Il 2013 è cominciato. Sarà migliore dello scorso anno? Che cosa cambierà?
Adesso che le vacanze natalizie dei bambini stanno per terminare e la routine scolastica riprenderà, ora che il lavoro è ricominciato già da qualche giorno, con l'anno nuovo che è cominciato come il vecchio è finito (di corsa), posso cogliere qualche segnale che il vento di cambiamento non abbia poi tanta fretta di cominciare a spirare.
La crisi è ancora qui e siamo di nuovo in campagna elettorale, anzi in più campagne elettorali. C'è qualche elemento di novità, ma purtroppo argomenti e, soprattutto, toni di molti contendenti rimangono gli stessi degli ultimi anni. Non mi piacevano per niente e continuano a non piacermi.
Il senso civico del 2013 è sempre il solito. Venerdì mattina, andando al lavoro, ho notato in una via del centro di Milano, resa più stretta dalle grandi impalcature per la ristrutturazione di un vecchio palazzo, una lussuosa macchina sportiva parcheggiata bloccando l'unico varco lasciato libero: lo spazio del portone. Certe cose non sembrano ancora destinate a cambiare.
Ma c'è anche una continuità più buffa e tenera. La piccola Mi, che non è più tanto piccola, ha cominciato a perdere i denti. Il primo e il secondo dentino, a distanza di poche ore, la stessa sera, a inizio gennaio. Un record familiare. E la sera dell'ultimo dell'anno, Re aveva perso un premolare.
E' a questa continuità gradevole che, al termine delle feste, e prima che tutta la famiglia di note si ributti a capofitto nelle attività di tutti i giorni, mi piace pensare.
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domenica 6 gennaio 2013
domenica 11 novembre 2012
Scusi, si deve decidere
Oggi, alla Games Week per accompagnare Si bemolle a un
impegno per il progetto a cui sta lavorando e fare il papà permettendo ai
bambini di provare il Wonderbook e gli altri videogiochi senza che si
perdessero nella bolgia di giovani (e tanti adulti) che affollava la Fiera, mi
sono fatto vari giri per i diversi stand.
Playstation, Nintendo, Xbox, avventure di fantasia, giochi
di movimento, di strategia e di ruolo: tante attrazioni irresistibili per
bambini fra i 7 e i 10 anni, i miei Re e Sol più due amichetti. Già troppo grandi
per avere uno spazio riservato, come Mi, ma ancora troppo piccoli per provare
molti giochi, come i simulatori di guida più belli.
E poi uno dei traguardi più ambiti… il calcio con Fifa 13.
Dopo una lunga, ma veramente lunga attesa, Re e il suo amico T. hanno finalmente
impugnato i telecomandi, in mezzo a adolescenti e giovani sbuffanti per dover
concedere 15 minuti di gioco a due piccoletti.
L’amore per il calcio non era l’unico elemento di attrazione
per i più grandi.
La presenza di due avvenenti standiste che, abbigliate solo
dell’intimo, si sono sottoposte a un body painting della maglia dell’Inter e di
una maglia tutta rossa, che poi è diventata quella del Milan, non è passata
inosservata. Infatti due folti gruppi di giovani in piena tempesta ormonale si
sono accodati per farsi scattare foto in quella dolce compagnia da esibire ai
compagni di scuola (e per qualcuno ai colleghi di lavoro).
Ora, provate a mettervi nei panni di un trentanovenne che ha
passato la giornata a seguire tre bambini, in costante tensione per non perderne
nessuno nella folla ed esposto per ore a un tunz-tunz incessante di musica
sparata a volume così alto da far vibrare i pavimenti degli stand. Appena i
bambini si sono seduti a giocare, mi sono fermato, sui due piedi, alle spalle
del loro schermo, con il flusso di giovani che mi scivolava a destra e a
sinistra.
A un certo punto, mi si accosta un giovane: statura
medio-alta, barba incolta, un po’ di pancia, piercing. Esita un momento e mi
dice: “Scusi, sa… si dovrebbe decidere: o fa la fila per la ragazza a sinistra
o per quella di destra!”
