel prendere decisioni. Talvolta difficili, rischiose. Ma le devono prendere.
E si rendono conto che, se esercitato con diligenza, trasparenza, impegno e coraggio, proprio questo processo decisionale sta alla base del rapporto di fiducia fra i dipendenti di un’azienda e chi li governa, fra l’azienda e i suoi fornitori e clienti, fra azienda e investitori sul mercato.
Gli errori si possono sempre commettere e ci sono sempre sorprese negative dietro l’angolo, ma essere leader significa anche saper affrontare a viso aperto le situazioni critiche, senza nascondere la verità agli altri.
Altrimenti la fiducia e il senso di coesione per raggiungere un obiettivo comune cominciano a venire meno.

In tanti anni di esperienza, posso affermare che la capacità di un management di elaborare una strategia valida e di eseguirla senza sbavature, e la capacità di interpretare i segnali che provengono dalla realtà circostante per apportare le modifiche che si rendano opportune lungo il percorso, siano il più decisivo fattore di successo di un’azienda.

Incidentalmente, noto che questa considerazione vale in tutti i contesti: nella politica, in famiglia.

I genitori, ad esempio, devono saper esercitare una leadership che i figli non mettano in discussione. Con autorevolezza e dolcezza.
I figli, anche piccoli, capiscono che i genitori possono sbagliare, come tutti, ma devono avere fiducia nei loro comportamenti e nelle loro decisioni.
E la fiducia si conquista con l’impegno e con l’esempio, parlando e spiegando, facendo cose insieme, ma anche ascoltando molto i segnali che i bambini ci mandano.
Senza per questo sottostare ai loro capricci, senza diventare troppo “amici”, ma per assicurarci che percepiscano in ogni momento che, anche se alcune situazioni sono complicate da comprendere, i loro genitori cercheranno sempre di agire per il meglio, per il loro bene.

Purtroppo, a volte, il morbo dell’arroganza e dell’autoreferenzialità infesta i comportamenti e gli atteggiamenti di coloro i quali prendono le decisioni.

Così, ci sono manager che non si preoccupano più del mercato e dell’economia come all’inizio della loro carriera, perché, una volta raggiunto il successo, proprio in virtù di esso si ritengono infallibili e invulnerabili.

Cominciano ad ignorare concorrenti, fornitori e clienti che non solo meritano rispetto, ma che fornirebbero segnali importantissimi per non perdere la rotta.
E ai primi segni di difficoltà e cedimento, questi personaggi si trincerano dietro una cortina di ferro e non comunicano più apertamente con chi li circonda.
Richiedono una fiducia cieca nella loro capacità di decidere per il meglio. Condividono opinioni e informazioni con il loro “circolo di pari” in altre società anziché con chi, giorno per giorno, li ha aiutati a costruire, con fatica e soddisfazione, una storia di successo.
Poco alla volta, inevitabilmente, si perdono fiducia e rispetto. E leadership.

Questi manager smarriscono la propria identità, alla lettera, poiché non prendono più alcuna decisione utile a gestire l’organizzazione per cui lavorano.
Anzi, cercano in ogni modo di sottrarsi alla responsabilità di decidere per non esporsi alla possibilità di commettere errori.
Perché il rischio di danneggiare la propria reputazione con decisioni sbagliate, ma assunte in modo trasparente e sulla base di motivazioni e analisi convincenti, sembra troppo alto.
Diventano manager di se stessi e per se stessi, provano a sviluppare una carriera di visibilità e difesa della posizione più che una fondata sul fare, sul creare. Inutili, talvolta addirittura dannosi.

Non credo sia un caso se, in una situazione economica e politica come quella che stiamo ancora attraversando, leggiamo spesso di buonuscite faraoniche e paracadute dorati e raramente di progetti innovativi e coraggiosi di riforme e di impresa, per sfruttare la crisi come un’occasione per correggere errori ed eccessi del passato e creare un futuro che poggi su basi economicamente e socialmente più solide.

