Il 2013 è cominciato. Sarà migliore dello scorso anno? Che cosa cambierà?
Adesso che le vacanze natalizie dei bambini stanno per terminare e la routine scolastica riprenderà, ora che il lavoro è ricominciato già da qualche giorno, con l'anno nuovo che è cominciato come il vecchio è finito (di corsa), posso cogliere qualche segnale che il vento di cambiamento non abbia poi tanta fretta di cominciare a spirare.
La crisi è ancora qui e siamo di nuovo in campagna elettorale, anzi in più campagne elettorali. C'è qualche elemento di novità, ma purtroppo argomenti e, soprattutto, toni di molti contendenti rimangono gli stessi degli ultimi anni. Non mi piacevano per niente e continuano a non piacermi.
Il senso civico del 2013 è sempre il solito. Venerdì mattina, andando al lavoro, ho notato in una via del centro di Milano, resa più stretta dalle grandi impalcature per la ristrutturazione di un vecchio palazzo, una lussuosa macchina sportiva parcheggiata bloccando l'unico varco lasciato libero: lo spazio del portone. Certe cose non sembrano ancora destinate a cambiare.
Ma c'è anche una continuità più buffa e tenera. La piccola Mi, che non è più tanto piccola, ha cominciato a perdere i denti. Il primo e il secondo dentino, a distanza di poche ore, la stessa sera, a inizio gennaio. Un record familiare. E la sera dell'ultimo dell'anno, Re aveva perso un premolare.
E' a questa continuità gradevole che, al termine delle feste, e prima che tutta la famiglia di note si ributti a capofitto nelle attività di tutti i giorni, mi piace pensare.
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domenica 6 gennaio 2013
giovedì 26 maggio 2011
Coscienza liberale
Con un certo imbarazzo parafraso il titolo del bestseller del grande Paul Krugman, ma alla vigilia del ballottaggio che chiuderà la campagna elettorale più vergognosa e umiliante cui mi sia capitato di assistere, non posso fare a meno di pormi qualche domanda.
Come sia potuto accadere, ad esempio, che un drappello di personaggi appartenenti a – o emanazione diretta di - un ceto sociale, economico e politico tendenzialmente conservatore, abbia potuto promettere una rivoluzione liberale, e che in molti ci abbiano creduto.
Per quale motivo dei liberali dovrebbero essere infastiditi dal consentire, in maniera moderata e controllata dalla legge, l’immigrazione, la possibilità di professare religioni diverse o di non nascondere il proprio orientamento sessuale.
In che modo i Milanesi liberali, e ce n’è ancora qualcuno, comunque votino domenica prossima, possano accettare di credere di dover salvare la propria città dalla deriva bolscevica, estremista, musulmana, sodomita, in cui tutti saremo storditi dall’abuso di droghe (in una città in cui, per la cronaca, anche se non penso ci sia una relazione fra le due cose, le tracce di cocaina urinata sono cresciute enormemente negli anni di governo del centrodestra, in cui 14 anni fa chi oggi cavalca la paura di zingaropoli considerava i nomadi una risorsa).
Laddove la cultura del bipolarismo è ben radicata, i liberali si oppongono ai conservatori e cercano di eliminare ostacoli, differenze e ineguaglianze, soprattutto iniziali, che possono impedire a uomini e donne di esprimere la propria personalità, seguire le proprie inclinazioni e realizzare i propri progetti nella vita, in maniera soddisfacente e produttiva per tutti.
Laddove la politica ha creato un vuoto da conquistare, qualcuno sostiene opportunisticamente che vengano inculcati messaggi sbagliati nelle teste di persone senza cervello. Scordandosi che perfino queste ultime, qualche volta, possono accorgersi del tentativo di ribaltare il vero significato delle parole.
Generi:
città,
danni,
disinformazione,
indignazione,
ipocrisia,
Italia,
Milano,
parole,
politica,
Studio
sabato 19 marzo 2011
Festa del papà (Purple Haze)
La festa del papà è vedere gli occhi di Re nello specchietto retrovisore quando insieme andate a tagliare i capelli, è guardare Sol che ti sorride al sole, capelli al vento, mentre fa i suoi primi giri in bicicletta, è lo sguardo ammiccante di Mi dietro un bicchiere o una tazza, a tavola. È ricevere disegni e biglietti affettuosi, inviti a giocare e a fare cose insieme. È guardare su Youtube la sigla della Casa di Topolino e Jimi Hendrix che suona Purple Haze.
