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sabato 14 luglio 2012

'O spread

Che cosa capiscono, i bambini, della crisi?
I bambini ragionevolmente fortunati, intendo: quelli cioè che non sono toccati direttamente da un padre o una madre che hanno perso il lavoro o in difficoltà economiche, ma allo stesso tempo quelli che non vivono in situazioni di privilegio nelle quali i sacrifici imposti dalla crisi sono rinunciare alle vacanze in un hotel di lusso in favore di una delle case di vacanze di famiglia o ridurre i turni del personale di servizio.

Negli ultimi mesi, Re e Sol hanno chiesto più di una volta a me e a Si bemolle che cosa sia la crisi, che cosa significhi, che cosa l’abbia provocata, e noi abbiamo provato a spiegarglielo in modo semplice, ma chiaro. È interessante che nessuno dei due abbia chiesto come se ne possa uscire. Forse perché i bambini (quelli ragionevolmente fortunati in particolare) hanno esistenze ordinate, in cui non riescono a combinare guai troppo grossi, e il meccanismo errore-correzione-punizione rimette tutto a posto, in un tempo non troppo lungo, fino al prossimo errore.

Da qualche giorno, però, c’è un elemento nuovo. Re mi aggiorna in tempo reale sull’andamento dell’indice di borsa italiano, dei mercati azionari europei e dello spread tutte le volte che li vede in tv. Così adesso, oltre ad avere i miei strumenti di lavoro che mi mantengono connesso, ho anche un piccolo informatore che si tende quando la borsa scende e si rilassa quando sale. Non ha capito bene perché, ma è più rilassato se la borsa sale. È una situazione buffa, che però ha anche un risvolto più serio.

I bambini negli ultimi anni hanno visto alcuni genitori di loro amici perdere il lavoro, in alcuni casi dover reinventarsi una vita. Spesso i grandi hanno la tendenza a “proteggerli”, edulcorando le cattive notizie, cercando di fare in modo che la loro vita “normale” sia isolata dagli eventi negativi. Anche Si bemolle e io, quando coinvolgiamo i bambini nelle questioni pratiche della vita familiare, proviamo a risparmiare loro gli aspetti che ci sembrano “inutilmente preoccupanti”, che non significa mentire o nascondere le cose, ma provare a spiegarle in modo comprensibile, lineare, in modo che siano consapevoli di quello che succede, senza che nascano in loro timori irrazionali.

D’altra parte mi rendo conto che io, all’età di Re, ero molto più informato di lui su quello che accadeva nella mia famiglia. Sapevo molte cose e sapevo anche che fossero questioni private, da non raccontare in giro. Re, Sol e Mi fortunatamente vivono in un contesto diverso sul piano familiare, ma sicuramente complesso in generale. D’altra parte, il rovescio di questa medaglia è che non credo abbiano un’idea del valore di tante, troppe cose: della loro vita serena, degli oggetti e dei giochi di uso quotidiano, del tempo e dell’energia che le persone che li amano, a cominciare dalla loro madre a tempo pieno, scelgono di dedicare a loro.

Lo spread e le oscillazioni di borsa di oggi, come le domande sui rapporti genitori-figli e sulle separazioni di qualche anno fa, sono solo un modo per segnalare che la realtà trova molte strade per colpire la sensibilità e la fantasia dei bambini ed entrare nelle loro vite. La lezione più semplice da trarre (se mai ci fosse il bisogno di un’ennesima conferma) è che è inutile provare a nascondere loro le cose, perché tanto le scoprono comunque. Quella più difficile è cercare di essere rapidi a interpretare i segnali e non stancarsi di raccontare, spiegare, domandare che cosa li colpisca, perché il modo in cui il mondo di oggi appare a bambini di dieci, sette, cinque anni può essere molto ingannevole. E si fa molta più fatica a togliere dalla testa di qualcuno un’idea sbagliata a distanza di tempo che a provare a correggerla subito.

giovedì 9 settembre 2010

Il buon uso di noi

Il mondo di oggi ci offre enormi opportunità. Siamo ricchi, ben nutriti, culturalmente e tecnologicamente evoluti. Ma ci pone anche grandi dilemmi etici, sociali, politici ed economici. Come gestire e sanare le diseguaglianze? Come dare alle nostre azioni una connotazione morale virtuosa, oltre a quella pratica di raggiungere un determinato scopo? Come agire nel mondo, sfruttandone le potenzialità, ma senza abusare delle sue risorse naturali e umane? Come dare un senso alla nostra vita non solo a livello di microcosmo individuale, ma anche a livello collettivo, politico, e come trovare modalità di decisione e rappresentanza democratiche efficaci e giuste?

Questi alcuni dei temi toccati dal filosofo Salvatore Natoli nel suo bel libro Il buon uso del mondo. Una lettura interessante e scorrevole, che di rado assume il registro forbito del testo di filosofia, e che ripropone i problemi e i dubbi che quotidianamente dobbiamo superare nel prendere le decisioni grandi e piccole della vita accostando ad essi le riflessioni dei grandi filosofi e pensatori del passato (incluso, con mia grande soddisfazione, Schumpeter). In effetti, cambiano le forme e le tecnologie, ma ben poco il cuore e la mente dell’uomo. Solo che, con il passare del tempo, il miglioramento degli strumenti che ci consentono di essere praticamente in ogni luogo del globo in ogni momento ha reso la posta in gioco più alta: l’impatto di una decisione sbagliata o meno che ottima del nostro sistema politico, o di produzione e consumo, può ripercuotersi su un gran numero di individui, in molte parti del mondo.