Parlo ogni giorno con persone che lavorano in aziende grandi e piccole in tutto il mondo e che prendono decisioni a vari livelli.
Esiste un senso di malessere diffuso tra coloro che non si trovano ai vertici ma quotidianamente mandano avanti un’azienda. Un malessere che nasce dalla mancanza di comunicazione, da un lato, ma da un altro, forse più profondamente, dal fatto che ci si concentri spasmodicamente sul presente senza occuparsi del futuro.
Dimenticando che quest’ultimo non è la sequenza o la somma di tanti brevi periodi, non è una navigazione a vista.
Paradossalmente, è la consapevolezza dello slancio creativo che serve per progettare un futuro, con i suoi rischi e le sue opportunità, a creare un timore tanto grande da cannibalizzarlo.

La voglia di agire e impegnarsi per costruire una prospettiva migliore sono presenti in molte persone.
I problemi del presente dovrebbero dare ai manager e ai leader di oggi la spinta per accogliere idee e sfide nuove senza resistenze, e, auspicabilmente, aprire la strada ad una nuova generazione di leader di domani.
Mi chiedo quanto tempo occorrerà ancora e quante barriere andranno abbattute affinché ciò accada.

domenica 24 maggio 2009

Di corsa!

Oggi è stato il giorno della marcia della scuola di Re.

La stessa scuola che abbiamo frequentato Si bemolle e io.
La marcia non competitiva di fine anno c’è sempre stata, ma la distanza è stata ridotta.
Un percorso più breve che ha comunque divertito i bambini, i quali di solito non hanno molte occasioni di correre in giro per la città.

Così, questa mattina, mi sono presentato al ritrovo con Re e Sol.
Mi, sul passeggino, e Si bemolle in questa edizione sono state due spettatrici, ma anche loro hanno dovuto muoversi in fretta per seguire da vicino i partecipanti.

Re, che sta concludendo la prima elementare, era molto compreso nella parte del corridore: ha giocato un po’ con i suoi compagni di classe prima dell’inizio e poi si sono messi tutti insieme a cercare una posizione favorevole per la partenza.

Poco dopo, via, di corsa! Per noi, in più, l’entusiasmo della prima volta.

Il modo in cui i bambini hanno corso insieme è stato quasi da professionisti: c’era la lepre che scattava in avanti e stimolava il resto del gruppetto a raggiungerla.

Si bemolle ed io ci muoviamo praticamente sempre a piedi in città, e abbiamo abituato anche i nostri bambini a farlo. Quindi macinare distanze, anche lunghe, di buon passo non è una novità per loro.
Certo, la corsa è un altro conto, quindi non sapevo bene che cosa aspettarmi.
Invece la resistenza di Re e di quasi tutti i suoi compagni è stata buona, e in una decina di minuti la distanza è stata coperta, nonostante l’infernale caldo umido milanese.

La sorpresa della giornata è stata la prestazione di Sol. Veramente d’altri tempi, quanto a generosità.
Con i suoi quattro anni e mezzo e tanta volontà, ha tallonato Re e i suoi amici di sette anni, togliendosi, di tanto in tanto, anche il gusto di superarli.

Nonostante io fossi un po’ preoccupato che magari si sforzasse troppo, e gli chiedessi se volesse rallentare, Sol ha percorso quasi tutto il tragitto correndo mano nella mano con il suo papà, e l’unico momento in cui si è dovuto fermare è stato quando gli stavano scendendo i pantaloni.

La sua determinazione è stata tale che ha addirittura conservato un po’ di energia per tagliare il traguardo in accelerazione.

E che soddisfazione quando, all’arrivo, Sol ha consegnato la sua pettorina gialla e ha ricevuto come Re il pacco con le sorprese per i partecipanti alla marcia e la medaglietta-ricordo all’uscita.
Se le è proprio meritate.

domenica 17 maggio 2009

Variazioni Goldberg

Pensieri positivi in una bella domenica di maggio trascorsa con la famiglia e il fai-da-te.

Stanco delle notizie deprimenti in televisione e sui giornali, stanco delle dichiarazioni e proposte di legge che definire imbarazzanti o vergognose è poco, mi lascio trasportare dal clima finalmente primaverile e la mia mente corre al lontano giugno 1955, a New York.