La festa del papà è anche la fatica quotidiana di essere severo, di dire tanti no, di minacciare castighi e di darli, di alzare la voce quando serve e trovare l’idea giusta per farti sentire sopra le urla, di fare lunghi discorsi che già sai che dovrai ripetere un milione di volte a figlio per provare a spiegare come secondo te si sta al mondo, di rispondere a qualunque domanda in ogni momento, di avere mal di schiena per giorni per insegnare ai bambini ad andare in bicicletta, di riordinare le camere e fare le docce. Una fatica fisica, mentale e psicologica, alla faccia delle banalità che si leggono sui padri che non hanno la forza né la voglia di fare i padri, che però non è che l’altra faccia di una medaglia che porta la soddisfazione e la gioia di un abbraccio, una coccola, un sorriso: la sequenza di momenti belli e meno belli che è la vita.
La festa del papà e la fatica del papà sono dappertutto, inebrianti e totalizzanti. Sono tutti i giorni, nell’andare a scuola, nel rincasare dal lavoro, nella sorpresa di una corsa sui marciapiedi e nel giardino di casa, quando cadono le prime gocciolone di un potente temporale e l’odore tipico della pioggia di Milano, dell’asfalto asciutto che comincia a bagnarsi, ti sale nel naso e lo fai notare a due maschi incappucciati che non ci avevano mai fatto caso, piccoli Marcovaldo quasi increduli perché per una volta sei stato tu a dirgli di correre.
La festa del papà è anche la fatica quotidiana di essere severo, di dire tanti no, di minacciare castighi e di darli, di alzare la voce quando serve e trovare l’idea giusta per farti sentire sopra le urla, di fare lunghi discorsi che già sai che dovrai ripetere un milione di volte a figlio per provare a spiegare come secondo te si sta al mondo, di rispondere a qualunque domanda in ogni momento, di avere mal di schiena per giorni per insegnare ai bambini ad andare in bicicletta, di riordinare le camere e fare le docce. Una fatica fisica, mentale e psicologica, alla faccia delle banalità che si leggono sui padri che non hanno la forza né la voglia di fare i padri, che però non è che l’altra faccia di una medaglia che porta la soddisfazione e la gioia di un abbraccio, una coccola, un sorriso: la sequenza di momenti belli e meno belli che è la vita.
La festa del papà e la fatica del papà sono dappertutto, inebrianti e totalizzanti. Sono tutti i giorni, nell’andare a scuola, nel rincasare dal lavoro, nella sorpresa di una corsa sui marciapiedi e nel giardino di casa, quando cadono le prime gocciolone di un potente temporale e l’odore tipico della pioggia di Milano, dell’asfalto asciutto che comincia a bagnarsi, ti sale nel naso e lo fai notare a due maschi incappucciati che non ci avevano mai fatto caso, piccoli Marcovaldo quasi increduli perché per una volta sei stato tu a dirgli di correre.
venerdì 24 dicembre 2010
Stream of consciousness natalizio
Auster la chiamerebbe la musica del caso. Questa mattina, in strada prima delle sette per andare a mettermi in coda in una gastronomia per qualche acquisto natalizio senza perderci le ore, ho trovato una pioggia battente, un buio quasi notturno e pochi fari e pedoni a farmi compagnia.
La riproduzione casuale dell’iPhone e la scelta casuale di Guccini, però, mi hanno regalato una colonna sonora che a sceglierla apposta non si sarebbe potuto fare meglio: Canzone di notte n.2, Le piogge d’aprile, Quello che non, Scirocco.
Così, passeggiando sotto un ombrello nero e stanco di un anno faticoso, ho lasciato che i pensieri seguissero la musica, senza punteggiatura. E ho fatto bene.
ma dove sono andate quelle piogge d'aprile che in mezz'ora lavavano un'anima o una strada e lucidavano in fretta un pensiero o un cortile bucando la terra dura e nuova come una spada ma dove quelle piogge di primavera quando dormivi supina e se ti svegliavo ridevi poi piano facevi ridere anche me con i tuoi giochi lievi ma dove quelle estati senza fine senza sapere la parola nostalgia solo colore verde di ramarri e bambine e in bocca lo schioccare secco di epifania ma dove quelle stagioni smisurate quando ogni giorno figurava gli anni a venire e dove ogni autunno quando finiva l'estate trovavi la voglia precisa di ripartire che ci farai ora di questi giorni che canti dei dubbi quasi doverosi che ti sono sorti dei momenti svuotati ombre incalzanti di noi rimorti che ci potrai fare di quelle energie finite di tutte quelle frasi storiche da dopocena consumato per sempre il tempo di sole e ferite basta vivere appena basta vivere appena ed ora viviamo in questa stagione di mezzo spaccata e offesa da giorni agonizzanti e disperati lungo i quali anche i migliori si danno un prezzo e ti si seccano attorno i vecchi amori sciagurati dove senza più storia giriamo il mondo ricercando soltanto un momento sincero col desiderio inconscio di arrivare più in fondo per essere più vero ma dove sono andate quelle piogge d'aprile io qui le aspetto come uno schiaffo improvviso come un gesto un urlo o un umore sottile fino ad esserne intriso io chiedo che cadano ancora sul mio orizzonte angusto e avaro di queste voglie corsare per darmi un'occasione ladra un infinito un ponte per ricominciare
Ora, non ho desideri di rivoluzione o nuovi inizi, ma spero in un 2011 senza le brutture del 2010. Le piogge ci sono.