Ragione, responsabilità, rispetto, comunità, virtù, altruismo sono parole che mantengono una drammatica attualità e Natoli fa molto bene a calarle come tema intellettuale ed etico nel contesto della quotidianità.

Lo scadimento della nostra vita pubblica è ben riassunto da Schumpeter (Capitalismo, socialismo e democrazia, riportato da Natoli, pag. 227): “… basta osservare l’atteggiamento diverso che l’avvocato prende verso la causa che è chiamato a difendere e verso le affermazioni di fatto di un giornale politico. Nel primo caso egli si è preparato, attraverso un lungo lavoro ispirato a un fine preciso e stimolato dall’interesse per la professione, a valutare l’importanza dei fatti e, sotto uno stimolo altrettanto potente, concentra nel contenuto della causa le sue capacità, la sua intelligenza, la sua volontà. Nel secondo, non si è preoccupato di “qualificarsi”; non sente lo stimolo di assimilare i dati informativi o di applicarvi quei principi di critica di cui pur conosce tanto bene il modo di servirsi; è insofferente dei ragionamenti lunghi e complicati”. Ma Natoli nel suo libro ci conforta perché per ogni questione spinosa ci mostra che i buoni esempi e le buone idee esistono già: basta applicarli.

Mi piace ricordare questa lettura estiva, di teoria e di sostanza, in una giornata in cui a Milano si celebra la Vogue Fashion Night Out, un importantissimo uomo politico afferma che l’avvocato Ambrosoli “se l’andava cercando” e in un periodo in cui il sistema dell’istruzione pubblica viene demolito a pezzi sempre più grandi.

giovedì 12 novembre 2009

Concetto monetario, concetto affettivo

Dopo alcune conversazioni recenti, mi sto ponendo con insistenza la seguente domanda.
Perché se un padre passa 15 ore al giorno fuori casa per lavoro è un professionista scrupoloso e da ammirare, se passa 8 ore alla settimana a schiantarsi di squash, spinning e a farsi qualche aperitivo con gli amici è una persona che dedica del doveroso tempo a se stesso, e se invece cerca ostinatamente di ritagliarsi degli spazi decorosi per godersi sua moglie e i suoi figli è un poveretto che non sa stare al mondo, o, nella migliore delle ipotesi una sorta di fanatico integralista della famiglia?

Una risposta che ho trovato è che, anche nei rapporti personali più stretti, il metro per il giudizio sia diventato monetario, e non più affettivo. Il numerario non è, magari, il denaro in senso stretto, quanto piuttosto l’ora di equitazione, la gara di go-kart, la scuola materna esclusiva che insegna conversazione in giapponese, la cena di coppia “obbligatoria” fuori, spero di avere reso l’idea.

Attenzione, non trovo nulla di sbagliato in nulla di tutto questo, anzi sono tutte belle cose, solo non mi pare nemmeno che vi sia qualcosa che non va nella scelta di stare con la famiglia. E non penso che il “quality time” sia necessariamente stare poche ore l’anno ai vari saggi dei figli (anche per controllare se gli investimenti hanno fruttato): anche provare a leggergli una storia prima di dormire, o stare ad ascoltare quello che hanno fatto durante la giornata, può andare bene.

E come mai, se qualcuno ha dei problemi di scarso impegno, motivazione o rendimento sul lavoro, la questione è grave, mentre se considera i propri bambini un peso da sopportare di malavoglia fino all’ora della nanna, si tratta di preservare i propri spazi vitali per essere uomini (ma forse anche donne) realizzati? E immediatamente, come per molte debolezze comuni, che a volte fanno anche comodo, scatta una solidarietà automatica, fra co-vittime di una prole che rende meno liberi?

Certo che rende meno liberi, sono i genitori che liberamente scelgono se fare i figli, poi però dovrebbero avere voglia di occuparsene non solo materialmente, ma anche affettivamente, ed è un vincolo molto serio.

Non sono abituato a dare giudizi sui comportamenti delle altre persone, se non richiesti, e soprattutto in campi come la genitorialità non credo proprio che esista un modello corretto predefinito.
Però comincio ad essere stufo di gente che rompe le uova nel paniere agli altri, sentendosi in diritto di pontificare e criticare, provando a mettere chi fa scelte lievemente controcorrente nell’angolo di una società che, forse anche per l’involuzione di certe basilari relazioni interpersonali, peggiora rapidamente.

venerdì 23 ottobre 2009

Tempo dispari

Ho sempre avuto un debole per i tempi dispari in musica.
Per la loro maggiore vivacità, perché conducono ciclicamente ad un equilibrio stabile come sequenza di equilibri apparentemente fragili, in costante movimento. Mi rilassano senza annoiarmi.

Mi sento un tempo dispari anche caratterialmente. Diciamo un tre quarti: prevedibile, affidabile, ma con continue variazioni e piccoli scartamenti. Forse anche per la mancanza di senso dell’orientamento (faccio fatica perfino a nuotare diritto seguendo la linea blu a fondo piscina).

Quando ascoltiamo musica insieme e c’è un tempo dispari, Si bemolle lo riconosce. Non la rilassa, anzi, ne nota l’asimmetria e ciò le provoca una leggera ansia, difficile da spiegare ma percettibile, sotto traccia.

Si bemolle è un quattro quarti.
Elegante, regolare e solida come la colonna di un tempio greco.

È fantasiosa e creativa, premurosa e affettuosa, spiritosa e seria, aperta al cambiamento e curiosa, intelligente e onesta, veloce e capace di gestire ogni imprevisto o situazione.