Negli studi di registrazione della Columbia, 30esima strada, il 10, 14 e 16 giugno, un pianista canadese quasi ventitreenne stava per avviare la sua personale rivoluzione copernicana nel mondo della musica classica.
Glenn Gould stava incidendo le Variazioni Goldberg di Bach.

L’impressione fu tale che il debutto discografico newyorkese si trasformò, nel giro di ventiquattr’ore, in un successo planetario.
Non so se mi spiego: 24 ore nel 1955. Quando la stereofonia era una grande innovazione.
Un tam tam di radio e giornali. Niente fax, niente Internet, niente dirette satellitari. Solo la genialità di un pianista che ha fatto riscoprire al mondo intero la musica di Bach come nessuno l’aveva mai conosciuta prima.

Lo so: la passione per Glenn Gould è una mia debolezza.
Ognuno ha libri, dischi, eventi che segnano l’esistenza come pietre miliari. Per me le Variazioni Goldberg sono uno di questi.

Tutta la musica interpretata da Glenn Gould è come piace a me. Fa lavorare il cervello e arriva, al tempo stesso, dritta al cuore.

Il piacere di ascoltare le Variazioni Goldberg del 1955 è ancora maggiore di quello della seconda incisione, più matura e intimista, del 1981: non ha eguali, musicalmente parlando.

La freschezza e l’eleganza dei suoni è un po’ come lo sguardo di coloro che amiamo: lo conosciamo bene, ma ogni volta ci coglie con la guardia abbassata, ci colpisce e ci riempie di emozione e calore.

Scrivo questo post perché a volte non serve essere eroi, grandi scienziati o compiere imprese titaniche per regalare un po’ di gioia alle persone. Basta essere capaci di condividere la propria passione, senza nasconderla. Mi pare un pensiero positivo, semplice e solare, come la giornata di oggi.

È un vero peccato dover accostare al nome di Glenn Gould due date. Il pianista che si muoveva con trasporto e canticchiava mentre suonava ci avrebbe ancora dato tanto e mi ha sempre fatto pensare che davvero forse ci sia qualcosa di straordinario in molti di noi, che vale la pena di cercarlo e portarlo alla luce. E che anche i più grandi genii del nostro tempo hanno le loro debolezze, come tutti.

Credo che, schivo com’era, Glenn Gould non si sarebbe mai immaginato che la sua registrazione del primo preludio e fuga del Clavicembalo Ben Temperato di Bach sarebbe stata incisa su un disco di rame e spedita nello spazio a bordo della sonda Voyager, come “una delle più grandi conquiste dell’umanità”, da far conoscere ad eventuali altre popolazioni dello spazio interstellare.

Sto ascoltando il CD per l’ennesima volta mentre scrivo.
Come al solito, mi mette di buon umore mentre sento Si bemolle lavorare e i bambini zampettare, giocare e discutere per casa.
Mi sento bene e carico di energia per affrontare una nuova settimana, con tutti i suoi impegni.

sabato 9 maggio 2009

Nascite

A pranzo con due colleghi, ieri, si commentava l’esperienza della nascita dei rispettivi figli. Anche Desian ne ha scritto qualche tempo fa.

La gioia unica e grandissima, per ognuno diversa, è forse indescrivibile a parole.

Assistere ai parti di Si bemolle è stata un’esperienza intensissima, che ricorderò sempre e, se possibile, mi ha unito ancora di più a lei.
Il mio coinvolgimento durante i mesi della gravidanza, quando mi raccontava o mi faceva sentire i movimenti dei bambini nel pancione, ha trovato il suo culmine nella partecipazione, passiva, alla fatica del travaglio.
Mi ha permesso di condividere anche i momenti cruciali di cui solo una madre conosce il peso e la tensione, fino all’istante in cui ha donato un’esistenza autonoma ai nostri bambini.

Al di là delle emozioni, mi rendo conto che ciò che più ha segnato la mia memoria non sono i gesti o gli odori, ma la luce, i colori e qualche suono.

La sala parto di un noto ospedale milanese, divenuta in cinque anni un luogo familiare, l’ho vista, o meglio, vissuta, in condizioni diverse: una buia e trafficata notte di luglio, un silenzioso e luminoso pomeriggio di gennaio, un affollato e rumoroso pomeriggio di giugno. Contesti diversi per un miracolo identico e sempre nuovo: la vita di Re, Sol e Mi.