Buon Natale a tutti.
sabato 13 novembre 2010
Commutativi
L’altra sera in televisione ho ascoltato i quattro candidati alle primarie di centrosinistra per scegliere il candidato sindaco di Milano.
Ho sentito parlare poco di un programma concreto per affrontare le tante questioni aperte dai problemi, anche gravi, che affliggono la mia città: scuola, qualità della vita, mobilità, lavoro, casa, inquinamento, a partire dal basso (l’unico sistema che funziona).
Non che sia favorevole alla retorica del fare. Senza progetti strutturati, che innestino le azioni su valori umani e civili solidi e condivisi, non va bene. La cosa strana è che, di fronte all’esperienza di centrodestra di questi anni, il centrosinistra si presenti con quattro candidati-immagine di forte presenza scenica, e questo a qualcuno sembra già un successo, ma le strutture alle spalle di alcuni di loro sono quelle di sempre. Come dire, cambia l’ordine dei fattori, ma non necessariamente il risultato. C’è un documento programmatico, ma mi sembra manchi ancora un manifesto di valori su cui tutto il centrosinistra possa convergere ed entro cui ognuno dei quattro possa differenziarsi in modo non conflittuale, enfatizzando le sue proposte specifiche.
Non sorprendentemente, forse, l’unico candidato con un’idea credibile di lungo termine, cioè quella di formare attivamente una classe politica di giovani, è quello più anziano, che ha anche un curriculum “civico” di tutto rispetto.
E per le primarie, che servono a scegliere i candidati di partiti che ricevono vagonate di finanziamenti con denaro pubblico, a sfregio di un referendum che lo voleva abolito, e che potrebbero essere tranquillamente autofinanziate dai nostri parlamentari, ci chiedono pure di pagare due euro. Non è per la cifra, è il principio. Mille volte meglio, per me, mandare un sms per aiutare gli alluvionati del Veneto. Aver saputo che in molte sedi di voto ci saranno cartelli che invitano a mandare gli sms di solidarietà al Veneto, mi suona quasi come una presa in giro: ma perché non possono fare il bel gesto di dire: invece di darli a noi, i due euro usateli per quello scopo?
In ogni caso, la forza della politica è che ci siano ancora tante persone che parlano di queste situazioni come “del proprio partito”.
Io sono sempre stato non-partisan, ma con idee politiche ben precise, e non sono mai riuscito a riconoscermi in alcun partito italiano. La voglia di impegnarmi e l’interesse per la realtà del mio Paese, però, non sono mai diminuiti, anzi. Perché forse la politica è, o dovrebbe essere, un’altra cosa rispetto a quello che vediamo, e ci devono essere modi per farlo capire migliori dell’astensionismo, che non condivido. C’è la necessità che qualcuno dalla società civile si metta al lavoro in politica, ma solo per un tempo limitato, prima di essere fagocitato e soprattutto digerito dal meccanismo, perciò reso innocuo come agente di cambiamento. E bisogna trovare anche persone che rimangano fuori, attente a quel che succede, a dare idee, a raccontare le cose come stanno, a farci tenere gli occhi fissi sugli obiettivi. Anzi, forse servono soprattutto queste.
Ho sentito parlare poco di un programma concreto per affrontare le tante questioni aperte dai problemi, anche gravi, che affliggono la mia città: scuola, qualità della vita, mobilità, lavoro, casa, inquinamento, a partire dal basso (l’unico sistema che funziona).