Riesce sempre a inquadrare tutto in modo perfetto nella breve cornice del ritmo pari di ogni battuta. Per poi cominciarne subito un’altra.

Non conosce pause, Si bemolle. La musica della sua vita di oggi è coinvolgente e in costante tensione, come il Presto agitato del Chiaro di luna di Beethoven. Io assomiglio più all’Allegretto di quella stessa sonata (ovviamente sono molto più goffo e meno delicato).

Domani nella famiglia di note si festeggeranno undici anni di matrimonio fra Do minore e Si bemolle.

L’unione dei due ritmi in un unico spartito in cui i diversi tempi si sovrappongono ha portato frutto: a me servono quattro battute per tornare in sincronia con ciò che lei può fare in tre, ma le asimmetrie e i controtempi che si creano nel frattempo sono abbellimenti che vivacizzano, rendono la musica unica, la variano sempre, senza togliere sicurezza e tranquillità a chi ascolta.

Serve coraggio a mescolare due ritmi, ci vuole molta forza per fare la scelta controcorrente di Si bemolle, di rinunciare a brillanti opportunità di carriera per occuparsi esclusivamente, con passione e ferrea disciplina, dei bambini, della nostra casa e di me. È il mio punto di riferimento e non c’è riconoscimento abbastanza grande per l’esempio e l’amore che ci dà.

Ma adesso la ricorrenza mi proietta verso il futuro, l’orecchio è teso solo per ascoltare e lasciarmi condurre da una musica bellissima e nuova, un affascinante tempo in quattro quarti che non mi stanco di inseguire e a cui cerco di sovrappormi, sempre portando con me qualche asimmetria.

mercoledì 21 ottobre 2009

Quei bravi ragazzi e la tre volte vittima

Ho dovuto leggere due volte, stamane, l’articolo che parlava della violenza subita due anni fa da una minorenne ad opera di otto “bravi ragazzi”, sul sito del Corriere.

Ho dovuto ingoiare a fatica la rabbia per ciò che ho letto, per il modo in cui i compaesani dei "bravi ragazzi" ne hanno preso subito le difese, giustificandoli, qualcuno addirittura desiderando di essere più giovane per poterli imitare. Come se abusare di una ragazza fosse la cosa più naturale del mondo. Come se tutti dovessero pensarla come loro. Come se tutti fossimo come loro.

Devo ancora metabolizzare l’amarezza per la vita che questa ragazza potrebbe avere davanti a sé, segnata dal dolore e dall’umiliazione di vedere i responsabili della violenza protetti, compresi, aiutati, ora e in futuro, dalla loro gente, mentre lei è stata scaricata, emarginata, incolpata.

Solo un esponente delle forze dell’ordine, sui due intervistati, ha ammesso che “forse, dato quello che hanno commesso, proprio bravi ragazzi non sono”.

Non è la prima volta che si sente una storia del genere, purtroppo. E la tragedia è che forse ci stiamo abituando. Ma leggere certe cose fa sempre un brutto effetto.

Il problema è che ormai, al di là delle vicende giudiziarie, stiamo accettando di tutto. Non siamo più in grado di stabilire ed erogare una sanzione sociale. Di far sentire a chi delinque il peso della propria responsabilità, la gravità delle azioni compiute, la fatica necessaria a recuperare la fiducia e l’accettazione degli altri. Presupposto indispensabile per poter arrivare, come società, al recupero e al reintegro di chi sbaglia.

Finchè il crimine rimarrà, anche a colpi di precedenti impuniti e battute discutibili, accettato, finchè rubare, evadere le tasse, molestare, abusare, usare violenza farà addirittura “figo”, non si potrà fare nessun passo avanti, e gli unici a subire e soffrire saranno i più deboli, le vittime.
E saremo sempre di più a diventare più deboli.

Come questa ragazza, tre volte vittima, poiché, oltre a subire la violenza, non ha trovato nessuno che la ascoltasse, né qualcuno che la comprendesse e la proteggesse.

Non voglio adattarmi a tutto questo.
Perché come padre sono preoccupato sia per mia figlia, sia per i miei figli, che crescendo potrebbero incappare in un branco del genere.
Perché come uomo non voglio rassegnarmi a un simile imbarbarimento, alla scomparsa rumorosa di molti valori sociali.

Perché in questa torbida storia i bravi ragazzi non sono i “bravi ragazzi”, ma qualcun altro.
E questo post è un piccolo segno inadeguato per farlo sapere.

venerdì 11 settembre 2009

Buona politica e grandi uomini politici

Esistono ancora.
Noi non ci siamo più abituati, ma nonostante la costante esposizione ad un teatrino scadente, non mi sono ancora assuefatto e sono stato in grado di riconoscerli alla prima occasione.

Mercoledì sera (ora americana), il presidente Barack Obama ha tenuto al Congresso e in diretta televisiva in prime time un discorso sul suo progetto di riforma sanitaria.

Non sono un analista politico, né un critico letterario, però qualcosa la vorrei dire.

In meno di 45 minuti, Obama è riuscito a coinvolgere i parlamentari (e, credo, il pubblico a casa) con un discorso chiaro, diretto, incisivo, concreto, motivante. Che ha ottenuto in molti passaggi applausi e approvazione bipartisan e credo gli abbia fatto riguadagnare parte della popolarità che aveva perso di recente, proprio a causa della riforma in questione.