Si bemolle ed io siamo stati fortunati ad avere persone affidabili accanto. Presenze importanti, che a distanza di tempo ricordo distintamente, ma come parte dello sfondo.

Anche la presenza dei nostri familiari alla nascita dei bambini è stata diversa per ognuno dei tre. Niente schemi, nessun obbligo.

Gli amici cari e i parenti sono venuti a trovarci in camera nei giorni seguenti le nascite, ma la nostra scelta di non avvisare nessuno dell’ingresso in ospedale ci ha consentito una certa tranquillità dopo il parto, almeno dal punto di vista delle visite.

E sono felice che sia andata così, che diventare papà, una delle cose più pubbliche che esistano, sia stato innanzitutto una questione privata, intima, non un fatto sociale e d’immagine.

Il primo vero incontro con i miei figli.
Dopo tutto, sono loro ad avermi reso padre.
Io mi sono limitato ad accogliere l’invito e a ricambiare dedicando loro la mia vita.

Ancora oggi trovo stupefacente che la più grande delle responsabilità che un uomo possa assumersi divenga un fatto tanto naturale.
I tanti timori che suscita la decisione consapevole di aprirsi alla paternità si sciolgono nel gesto del primo abbraccio, al primo sguardo, al primo vagito.

A pensarci bene, non credo di essermi mai sentito tanto libero come quando ho preso in braccio i miei bambini per la prima volta, stando vicino a mia moglie.

Forse non lo sarò più.

domenica 3 maggio 2009

Tre uomini e una palla

Do minore e la sua famiglia di note hanno trascorso il weekend lungo al mare.

Le belle giornate invernali e, soprattutto, primaverili sono quelle in cui i bambini riescono a sfogarsi correndo liberamente in spiaggia, cosa che in estate, complici gli spazi angusti e il sovraffollamento della Liguria, non sempre è possibile.

Naturalmente, il gioco del calcio è uno dei passatempi più amati da Re e Sol.
L’entusiasmo dei bambini è aumentato quando hanno saputo da Si bemolle che avremmo acquistato una palla nuova, e ancor di più quando la scelta è caduta su una arancione (il colore preferito di Re). Ma non si aspettavano un pallone da ragazzi grandi.

Così, con un pallone arancione erede del mitico Tango, in uno spiazzo libero di spiaggia, Re e Sol hanno disputato tante avvincenti partite con il loro papà.
Hanno scelto i calciatori preferiti da impersonare, si sono scatenati in dribbling e azioni memorabili, commentate ampiamente durante la serata. Hanno gioito per i goal realizzati e protestato per quelli subiti.

Per Do minore è stato un tuffo nel suo passato di ragazzino, quando, nei pomeriggi liberi, trascorreva ore al parco con i suoi amici e un Tango a giocare a calcio, e le compagne di classe passavano a guardare di tanto in tanto.

L’emozionante differenza è che questa volta le ragazze a passeggio erano Si bemolle e la piccola Mi, illuminate dal sole che calava sul mare, e che in campo c’era un Sol concentratissimo per riuscire a controllare e tirare un pallone che gli arrivava quasi al ginocchio, nel tentativo di imitare i movimenti del suo fratello maggiore.

Do minore dubita che qualcuno abbia notato lo spettacolo offerto in spiaggia da tre uomini, una palla e un pubblico di due ragazze.
Ma si è veramente divertito.

mercoledì 29 aprile 2009

Fa bene alla salute

Recentemente ho trascorso alcuni giorni ad un corso organizzato dalla mia azienda fuori sede.

L’aspetto migliore di queste iniziative è che sono occasioni che permettono di conoscere colleghi brillanti di altre aree della società, cosa che nella vita lavorativa quotidiana difficilmente accade.

Questa volta, però, partivo un po’ prevenuto, sia per i contenuti sia perché a causa del corso ho dovuto costringere tutta la famiglia ad una riprogrammazione e riduzione delle vacanze pasquali.
In più, mi sono giocato metà del fine settimana, fatto piuttosto seccante dato che il tempo da trascorrere con moglie e bambini è sempre misurato.