Non che sia favorevole alla retorica del fare. Senza progetti strutturati, che innestino le azioni su valori umani e civili solidi e condivisi, non va bene. La cosa strana è che, di fronte all’esperienza di centrodestra di questi anni, il centrosinistra si presenti con quattro candidati-immagine di forte presenza scenica, e questo a qualcuno sembra già un successo, ma le strutture alle spalle di alcuni di loro sono quelle di sempre. Come dire, cambia l’ordine dei fattori, ma non necessariamente il risultato. C’è un documento programmatico, ma mi sembra manchi ancora un manifesto di valori su cui tutto il centrosinistra possa convergere ed entro cui ognuno dei quattro possa differenziarsi in modo non conflittuale, enfatizzando le sue proposte specifiche.
Non sorprendentemente, forse, l’unico candidato con un’idea credibile di lungo termine, cioè quella di formare attivamente una classe politica di giovani, è quello più anziano, che ha anche un curriculum “civico” di tutto rispetto.
E per le primarie, che servono a scegliere i candidati di partiti che ricevono vagonate di finanziamenti con denaro pubblico, a sfregio di un referendum che lo voleva abolito, e che potrebbero essere tranquillamente autofinanziate dai nostri parlamentari, ci chiedono pure di pagare due euro. Non è per la cifra, è il principio. Mille volte meglio, per me, mandare un sms per aiutare gli alluvionati del Veneto. Aver saputo che in molte sedi di voto ci saranno cartelli che invitano a mandare gli sms di solidarietà al Veneto, mi suona quasi come una presa in giro: ma perché non possono fare il bel gesto di dire: invece di darli a noi, i due euro usateli per quello scopo?
In ogni caso, la forza della politica è che ci siano ancora tante persone che parlano di queste situazioni come “del proprio partito”.
Io sono sempre stato non-partisan, ma con idee politiche ben precise, e non sono mai riuscito a riconoscermi in alcun partito italiano. La voglia di impegnarmi e l’interesse per la realtà del mio Paese, però, non sono mai diminuiti, anzi. Perché forse la politica è, o dovrebbe essere, un’altra cosa rispetto a quello che vediamo, e ci devono essere modi per farlo capire migliori dell’astensionismo, che non condivido. C’è la necessità che qualcuno dalla società civile si metta al lavoro in politica, ma solo per un tempo limitato, prima di essere fagocitato e soprattutto digerito dal meccanismo, perciò reso innocuo come agente di cambiamento. E bisogna trovare anche persone che rimangano fuori, attente a quel che succede, a dare idee, a raccontare le cose come stanno, a farci tenere gli occhi fissi sugli obiettivi. Anzi, forse servono soprattutto queste.
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città,
Contrappunto,
futuro,
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Paese,
pensieri,
persone,
politica,
Preludio e fuga
giovedì 22 luglio 2010
Cartoline da Milano
Simpatia. Ore 7 circa, vado a nuotare in piscina. Incrocio ragazzi e ragazze che corrono per strada e nei giardini. Sono veloci, sanno di avere poco tempo prima che la calura estiva diventi troppo opprimente. A un tratto, lo schiocco rumoroso di passi rapidi e pesanti alle mie spalle. Vengo superato da una ragazza che corre con scarpe alte, in pelle, dalla suola piatta e rigida come quelle da basket di una volta. Si muove in modo che mi pare più impacciato dei joggers abituali, sembra quasi una marciatrice, con quelle scarpone pesanti. Devono essere scomodissime per correre. Forse è alle prime armi?
Tristezza. Ore 8 circa. Centro. La giornata si preannuncia calda, l’afa già pesa, anche all’ombra. Un uomo dai capelli bianchi con un abito scuro esce dal portone di casa tenendo per mano due bambini. Forse gemelli? È di spalle e non capisco se sia un padre attempato o un nonno giovane. I bimbi sono piccoli. Uno indossa un completo, maglietta e calzoncini, azzurro, l’altro, giallo. Entrambi tengono sotto braccio un identico peluche. L’uomo si avvicina all’autista di una grande berlina nera e gli chiede di andare a raggiungerlo dopo 20 minuti all’ingresso di un asilo privato nelle vicinanze.
Terzo incomodo. Ore 13 circa. Uscire per il pranzo è come avventurarsi nel caldo umido di una foresta tropicale. Nelle vicinanze dell’ufficio, l’ombra scarseggia e qualunque meta sembra troppo lontana con questa temperatura. Nonostante il clima e la bassa stagione per questo genere di cose, Milano è attraversata da modelle che si aggirano con gli immancabili book e bottiglietta d’acqua. Qualcuna, più ardita, la sostituisce con una bibita energetica. Il grosso cambiamento – non so se culturale o legato al caldo che può avere dato alla testa – è nel rapporto con i muscolosi accompagnatori, che non sembrano più le guardie del corpo di un capo di stato. Sempre più spesso, le belle e i loro accompagnatori camminano abbracciati e si scambiano baci alla francese per strada e nelle piazze con un trasporto quasi imbarazzante. Starò invecchiando?