È stato capace di usare al meglio tutti gli strumenti retorici senza ricorrere a orpelli inutili né ad aneddoti sentimentali (solo un paio di minuti è stato dedicato ad una testimonianza commovente).

È stato capace di tracciare di nuovo le linee guida della sua azione in materia sanitaria, senza perdersi in tecnicismi difficilmente comprensibili o che rischiassero di legargli le mani in futuro. Linee coerentemente già espresse in campagna elettorale, che gli sono valse l’elezione.

È stato capace di mostrare chiaramente la sua idea di giusto e sbagliato in materia di utilizzo dei denari pubblici, tema scottante, muovendo critiche senza gettare la croce addosso a nessuno con malizia e malafede, nemmeno parlando di una lunga e costosa guerra finanziata a debito.

Quello dell'altra sera mi è parso il discorso con contenuti anche concreti più accorato da quando Obama si è insediato alla Casa Bianca. Per quanto mi riguarda, è forse il discorso migliore che abbia ascoltato da un politico vivente.

Spero che la riforma sanitaria di Obama abbia successo e che lui possa realizzare i suoi progetti. Saranno utili agli Stati Uniti e al resto del mondo.

La strada è in salita, ma avere un Presidente che ci mette la faccia (nel modo giusto) e si gioca un enorme patrimonio politico su temi così delicati e così rapidamente è un ottimo viatico per un Paese.

Sono contento di aver voluto e potuto assistere allo spettacolo.


Per chi fosse interessato, seguono i link al testo del discorso e alle riprese televisive (in Inglese).


lunedì 7 settembre 2009

Tutto 2.0

Sono blogger da poco e non sono una mamma. Come credenziale posso tuttavia vantare una moglie mamma blogger, che mi ha coinvolto in questa esperienza e con cui spesso mi trovo ad analizzare le implicazioni e la portata del fenomeno.
Non amo le etichette, in generale, quindi fatico a considerarmi un daddy-blogger. Sono un uomo, che condivide con lo strumento del blog alcuni pensieri, a volte sulla paternità, a volte su altri argomenti, e che apprezza la possibilità di discutere alla pari e in modo disinteressato con altre persone.

La querelle sulle mamme 2.0 ha suscitato in me più di una perplessità, perché fatico a mettere a fuoco i reali termini della questione.

Sono molto colpito dal dilagare del suffisso 2.0, ormai secondo me abusato.
Dopo la realtà virtuale, quasi qualunque esperienza del mondo fisico è stata arricchita di una parte digitale interattiva e self-generated.
Ciò può dare a molti l’illusione del controllo, ma temo non sia così.

Spesso il controllo è nelle mani di qualcun altro, che non sempre ce lo dice esplicitamente.
Un esempio: i commenti ai libri che leggo su amazon.com sono utili guide nella scelta delle letture e, statisticamente, disinteressati.
Ma se fossero gli editori a invitare gruppi di lettori potenzialmente influenti con il loro passaparola a commentare i libri sul web, la cosa potrebbe risultare un po’ sospetta. O no?

Se l’interattività dev’essere fornire idee, contenuti e massa critica a qualcuno che le sfrutti a fini propri con il pretesto di scoprire l’acqua calda (come lo scambio di vestitini e le “amicizie” via Internet) o di fornire “visibilità” solo perché ha un nome o un marchio popolari, capaci di attrarre la gente, non sono sicuro che sia positiva.
Si tratta del vecchio principio della televisione commerciale: aggrego un pubblico numeroso e lo vendo al migliore offerente, per vari scopi.

In un simile contesto, i benefici non ricadrebbero su tutti, ma solo sui pochi attori che presidiano gli snodi critici della catena (della comunicazione? Del valore?).

Ho un’idea diversa dell’interazione non commerciale e non propagandistica su Internet.
Mi aspetterei come minimo di essere informato su quali siano gli scopi per cui le idee e i contenuti generati e postati possono essere utilizzati, e da chi.
Infatti i contenuti, benché condivisibili, rimangono proprietà di chi li genera, che non dovrebbe essere espropriato dei diritti di sfruttamento economico, intellettuale e di immagine delle proprie idee. Non a caso su questi temi, mascherati in vario modo, il dibattito si infiamma.

La popolarità di Beppe Grillo sul web è enorme, ma anche le mamme blogger hanno attirato grande attenzione mediatica. Non è così scontato che siano le seconde nel loro complesso a beneficiare della visibilità del primo, anzi.
E non credo sia solo un problema di copyright sul nome di mamme 2.0.

Se vi fosse qualche iniziativa imprenditoriale a carattere informativo o di servizio per le mamme, Grillo potrebbe farle indirettamente pubblicità, ma questo non significa che sarebbe necessariamente l’intero mondo delle mamme blogger a beneficiarne, bensì, primariamente, solo chi gestisse una simile attività.
Intendiamoci: sono un accanito sostenitore delle iniziative imprenditoriali e di un capitalismo corretto e responsabile, quindi non trovo nulla di sbagliato nel guadagnare grazie a Internet. Al contrario, queste cose mi interessano moltissimo. Magari si riuscisse a usare la rete per ottenere prodotti e servizi migliori e innovativi rispetto a quelli del mondo reale e del web 1.0!
Solo, stante il fair play che di solito vige fra blogger, se questo fosse il caso, sarebbe opportuno saperlo.

Sui blog si può scrivere quello che si vuole. Ci si può anche lavorare. Basta che sia tutto spiegato chiaramente. Non vorrei trovarmi a pensare di scambiare idee con una persona e poi scoprire che sto regalando idee di marketing o sviluppo ad una azienda, o che mi sto prestando ad una pubblicità occulta.