Siccome mi sentivo un po’ in colpa per il tempo sottratto alle vacanze insieme, l’ultimo giorno di corso mi sono preso la libertà di saltare il pranzo conclusivo.
Il dispiacere di non potermi congedare con calma dagli altri partecipanti è stato più che compensato dalla soddisfazione di poter dedicare un’insperata ora in più alla famiglia.

La decisione si è rivelata particolarmente felice. Alcuni colleghi, infatti, si sono sentiti male per il resto del fine settimana e il lunedì seguente, sospettano a causa del cibo.

Posso decisamente affermare che l’amore per la famiglia fa bene alla salute!

domenica 26 aprile 2009

C’è design e design

Domani sarà il 27 aprile. Ne sono molto contento.

Ma non perché, come molti lavoratori, riceverò il mio stipendio.

Perché domani si conclude il Salone del Design.

Ho scelto con convinzione di rimanere a vivere a Milano, perché mi piace questa città e, pur non essendo in grado di cogliere da esperto tutte le bellezze dell’architettura e del design, sono felice che l’Italia e Milano siano il punto di riferimento mondiale per eventi così importanti.

Da economista, poi, non posso non apprezzare il beneficio che il Paese ottiene da una adeguata valorizzazione del made in Italy.

E qui cominciano i problemi.

Eh sì. Due ordini di problemi.

Il primo: ma chi beneficia davvero da tutto questo? Forse che i residenti a Milano trarranno qualche vantaggio concreto nella loro vita quotidiana dall’evento? Che so, mezzi pubblici più efficienti e meno costosi? O una gestione del traffico con isole pedonali permanenti e ben organizzate tutto l’anno? O scuole e servizi migliori per i loro figli?

Il secondo: in Inglese, to design significa progettare. Non mi pare che l’organizzazione dell’evento sia ben progettata. Anzi. Passare in questi giorni nelle vie che ospitano il Fuorisalone è un’esperienza istruttiva.

Si incontrano poche persone con l’aria di chi frequenta il Salone per motivi professionali, ma molti giovani in sandali e canottiera che bevono birra lasciando in giro le loro tracce di lattine e bottiglie.

Si incontrano venditori ambulanti improvvisati di birra di marche sconosciute a prezzi esorbitanti, ai quali ovviamente nessuno chiede di mostrare autorizzazioni o permessi.

Si incontrano intrattenitori che fanno giocare la gente nelle costruzioni - di design, ovviamente – che ingombrano i marciapiedi, i quali al ritmo di musica delle loro radio-CD portate in giro in stile anni ’80, distribuiscono ai vincitori buoni per consumazioni nei locali vicini.

Si incontrano automobilisti e residenti spaesati e irritati, perché le informazioni sulla zona a traffico limitato e l’isola pedonale non sono state comunicate in tempo e diffusamente.

Si incontra Radio Deejay, che, non paga di trasmettere nell’etere live dal Fuorisalone, ha piazzato sul tetto del suo gazebo delle potentissime casse acustiche che rendono impossibile anche solo una conversazione telefonica nelle abitazioni circostanti.

Aspetto i dati ufficiali che sicuramente leggeremo nei prossimi giorni, ma la mia impressione è che l’affluenza agli eventi di Milano sia stata massiccia e ben superiore agli anni passati. Bene. Forse però sarebbe stato meglio non fare sembrare il salone del design un enorme mercato frequentato da studenti in gita scolastica in libera uscita serale.

E, guardando con un certo timore all’Expo 2015, mi domando: che cosa sapranno inventarsi, gli organizzatori di questi eventi, per non far rimpiangere a nessuno di avere assegnato l’Expo a Milano e non a Smirne?

lunedì 20 aprile 2009

Piccola donna cresce

Dopo aver perso la testa per i miei due maschietti, non credevo che l'arrivo di una bambina potesse essere per me tanto diverso.

Mi sbagliavo.