Fastidio. Ore 16. Esco per un appuntamento di lavoro. A volte mi capita di guardare i cartelloni pubblicitari, a volte le campagne pubblicitarie sono controverse, a volte ironiche, a volte volgari. Insomma, a volte mi piacciono, a volte no. In questi giorni, però, due slogan di una nota marca di abbigliamento casual, in milanese, mi hanno colpito, perché mi sembrano proprio il segno dei tempi. Non traduco. “El dutùr laùra, el stupid giùga al dutùr”, “El furb va a ciapà i rat, el stupid ciàpa la topa”. Forse sto proprio invecchiando.
Allegria. Verso le 20, tornando a casa, a un semaforo della circonvallazione interna vedo una centaura over 50. Moto fiammante rosso scuro metallizzato, casco rosso coordinato fiammante, gilet leggero in pelle rossa, capelli più sale che pepe che spuntano dal casco. È piuttosto in carne ed esibisce tatuaggi su molte delle parti esposte del corpo. La vedo ridere di una risata contagiosa con un’amica a bordo di un più urbano scooter, mentre la marmitta amplifica il rombo del motore. Sono decisamente vecchio dentro.
giovedì 21 gennaio 2010
Scuola, famiglia, paese
Che la scuola italiana versi in uno stato pietoso è noto. Ma fa sempre un brutto effetto vederlo scritto nero su bianco, ad esempio qui. E sembra difficile pensare che gli sforzi di insegnanti e genitori volenterosi possano raddrizzare una situazione che talvolta porterebbe anche i più motivati ad un lento sfinimento.
Il fatto curioso, però, è notare come la concezione della scuola pubblica tenda sempre più verso il modello di un parcheggio a basso costo per la prole, facendola magari divertire, che verso quello di un luogo in cui i nostri figli imparano a conoscere persone, cose, idee e a stare in mezzo agli altri.
Anche se sono alla terza iscrizione alla scuola dell’infanzia, e dovrei aver fatto il callo a certe aberrazioni, non considero le storture meno gravi.
Così si può scoprire che, ad esempio, a Milano, i punteggi favoriscono le famiglie con un solo figlio e due genitori che lavorano, rispetto a quelle in cui un solo genitore lavora ma i figli sono tre.
Con tutto il rispetto per le coppie in cui padre e madre lavorano fuori casa, a quanto pare, dalle nostre parti, solo le famiglie con almeno quattro figli meritano un genitore a tempo pieno per i primi anni di vita dei bambini e il diritto ad un posto nell’asilo di zona senza l’assillo della graduatoria. Forse qualcuno è rimasto alla concezione del lavoro casalingo e del ruolo della madre da pubblicità anni ’80, in cui le “casalinghe” facevano shopping nel quadrilatero della moda con sei chihuahua al guinzaglio mentre, il marito al lavoro, la servitù si occupava di casa e bambini.
Logicamente, in quest’ottica, la graduatoria penalizza relativamente i figli di due disoccupati, i quali hanno tutto il tempo di spupazzarsi il bambino con calma: in questo caso, a che serve la scuola?
Però avrei dovuto immaginare che saremmo arrivati a questo punto. Dopo tutto, questo è un paese in cui, spesso, i genitori considerano 20 euro un esborso normale per ricaricare il cellulare di un ragazzino, ma eccessivo per acquistare un libro. O trovano naturale spendere 50 euro in baby sitter se decidono di uscire a cena, ma considerano un furto pagare la stessa somma per un’ora di lezione privata di greco, latino o matematica se un figlio ha bisogno di aiuto nello studio. Perché, semplicemente, imparare, sapere non hanno valore.
Quindi, perché non cominciare a smantellare l’edificio dalle fondamenta? Dopo tutto, potrebbe essere uno dei rari casi in cui la politica si dimostra reattiva ad interpretare i segnali che giungono dalla “società civile”.
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Preludio e fuga,
scuola,
società,
Studio
martedì 24 novembre 2009
Tempo rubato
Milano, sera. Il clima diventa sempre più invernale ma è ancora mite.
In giro si incontra poca gente, i lampioni di Foro Bonaparte illuminano una coppia che procede a piedi verso un ristorante.
Il locale è tranquillo, accogliente. Non affollato. Come lui sperava, trovano posto anche senza prenotare.
Si godono due portate e un dessert. Qualche bicchiere di buon rosso.
Una cosa che non facevano da anni, a Milano.