Mi piacerebbe, invece, pensare che gli utilizzatori del web potessero relazionarsi con gli attori economici, giustamente orientati al profitto, in maniera costruttiva ma critica, magari orientando le scelte dei prodotti e servizi da realizzare e i modi in cui realizzarli, ed esplicitando eventuali conflitti di interesse.

Sarà l’italico vizio del sospetto, ma alcune situazioni mi lasciano alquanto perplesso. E l’uscita di Grillo, che pure ha condotto alcune battaglie apprezzabili e condivisibili, accresce i miei dubbi.

venerdì 7 agosto 2009

Estate italiana

Bollettino (semiserio, perché le cose gravi sono altre) dell’estate 2009.

Cronache di disservizi negli aeroporti, soprattutto con voli di una compagnia di cui abbiamo fatto bene a difendere a caro prezzo l’italianità, altrimenti, chissà, qualche volo sarebbe anche potuto partire pieno di passeggeri ma senza overbooking, in orario e con i bagagli recapitati a destinazione.

Notizie di aumenti del prezzo dei carburanti, tutti pienamente giustificati, a ridosso delle partenze per il grande esodo estivo.

Immagini di trenta chilometri di auto in coda sul passante di Mestre.
Soggetti vari, dotati di spiccato senso dell’umorismo, che nei telegiornali suggeriscono ai vacanzieri italiani, già psicologicamente preparati ad affrontare un’odissea per raggiungere l’agognata meta, di non partire sabato 8 agosto dalle 6 alle 14.
Ora, per fortuna io non sarò fra quanti si metteranno in marcia per le vacanze sabato, ma mi sembra veramente una presa in giro di cattivo gusto.
Quindi il colpo di genio, che purtroppo riguarderà anche me, della chiusura totale di un tratto autostradale della Milano-Genova (aperto, così, per dire, tutto inverno) dal 5 al 18 agosto. Senza parole.
Ovviamente, tutta questa qualità ed efficienza a fronte di pedaggi autostradali che aumentano ogni anno.

Al mare, in una nota località della Riviera ligure in cui le spiagge sono più vuote degli anni scorsi e in cui molti ristoratori e albergatori sembrano avere, una volta tanto, una ragione seria per lamentarsi, case e stabilimenti balneari hanno sempre prezzi altissimi e, anzi, si progettano nuove opere di edificazione ed espansione, sostenute da futuri aumenti.
Tutto ciò con infrastrutture, anche igieniche, vecchie di decenni, col risultato che per buona parte del mese di luglio l’acqua di un ampio tratto di mare non è stata balneabile. La cosa, però, non è stata pubblicizzata troppo, per non spaventare inopportunamente i turisti da spremere ben bene: tanto la Liguria è comoda per Milanesi e Torinesi, cosa volete che sia un banale problema di salute pubblica?

Anche in vacanza siamo vittime di situazioni con poche alternative: la famosa concorrenza che dovrebbe avvantaggiare i consumatori è una pia illusione nel paese dei monopolisti, dei cartelli, dei furbi e dei quindicimila euro l’anno di reddito dichiarati.
E se chi possiede case, o gestisce alberghi e impianti nelle località di villeggiatura, preferisce tenerli vuoti piuttosto che abbassare i prezzi, in barba a tutte le teorie economiche, una ragione ci sarà.

Se questo dev’essere l’effetto rilassante delle vacanze, l’autunno si preannuncia nervoso.

martedì 28 luglio 2009

Senza vergogna

Oggi ho letto un bell’articolo di Gianrico Carofiglio sul sito de La Repubblica.

Lo condivido volentieri. Mi ha molto colpito, perché unisce considerazioni sullo stato della nostra democrazia a osservazioni sull’uso improprio della lingua e di alcune parole, un tema che mi sta a cuore e secondo me non è estetico, ma di importanza sostanziale.

Il lessico della nostra vita civile, la sua ortografia e la sua sintassi, che sono stati progressivamente trascurati, come quelli della lingua italiana, sono un patrimonio di tutti noi e non dobbiamo perderlo.
Non diventiamo senza vergogna.

domenica 7 giugno 2009

Una poesia

Qualche anno fa, mia sorella mi ha fatto conoscere questa poesia.
La pubblico proprio nel giorno in cui lei affronta un’importante nuova sfida, e io le auguro ogni bene.

È una lirica adatta a genitori, figli, alle persone che si amano, che lavorano, e a tutti coloro che si impegnano per le cause importanti nelle proprie vite.
Mi piace molto e la condivido volentieri.


Scaffolding

Di Seamus Heaney (premio Nobel per la letteratura 1995)


Masons, when they start upon a building,
Are careful to test out the scaffolding;

Make sure that planks won’t slip at busy points,
Secure all ladders, tighten bolted joints.

And yet all this comes down when the job’s done
Showing off walls of sure and solid stone.

So if, my dear, there sometimes seem to be
Old bridges breaking between you and me

Never fear. We may let the scaffolds fall
Confident that we have built our wall.


Per chi avesse poca dimestichezza con l’inglese, azzardo una traduzione. Non è poetica, ma spero almeno di poter rendere l’idea.


Impalcatura

I muratori, quando iniziano a costruire un edificio,
stanno bene attenti a collaudare l’impalcatura;

si accertano che le assi non scivolino nei punti critici,
fissano tutte le scale, stringono forte i bulloni delle giunture.

Eppure tutto questo viene giù quando il lavoro è terminato,
scoprendo le mura di sicura e solida pietra.