Ma l'errore non si è manifestato subito. Ci è voluto del tempo, il tempo necessario a una bambina di pochi mesi a sviluppare, e a un papà lento a comprendere, alcune caratteristiche tutte femminili.

I primi segnali sono arrivati molto in fretta. Sguardi maliziosi, moine e un grande interesse per tutto ciò che indossa.

Ma da qualche tempo, la mia piccola Mi è una vera donna.
A meno di due anni ha già un'autentica passione per il suo paio di scarpe preferito: delle scarpine alte di vernice color cipria (devo ammettere che sono davvero molto carine).
Sono il primo oggetto che va a cercare quando capisce che si deve uscire e a volte, anche se non è il momento di indossarle, le prende in mano e le osserva con devozione, sorridendo soddisfatta, oppure le fa camminare con le mani con grande divertimento.
Recentemente l'ho osservata sul passeggino in un momento di noia mentre noi grandi eravamo fermi a chiacchierare. Ogni segno di impazienza e malumore scompariva non appena sollevava i piedini e rimirava le sue scarpine.

Travolto da un'ondata di tenerezza, comincio a capire da che cosa gli altri papà di femminucce mi mettessero in guardia!

lunedì 13 aprile 2009

Quale papà vorrei essere

Ho appena cominciato a frequentare blog di genitori e mi capita di incontrare spunti interessanti. Tra questi un post di Marilde.

Mi sembra che la concezione del ruolo del padre oggi oscilli fra l’assenza giustificata, una complicità amicale e un meno popolare autoritarismo all’antica.

Sono il papà di tre bambini e ho la grandissima fortuna di avere una moglie che ha scelto di fare la mamma a tempo pieno (e che mamma!). Mi fido ciecamente del lavoro educativo di mia moglie, ma è vero che un padre serve. Me lo “chiede” lei, lo desidero io, i bambini ne hanno bisogno.

Il mio tentativo è quello di accompagnare i miei figli nelle fasi della loro vita più che posso (e non mi pare mai abbastanza). Per questo, mia moglie ed io abbiamo “rinunciato” a una vita privata esterna e a molti svaghi.
Compiti, giochi, libretti e festine hanno sostituito cene fuori, aperitivi, cinema, serate con gli amici. Col tempo, mi sto riappropriando di spazi e tempi per coltivare i miei interessi in casa, come la lettura e la musica, e i bambini sono incuriositi.

Per me il “prezzo” da pagare per stare con i miei figli è veramente basso se confrontato con la gioia che ne ricavo come uomo e come genitore e, spero, con il beneficio che ottengono loro. Spesso, invece, trovo molto faticoso fare fronte alla pressione sociale che privilegerebbe l’individualismo rispetto alla vita familiare.

Pensandoci bene, ho la sensazione che la difficoltà dei padri a connotare il proprio ruolo sia il retaggio di una cultura che consentiva o richiedeva socialmente una grande distanza affettiva nel quotidiano fra padri e figli. La distanza riduce la conoscenza reciproca e l’intimità e porta ad atteggiamenti eccessivi, in un senso o nell’altro.

Mi capita continuamente di domandarmi se sia stato troppo tenero o troppo severo, è giusto che un genitore abbia dei dubbi e sia esigente con se stesso.
Ma penso che siamo abbastanza cresciuti e informati per evitare gli errori del passato e trovare giustificazioni di comodo.

Ogni scelta è lecita, come genitori, basta che ce ne assumiamo la responsabilità. È una sfida impegnativa, ma secondo me ne vale la pena.

domenica 12 aprile 2009

Preludio e fuga - Rispetto

Questi non sono giorni adatti per lasciarsi andare a sfoghi su piccinerie. Ciò a cui purtroppo stiamo assistendo in Abruzzo impone di rimettere in ordine le priorità e trattenere le lamentele. Ci mancherebbe altro. Dobbiamo tutti prendere esempio dalla dignità delle vittime del terremoto e ricordare, in questi giorni di festa da trascorrere in famiglia, quanto siamo fortunati.

Però, porterà la tragedia abruzzese ad una rivalutazione del valore dei gesti quotidiani, che si sta perdendo? Aiuterà a capire che la degenerazione nei comportamenti individuali causerà inevitabilmente il collasso della struttura che si chiama società, proprio come il terremoto?