Un tempo per parlare, guardarsi, sorridersi, stare insieme anche al di fuori della casa, dei suoi ritmi, dei suoi riti. Suoni diversi, luci diverse, abiti diversi.
Un tempo rapido, che non fa sentire la mancanza dei bambini.
Un tempo dilatato, per prendersi per mano e passeggiare spediti ma senza fretta verso casa.
Un tempo maturo, per ricordare che, nel bene e nel male, questo pezzo di città è il vostro, e nonostante i tuoi dubbi forse è davvero l’unica cornice giusta per la bellezza che ti ha catturato anni fa e che è sempre più intensa.
Un tempo rubato, per pensare alle movenze aggraziate, fasciate dal vestito, che ti stanno riaccompagnando all’abbraccio festoso dei vostri piccoli. Ti è stata data l’opportunità di essere felice e l’hai colta.
L’amore è anche questo. E anche la vita.
In giro si incontra poca gente, i lampioni di Foro Bonaparte illuminano una coppia che procede a piedi verso un ristorante.
Il locale è tranquillo, accogliente. Non affollato. Come lui sperava, trovano posto anche senza prenotare.
Si godono due portate e un dessert. Qualche bicchiere di buon rosso.
Una cosa che non facevano da anni, a Milano.
Un tempo per parlare, guardarsi, sorridersi, stare insieme anche al di fuori della casa, dei suoi ritmi, dei suoi riti. Suoni diversi, luci diverse, abiti diversi.
Un tempo rapido, che non fa sentire la mancanza dei bambini.
Un tempo dilatato, per prendersi per mano e passeggiare spediti ma senza fretta verso casa.
Un tempo maturo, per ricordare che, nel bene e nel male, questo pezzo di città è il vostro, e nonostante i tuoi dubbi forse è davvero l’unica cornice giusta per la bellezza che ti ha catturato anni fa e che è sempre più intensa.
Un tempo rubato, per pensare alle movenze aggraziate, fasciate dal vestito, che ti stanno riaccompagnando all’abbraccio festoso dei vostri piccoli. Ti è stata data l’opportunità di essere felice e l’hai colta.
L’amore è anche questo. E anche la vita.
sabato 9 maggio 2009
Nascite
A pranzo con due colleghi, ieri, si commentava l’esperienza della nascita dei rispettivi figli. Anche Desian ne ha scritto qualche tempo fa.
La gioia unica e grandissima, per ognuno diversa, è forse indescrivibile a parole.
Assistere ai parti di Si bemolle è stata un’esperienza intensissima, che ricorderò sempre e, se possibile, mi ha unito ancora di più a lei.
Il mio coinvolgimento durante i mesi della gravidanza, quando mi raccontava o mi faceva sentire i movimenti dei bambini nel pancione, ha trovato il suo culmine nella partecipazione, passiva, alla fatica del travaglio.
Mi ha permesso di condividere anche i momenti cruciali di cui solo una madre conosce il peso e la tensione, fino all’istante in cui ha donato un’esistenza autonoma ai nostri bambini.
Al di là delle emozioni, mi rendo conto che ciò che più ha segnato la mia memoria non sono i gesti o gli odori, ma la luce, i colori e qualche suono.
La sala parto di un noto ospedale milanese, divenuta in cinque anni un luogo familiare, l’ho vista, o meglio, vissuta, in condizioni diverse: una buia e trafficata notte di luglio, un silenzioso e luminoso pomeriggio di gennaio, un affollato e rumoroso pomeriggio di giugno. Contesti diversi per un miracolo identico e sempre nuovo: la vita di Re, Sol e Mi.
Si bemolle ed io siamo stati fortunati ad avere persone affidabili accanto. Presenze importanti, che a distanza di tempo ricordo distintamente, ma come parte dello sfondo.
Anche la presenza dei nostri familiari alla nascita dei bambini è stata diversa per ognuno dei tre. Niente schemi, nessun obbligo.
Gli amici cari e i parenti sono venuti a trovarci in camera nei giorni seguenti le nascite, ma la nostra scelta di non avvisare nessuno dell’ingresso in ospedale ci ha consentito una certa tranquillità dopo il parto, almeno dal punto di vista delle visite.
E sono felice che sia andata così, che diventare papà, una delle cose più pubbliche che esistano, sia stato innanzitutto una questione privata, intima, non un fatto sociale e d’immagine.
Il primo vero incontro con i miei figli.
Dopo tutto, sono loro ad avermi reso padre.
Io mi sono limitato ad accogliere l’invito e a ricambiare dedicando loro la mia vita.