Così, mio caro, se a volte dovesse sembrarti
che i vecchi ponti che ci uniscono si spezzino,

non avere mai paura. Possiamo lasciar crollare l’impalcatura,
fiduciosi di aver costruito il nostro muro.

martedì 2 giugno 2009

Manager per se stessi

Mi è tornata in mente una frase di un mio amico, di qualche anno più grande di me, con il quale ho avuto il piacere di suonare qualche volta da ragazzo: “quelli che dicono di suonare per se stessi, lo dicono perché non sono capaci”.

Pensavo a tutti i manager che ho incontrato nel corso della mia carriera, sia in Italia che all’estero, con responsabilità e incarichi importanti.
È affascinante conoscere donne e uomini che hanno accumulato molte esperienze, intelligenti, preparati. Che detengono potere e lo esercitano. Si impara sempre qualcosa.

Vi sono, per fortuna, anzi per merito, numerosi casi di aziende di successo in tutto il mondo, dalle piccole alle blasonate multinazionali, i cui manager mantengono un atteggiamento umile, attento, pronto ad ascoltare opinioni, idee e suggerimenti che arrivano dall’esterno.
Persone consapevoli che il loro lavoro rappresenti una sfida continua con il mercato, con concorrenti intelligenti e capaci di presentarsi con buoni prodotti e servizi e idee valide.

Questi manager capiscono esattamente che il loro lavoro consiste nel prendere decisioni. Talvolta difficili, rischiose. Ma le devono prendere.
E si rendono conto che, se esercitato con diligenza, trasparenza, impegno e coraggio, proprio questo processo decisionale sta alla base del rapporto di fiducia fra i dipendenti di un’azienda e chi li governa, fra l’azienda e i suoi fornitori e clienti, fra azienda e investitori sul mercato.
Gli errori si possono sempre commettere e ci sono sempre sorprese negative dietro l’angolo, ma essere leader significa anche saper affrontare a viso aperto le situazioni critiche, senza nascondere la verità agli altri.
Altrimenti la fiducia e il senso di coesione per raggiungere un obiettivo comune cominciano a venire meno.

In tanti anni di esperienza, posso affermare che la capacità di un management di elaborare una strategia valida e di eseguirla senza sbavature, e la capacità di interpretare i segnali che provengono dalla realtà circostante per apportare le modifiche che si rendano opportune lungo il percorso, siano il più decisivo fattore di successo di un’azienda.

Incidentalmente, noto che questa considerazione vale in tutti i contesti: nella politica, in famiglia.

I genitori, ad esempio, devono saper esercitare una leadership che i figli non mettano in discussione. Con autorevolezza e dolcezza.
I figli, anche piccoli, capiscono che i genitori possono sbagliare, come tutti, ma devono avere fiducia nei loro comportamenti e nelle loro decisioni.
E la fiducia si conquista con l’impegno e con l’esempio, parlando e spiegando, facendo cose insieme, ma anche ascoltando molto i segnali che i bambini ci mandano.
Senza per questo sottostare ai loro capricci, senza diventare troppo “amici”, ma per assicurarci che percepiscano in ogni momento che, anche se alcune situazioni sono complicate da comprendere, i loro genitori cercheranno sempre di agire per il meglio, per il loro bene.

Purtroppo, a volte, il morbo dell’arroganza e dell’autoreferenzialità infesta i comportamenti e gli atteggiamenti di coloro i quali prendono le decisioni.

Così, ci sono manager che non si preoccupano più del mercato e dell’economia come all’inizio della loro carriera, perché, una volta raggiunto il successo, proprio in virtù di esso si ritengono infallibili e invulnerabili.

Cominciano ad ignorare concorrenti, fornitori e clienti che non solo meritano rispetto, ma che fornirebbero segnali importantissimi per non perdere la rotta.
E ai primi segni di difficoltà e cedimento, questi personaggi si trincerano dietro una cortina di ferro e non comunicano più apertamente con chi li circonda.
Richiedono una fiducia cieca nella loro capacità di decidere per il meglio. Condividono opinioni e informazioni con il loro “circolo di pari” in altre società anziché con chi, giorno per giorno, li ha aiutati a costruire, con fatica e soddisfazione, una storia di successo.
Poco alla volta, inevitabilmente, si perdono fiducia e rispetto. E leadership.

Questi manager smarriscono la propria identità, alla lettera, poiché non prendono più alcuna decisione utile a gestire l’organizzazione per cui lavorano.
Anzi, cercano in ogni modo di sottrarsi alla responsabilità di decidere per non esporsi alla possibilità di commettere errori.
Perché il rischio di danneggiare la propria reputazione con decisioni sbagliate, ma assunte in modo trasparente e sulla base di motivazioni e analisi convincenti, sembra troppo alto.
Diventano manager di se stessi e per se stessi, provano a sviluppare una carriera di visibilità e difesa della posizione più che una fondata sul fare, sul creare. Inutili, talvolta addirittura dannosi.

Non credo sia un caso se, in una situazione economica e politica come quella che stiamo ancora attraversando, leggiamo spesso di buonuscite faraoniche e paracadute dorati e raramente di progetti innovativi e coraggiosi di riforme e di impresa, per sfruttare la crisi come un’occasione per correggere errori ed eccessi del passato e creare un futuro che poggi su basi economicamente e socialmente più solide.