Un paio di esempi.

Do minore accompagna a scuola il suo figlio maggiore. Ogni mattina, fra le 8.25 e le 8.30, il portone si apre e i bambini entrano nella scuola elementare.
Dotato di scarsa puntualità nella vita privata, Do minore talvolta costringe il piccolo a una veloce camminata per raggiungere la scuola in orario, perché la scuola è importante.

C’è sempre qualcuno in ritardo, che compare all’orizzonte stancamente quando gli altri genitori già si allontanano dalla scuola.

L‘aspetto sorprendente è la quantità di persone che portano i figli a scuola con un ritardo sistematico minimo di 10-15 minuti, li accompagnano fino in classe (cosa proibita salvo circostanze particolari), spesso lasciano l’auto in mezzo a un incrocio trafficato, sotto gli occhi di vigili stupefatti, insultandoli se provano a dire qualcosa, e si trattengono anche al bar per fare colazione!

Da buon 36enne cresciuto alla vecchia scuola, quella del rispetto per gli insegnanti e per le regole, Do minore si domanda come cresceranno questi bambini, che rischieranno di ignorare le elementari norme della convivenza civile, il valore di cose semplici, come una lezione che inizia in orario e un traffico scorrevole, ma conosceranno bene il proprio comodo.

Do minore si reca quindi in ufficio, a svolgere un lavoro che lo appassiona e che gli permette di valorizzare l’impegno di tanti anni di studio e lavoro. Un lavoro che lo mette in contatto con tante aziende in tutto il mondo e gli permette di conoscere, misurare e valutare chi lavori bene e chi meno.

Da un paio di anni, Do minore si scontra con una realtà in cui la misurazione e la trasparenza sono scomparse. In cui le informazioni sono nascoste, i fatti occultati o travisati. Così diventa quasi impossibile fare scattare i meccanismi virtuosi della selezione di mercato.

La gravità del problema non è la stessa ovunque, e l’Italia ovviamente non brilla, ma la situazione è seria dappertutto.
La grave crisi finanziaria, che potrebbe essere un’occasione per correggere le situazioni patologiche, rischia di diventare la giustificazione di interventi per tamponare problemi di breve periodo a scapito di un progresso diffuso nel lungo termine. Interventi che possono servire a perpetuare il potere e le posizioni di chi decide oggi e ci ha portato nelle sabbie mobili, travestiti da rimedi di cui beneficeranno le generazioni future.

Do minore ama impegnarsi in quello che fa, è sempre costruttivo, ma a volte è costretto a fermarsi, un po’ smarrito, a riordinare le idee.
Spera che la voglia di riscatto dell’Abruzzo sia uno stimolo per tutti noi.

sabato 11 aprile 2009

Un originale punto di vista sulla crisi finanziaria

Leggendo un articolo su un altro tema, ho scoperto una nuova prospettiva “da uomo della strada” sul crollo del colosso assicurativo AIG. L’autore è Matt Taibi, di Rolling Stone (edizione USA). Traduco liberamente, per comodità.

“Negli ultimi tre mesi del 2008, la società AIG ha perso oltre 27 milioni di dollari ogni ora. Fanno 465.000 dollari al minuto, o il reddito della famiglia media americana ogni sei secondi, o circa 7.750 dollari al secondo.

E tutto questo è accaduto alla fine di otto anni in cui l’America si è dedicata a rincorrere freneticamente l’ombra della minaccia terrorista con scarsi risultati, otto anni in cui ogni cittadino veniva perquisito in ogni aeroporto, ogni borsellino, borsa, cartella, zaino setacciato per cercare esplosivi nascosti in tubetti di dentifricio e brik di succhi di frutta.

Alla fine, il nostro governo non ha avuto gli strumenti per analizzare i bilanci di aziende che detenevano un autentico potere di vita e di morte sulla nostra società e non è stato in grado di trovare voragini nell’economia nazionale di dimensioni pari all’economia della Libia (il cui prodotto nazionale lordo nel 2008 è stato minore delle perdite di AIG nello stesso anno).”

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Online dal 10 aprile 2009