Ancora oggi trovo stupefacente che la più grande delle responsabilità che un uomo possa assumersi divenga un fatto tanto naturale.
I tanti timori che suscita la decisione consapevole di aprirsi alla paternità si sciolgono nel gesto del primo abbraccio, al primo sguardo, al primo vagito.
A pensarci bene, non credo di essermi mai sentito tanto libero come quando ho preso in braccio i miei bambini per la prima volta, stando vicino a mia moglie.
Forse non lo sarò più.
La gioia unica e grandissima, per ognuno diversa, è forse indescrivibile a parole.
Assistere ai parti di Si bemolle è stata un’esperienza intensissima, che ricorderò sempre e, se possibile, mi ha unito ancora di più a lei.
Il mio coinvolgimento durante i mesi della gravidanza, quando mi raccontava o mi faceva sentire i movimenti dei bambini nel pancione, ha trovato il suo culmine nella partecipazione, passiva, alla fatica del travaglio.
Mi ha permesso di condividere anche i momenti cruciali di cui solo una madre conosce il peso e la tensione, fino all’istante in cui ha donato un’esistenza autonoma ai nostri bambini.
Al di là delle emozioni, mi rendo conto che ciò che più ha segnato la mia memoria non sono i gesti o gli odori, ma la luce, i colori e qualche suono.
La sala parto di un noto ospedale milanese, divenuta in cinque anni un luogo familiare, l’ho vista, o meglio, vissuta, in condizioni diverse: una buia e trafficata notte di luglio, un silenzioso e luminoso pomeriggio di gennaio, un affollato e rumoroso pomeriggio di giugno. Contesti diversi per un miracolo identico e sempre nuovo: la vita di Re, Sol e Mi.
Si bemolle ed io siamo stati fortunati ad avere persone affidabili accanto. Presenze importanti, che a distanza di tempo ricordo distintamente, ma come parte dello sfondo.
Anche la presenza dei nostri familiari alla nascita dei bambini è stata diversa per ognuno dei tre. Niente schemi, nessun obbligo.
Gli amici cari e i parenti sono venuti a trovarci in camera nei giorni seguenti le nascite, ma la nostra scelta di non avvisare nessuno dell’ingresso in ospedale ci ha consentito una certa tranquillità dopo il parto, almeno dal punto di vista delle visite.
E sono felice che sia andata così, che diventare papà, una delle cose più pubbliche che esistano, sia stato innanzitutto una questione privata, intima, non un fatto sociale e d’immagine.
Il primo vero incontro con i miei figli.
Dopo tutto, sono loro ad avermi reso padre.
Io mi sono limitato ad accogliere l’invito e a ricambiare dedicando loro la mia vita.
Ancora oggi trovo stupefacente che la più grande delle responsabilità che un uomo possa assumersi divenga un fatto tanto naturale.
I tanti timori che suscita la decisione consapevole di aprirsi alla paternità si sciolgono nel gesto del primo abbraccio, al primo sguardo, al primo vagito.
A pensarci bene, non credo di essermi mai sentito tanto libero come quando ho preso in braccio i miei bambini per la prima volta, stando vicino a mia moglie.
Forse non lo sarò più.
domenica 26 aprile 2009
C’è design e design
Domani sarà il 27 aprile. Ne sono molto contento.
Ma non perché, come molti lavoratori, riceverò il mio stipendio.
Perché domani si conclude il Salone del Design.
Ho scelto con convinzione di rimanere a vivere a Milano, perché mi piace questa città e, pur non essendo in grado di cogliere da esperto tutte le bellezze dell’architettura e del design, sono felice che l’Italia e Milano siano il punto di riferimento mondiale per eventi così importanti.
Da economista, poi, non posso non apprezzare il beneficio che il Paese ottiene da una adeguata valorizzazione del made in Italy.
E qui cominciano i problemi.
Eh sì. Due ordini di problemi.
Il primo: ma chi beneficia davvero da tutto questo? Forse che i residenti a Milano trarranno qualche vantaggio concreto nella loro vita quotidiana dall’evento? Che so, mezzi pubblici più efficienti e meno costosi? O una gestione del traffico con isole pedonali permanenti e ben organizzate tutto l’anno? O scuole e servizi migliori per i loro figli?
Il secondo: in Inglese, to design significa progettare. Non mi pare che l’organizzazione dell’evento sia ben progettata. Anzi. Passare in questi giorni nelle vie che ospitano il Fuorisalone è un’esperienza istruttiva.
Si incontrano poche persone con l’aria di chi frequenta il Salone per motivi professionali, ma molti giovani in sandali e canottiera che bevono birra lasciando in giro le loro tracce di lattine e bottiglie.