Parlo ogni giorno con persone che lavorano in aziende grandi e piccole in tutto il mondo e che prendono decisioni a vari livelli.
Esiste un senso di malessere diffuso tra coloro che non si trovano ai vertici ma quotidianamente mandano avanti un’azienda. Un malessere che nasce dalla mancanza di comunicazione, da un lato, ma da un altro, forse più profondamente, dal fatto che ci si concentri spasmodicamente sul presente senza occuparsi del futuro.
Dimenticando che quest’ultimo non è la sequenza o la somma di tanti brevi periodi, non è una navigazione a vista.
Paradossalmente, è la consapevolezza dello slancio creativo che serve per progettare un futuro, con i suoi rischi e le sue opportunità, a creare un timore tanto grande da cannibalizzarlo.

La voglia di agire e impegnarsi per costruire una prospettiva migliore sono presenti in molte persone.
I problemi del presente dovrebbero dare ai manager e ai leader di oggi la spinta per accogliere idee e sfide nuove senza resistenze, e, auspicabilmente, aprire la strada ad una nuova generazione di leader di domani.
Mi chiedo quanto tempo occorrerà ancora e quante barriere andranno abbattute affinché ciò accada.

sabato 9 maggio 2009

Nascite

A pranzo con due colleghi, ieri, si commentava l’esperienza della nascita dei rispettivi figli. Anche Desian ne ha scritto qualche tempo fa.

La gioia unica e grandissima, per ognuno diversa, è forse indescrivibile a parole.

Assistere ai parti di Si bemolle è stata un’esperienza intensissima, che ricorderò sempre e, se possibile, mi ha unito ancora di più a lei.
Il mio coinvolgimento durante i mesi della gravidanza, quando mi raccontava o mi faceva sentire i movimenti dei bambini nel pancione, ha trovato il suo culmine nella partecipazione, passiva, alla fatica del travaglio.
Mi ha permesso di condividere anche i momenti cruciali di cui solo una madre conosce il peso e la tensione, fino all’istante in cui ha donato un’esistenza autonoma ai nostri bambini.

Al di là delle emozioni, mi rendo conto che ciò che più ha segnato la mia memoria non sono i gesti o gli odori, ma la luce, i colori e qualche suono.

La sala parto di un noto ospedale milanese, divenuta in cinque anni un luogo familiare, l’ho vista, o meglio, vissuta, in condizioni diverse: una buia e trafficata notte di luglio, un silenzioso e luminoso pomeriggio di gennaio, un affollato e rumoroso pomeriggio di giugno. Contesti diversi per un miracolo identico e sempre nuovo: la vita di Re, Sol e Mi.

Si bemolle ed io siamo stati fortunati ad avere persone affidabili accanto. Presenze importanti, che a distanza di tempo ricordo distintamente, ma come parte dello sfondo.

Anche la presenza dei nostri familiari alla nascita dei bambini è stata diversa per ognuno dei tre. Niente schemi, nessun obbligo.

Gli amici cari e i parenti sono venuti a trovarci in camera nei giorni seguenti le nascite, ma la nostra scelta di non avvisare nessuno dell’ingresso in ospedale ci ha consentito una certa tranquillità dopo il parto, almeno dal punto di vista delle visite.

E sono felice che sia andata così, che diventare papà, una delle cose più pubbliche che esistano, sia stato innanzitutto una questione privata, intima, non un fatto sociale e d’immagine.

Il primo vero incontro con i miei figli.
Dopo tutto, sono loro ad avermi reso padre.
Io mi sono limitato ad accogliere l’invito e a ricambiare dedicando loro la mia vita.

Ancora oggi trovo stupefacente che la più grande delle responsabilità che un uomo possa assumersi divenga un fatto tanto naturale.
I tanti timori che suscita la decisione consapevole di aprirsi alla paternità si sciolgono nel gesto del primo abbraccio, al primo sguardo, al primo vagito.

A pensarci bene, non credo di essermi mai sentito tanto libero come quando ho preso in braccio i miei bambini per la prima volta, stando vicino a mia moglie.

Forse non lo sarò più.

lunedì 13 aprile 2009

Quale papà vorrei essere

Ho appena cominciato a frequentare blog di genitori e mi capita di incontrare spunti interessanti. Tra questi un post di Marilde.

Mi sembra che la concezione del ruolo del padre oggi oscilli fra l’assenza giustificata, una complicità amicale e un meno popolare autoritarismo all’antica.

Sono il papà di tre bambini e ho la grandissima fortuna di avere una moglie che ha scelto di fare la mamma a tempo pieno (e che mamma!). Mi fido ciecamente del lavoro educativo di mia moglie, ma è vero che un padre serve. Me lo “chiede” lei, lo desidero io, i bambini ne hanno bisogno.

Il mio tentativo è quello di accompagnare i miei figli nelle fasi della loro vita più che posso (e non mi pare mai abbastanza). Per questo, mia moglie ed io abbiamo “rinunciato” a una vita privata esterna e a molti svaghi.
Compiti, giochi, libretti e festine hanno sostituito cene fuori, aperitivi, cinema, serate con gli amici. Col tempo, mi sto riappropriando di spazi e tempi per coltivare i miei interessi in casa, come la lettura e la musica, e i bambini sono incuriositi.

Per me il “prezzo” da pagare per stare con i miei figli è veramente basso se confrontato con la gioia che ne ricavo come uomo e come genitore e, spero, con il beneficio che ottengono loro. Spesso, invece, trovo molto faticoso fare fronte alla pressione sociale che privilegerebbe l’individualismo rispetto alla vita familiare.