Si incontrano venditori ambulanti improvvisati di birra di marche sconosciute a prezzi esorbitanti, ai quali ovviamente nessuno chiede di mostrare autorizzazioni o permessi.
Si incontrano intrattenitori che fanno giocare la gente nelle costruzioni - di design, ovviamente – che ingombrano i marciapiedi, i quali al ritmo di musica delle loro radio-CD portate in giro in stile anni ’80, distribuiscono ai vincitori buoni per consumazioni nei locali vicini.
Si incontrano automobilisti e residenti spaesati e irritati, perché le informazioni sulla zona a traffico limitato e l’isola pedonale non sono state comunicate in tempo e diffusamente.
Si incontra Radio Deejay, che, non paga di trasmettere nell’etere live dal Fuorisalone, ha piazzato sul tetto del suo gazebo delle potentissime casse acustiche che rendono impossibile anche solo una conversazione telefonica nelle abitazioni circostanti.
Aspetto i dati ufficiali che sicuramente leggeremo nei prossimi giorni, ma la mia impressione è che l’affluenza agli eventi di Milano sia stata massiccia e ben superiore agli anni passati. Bene. Forse però sarebbe stato meglio non fare sembrare il salone del design un enorme mercato frequentato da studenti in gita scolastica in libera uscita serale.
E, guardando con un certo timore all’Expo 2015, mi domando: che cosa sapranno inventarsi, gli organizzatori di questi eventi, per non far rimpiangere a nessuno di avere assegnato l’Expo a Milano e non a Smirne?
Ma non perché, come molti lavoratori, riceverò il mio stipendio.
Perché domani si conclude il Salone del Design.
Ho scelto con convinzione di rimanere a vivere a Milano, perché mi piace questa città e, pur non essendo in grado di cogliere da esperto tutte le bellezze dell’architettura e del design, sono felice che l’Italia e Milano siano il punto di riferimento mondiale per eventi così importanti.
Da economista, poi, non posso non apprezzare il beneficio che il Paese ottiene da una adeguata valorizzazione del made in Italy.
E qui cominciano i problemi.
Eh sì. Due ordini di problemi.
Il primo: ma chi beneficia davvero da tutto questo? Forse che i residenti a Milano trarranno qualche vantaggio concreto nella loro vita quotidiana dall’evento? Che so, mezzi pubblici più efficienti e meno costosi? O una gestione del traffico con isole pedonali permanenti e ben organizzate tutto l’anno? O scuole e servizi migliori per i loro figli?
Il secondo: in Inglese, to design significa progettare. Non mi pare che l’organizzazione dell’evento sia ben progettata. Anzi. Passare in questi giorni nelle vie che ospitano il Fuorisalone è un’esperienza istruttiva.
Si incontrano poche persone con l’aria di chi frequenta il Salone per motivi professionali, ma molti giovani in sandali e canottiera che bevono birra lasciando in giro le loro tracce di lattine e bottiglie.
Si incontrano venditori ambulanti improvvisati di birra di marche sconosciute a prezzi esorbitanti, ai quali ovviamente nessuno chiede di mostrare autorizzazioni o permessi.
Si incontrano intrattenitori che fanno giocare la gente nelle costruzioni - di design, ovviamente – che ingombrano i marciapiedi, i quali al ritmo di musica delle loro radio-CD portate in giro in stile anni ’80, distribuiscono ai vincitori buoni per consumazioni nei locali vicini.
Si incontrano automobilisti e residenti spaesati e irritati, perché le informazioni sulla zona a traffico limitato e l’isola pedonale non sono state comunicate in tempo e diffusamente.
Si incontra Radio Deejay, che, non paga di trasmettere nell’etere live dal Fuorisalone, ha piazzato sul tetto del suo gazebo delle potentissime casse acustiche che rendono impossibile anche solo una conversazione telefonica nelle abitazioni circostanti.
Aspetto i dati ufficiali che sicuramente leggeremo nei prossimi giorni, ma la mia impressione è che l’affluenza agli eventi di Milano sia stata massiccia e ben superiore agli anni passati. Bene. Forse però sarebbe stato meglio non fare sembrare il salone del design un enorme mercato frequentato da studenti in gita scolastica in libera uscita serale.
E, guardando con un certo timore all’Expo 2015, mi domando: che cosa sapranno inventarsi, gli organizzatori di questi eventi, per non far rimpiangere a nessuno di avere assegnato l’Expo a Milano e non a Smirne?
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Online dal 10 aprile 2009

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