Pensandoci bene, ho la sensazione che la difficoltà dei padri a connotare il proprio ruolo sia il retaggio di una cultura che consentiva o richiedeva socialmente una grande distanza affettiva nel quotidiano fra padri e figli. La distanza riduce la conoscenza reciproca e l’intimità e porta ad atteggiamenti eccessivi, in un senso o nell’altro.

Mi capita continuamente di domandarmi se sia stato troppo tenero o troppo severo, è giusto che un genitore abbia dei dubbi e sia esigente con se stesso.
Ma penso che siamo abbastanza cresciuti e informati per evitare gli errori del passato e trovare giustificazioni di comodo.

Ogni scelta è lecita, come genitori, basta che ce ne assumiamo la responsabilità. È una sfida impegnativa, ma secondo me ne vale la pena.

domenica 12 aprile 2009

Preludio e fuga - Rispetto

Questi non sono giorni adatti per lasciarsi andare a sfoghi su piccinerie. Ciò a cui purtroppo stiamo assistendo in Abruzzo impone di rimettere in ordine le priorità e trattenere le lamentele. Ci mancherebbe altro. Dobbiamo tutti prendere esempio dalla dignità delle vittime del terremoto e ricordare, in questi giorni di festa da trascorrere in famiglia, quanto siamo fortunati.

Però, porterà la tragedia abruzzese ad una rivalutazione del valore dei gesti quotidiani, che si sta perdendo? Aiuterà a capire che la degenerazione nei comportamenti individuali causerà inevitabilmente il collasso della struttura che si chiama società, proprio come il terremoto?

Un paio di esempi.

Do minore accompagna a scuola il suo figlio maggiore. Ogni mattina, fra le 8.25 e le 8.30, il portone si apre e i bambini entrano nella scuola elementare.
Dotato di scarsa puntualità nella vita privata, Do minore talvolta costringe il piccolo a una veloce camminata per raggiungere la scuola in orario, perché la scuola è importante.

C’è sempre qualcuno in ritardo, che compare all’orizzonte stancamente quando gli altri genitori già si allontanano dalla scuola.

L‘aspetto sorprendente è la quantità di persone che portano i figli a scuola con un ritardo sistematico minimo di 10-15 minuti, li accompagnano fino in classe (cosa proibita salvo circostanze particolari), spesso lasciano l’auto in mezzo a un incrocio trafficato, sotto gli occhi di vigili stupefatti, insultandoli se provano a dire qualcosa, e si trattengono anche al bar per fare colazione!

Da buon 36enne cresciuto alla vecchia scuola, quella del rispetto per gli insegnanti e per le regole, Do minore si domanda come cresceranno questi bambini, che rischieranno di ignorare le elementari norme della convivenza civile, il valore di cose semplici, come una lezione che inizia in orario e un traffico scorrevole, ma conosceranno bene il proprio comodo.

Do minore si reca quindi in ufficio, a svolgere un lavoro che lo appassiona e che gli permette di valorizzare l’impegno di tanti anni di studio e lavoro. Un lavoro che lo mette in contatto con tante aziende in tutto il mondo e gli permette di conoscere, misurare e valutare chi lavori bene e chi meno.

Da un paio di anni, Do minore si scontra con una realtà in cui la misurazione e la trasparenza sono scomparse. In cui le informazioni sono nascoste, i fatti occultati o travisati. Così diventa quasi impossibile fare scattare i meccanismi virtuosi della selezione di mercato.

La gravità del problema non è la stessa ovunque, e l’Italia ovviamente non brilla, ma la situazione è seria dappertutto.
La grave crisi finanziaria, che potrebbe essere un’occasione per correggere le situazioni patologiche, rischia di diventare la giustificazione di interventi per tamponare problemi di breve periodo a scapito di un progresso diffuso nel lungo termine. Interventi che possono servire a perpetuare il potere e le posizioni di chi decide oggi e ci ha portato nelle sabbie mobili, travestiti da rimedi di cui beneficeranno le generazioni future.

Do minore ama impegnarsi in quello che fa, è sempre costruttivo, ma a volte è costretto a fermarsi, un po’ smarrito, a riordinare le idee.
Spera che la voglia di riscatto dell’Abruzzo sia uno stimolo per tutti noi.

sabato 11 aprile 2009

Un originale punto di vista sulla crisi finanziaria

Leggendo un articolo su un altro tema, ho scoperto una nuova prospettiva “da uomo della strada” sul crollo del colosso assicurativo AIG. L’autore è Matt Taibi, di Rolling Stone (edizione USA). Traduco liberamente, per comodità.

“Negli ultimi tre mesi del 2008, la società AIG ha perso oltre 27 milioni di dollari ogni ora. Fanno 465.000 dollari al minuto, o il reddito della famiglia media americana ogni sei secondi, o circa 7.750 dollari al secondo.

E tutto questo è accaduto alla fine di otto anni in cui l’America si è dedicata a rincorrere freneticamente l’ombra della minaccia terrorista con scarsi risultati, otto anni in cui ogni cittadino veniva perquisito in ogni aeroporto, ogni borsellino, borsa, cartella, zaino setacciato per cercare esplosivi nascosti in tubetti di dentifricio e brik di succhi di frutta.

Alla fine, il nostro governo non ha avuto gli strumenti per analizzare i bilanci di aziende che detenevano un autentico potere di vita e di morte sulla nostra società e non è stato in grado di trovare voragini nell’economia nazionale di dimensioni pari all’economia della Libia (il cui prodotto nazionale lordo nel 2008 è stato minore delle perdite di AIG nello stesso anno).”

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Online dal 10 aprile 2009