Rintronato dal rumore e incredulo per essere stato preso per
un vecchio allupato, credo di averlo guardato esprimendo un appena percettibile
fastidio e, nonostante la mia mente sia stata fulmineamente attraversata da
pensieri del tipo “ma renditi conto…”, la risposta che gli ho dato è stata un
sarcastico “veramente sono qui per loro
due”, indicandogli i bambini seduti sul divanetto a giocare.
Ovviamente il giovanotto non ha colto la sottilissima ironia
del mio tono e si è limitato a un sollevato: “ah, be’, allora posso passare io,
grazie”.
martedì 12 ottobre 2010
Percorsi di famiglia
Una domenica di quest’estate, il nonno, papà di Si bemolle, decide di salire, verso sera, in cima a un alto colle, per scattare fotografie alla cittadina e alla baia dove facciamo il bagno. Re ed io ci autoinvitiamo e ci aggreghiamo per la passeggiata su uno stretto sentiero roccioso.
Faccio un passo indietro. So che susciterò l’invidia di molti per questo, ma sono stato molto fortunato con i miei suoceri. La moglie te la scegli, i suoceri ti capitano. A me sono capitate due persone splendide, che mi vogliono un gran bene, ricambiati, che stimo molto e di cui mi fido. E che sono degli ottimi nonni – non chiediamo loro di fare i genitori dei bambini, né i baby-sitter, ma i nonni, un mestiere ormai desueto ma prezioso per mamma, papà e nipotini.
Partiamo. Le gambe di Re, che si stanno facendo lunghe, gli permettono di superare le asperità del terreno sconnesso, mentre guarda divertito il paesaggio sottostante, gli alberi e gli arbusti intorno, e raccoglie frammenti di ardesia da terra. È lontano il giorno in cui sono andato a riprenderlo dalla prima gita scolastica, in cui aveva contato le cadute lungo la passeggiata su un sentiero. Ogni tanto si ferma e vuole scattare anche lui qualche foto.
Io cammino dietro a Re, il nonno in testa fa strada. Osservo i profili di queste due persone, a due generazioni di distanza, muoversi. Oggi che ci ripenso, posso riconoscere l’importanza per Si bemolle e lo zio d’America di avere due genitori che nel tempo hanno saputo essere presenti, solidi senza essere dogmatici, e cambiare senza perdere la loro coerenza. E l’importanza dei nostri tre bambini che ci spingono a cambiare prospettiva e rimetterci in discussione un po’ ogni giorno.
I figli crescono e vedono in noi genitori un modello. Fra qualche anno, se vorranno, ci chiederanno conto non solo del modo in cui la loro mamma ed io li stiamo educando, ma anche di tutte le mie/nostre scelte personali che hanno un riflesso concreto sulle loro vite. Ne hanno tutto il diritto e, per quanto riguarda ciò che è successo fino adesso, le risposte sono pronte. Così come, a mio modo e a mia volta, anch’io ho potuto comprendere le ragioni dei comportamenti dei miei genitori.
Scopro il percorso verso il futuro della mia famiglia un passo alla volta, insieme alle persone che mi sono care. Con l’immagine di tre generazioni in marcia, la luce del tramonto ligure schermata dalle nubi, nonno avanti e nipote dietro, io in fondo, a recuperare una naturale posizione mediana in cui tuttavia non ero abituato a pensarmi, ad insegnarmi che a volte, per trovare certe strade, anche senza averle mai cercate prima, basta alzare lo sguardo sul sentiero, pochi metri più in là.
Faccio un passo indietro. So che susciterò l’invidia di molti per questo, ma sono stato molto fortunato con i miei suoceri. La moglie te la scegli, i suoceri ti capitano. A me sono capitate due persone splendide, che mi vogliono un gran bene, ricambiati, che stimo molto e di cui mi fido. E che sono degli ottimi nonni – non chiediamo loro di fare i genitori dei bambini, né i baby-sitter, ma i nonni, un mestiere ormai desueto ma prezioso per mamma, papà e nipotini.
Partiamo. Le gambe di Re, che si stanno facendo lunghe, gli permettono di superare le asperità del terreno sconnesso, mentre guarda divertito il paesaggio sottostante, gli alberi e gli arbusti intorno, e raccoglie frammenti di ardesia da terra. È lontano il giorno in cui sono andato a riprenderlo dalla prima gita scolastica, in cui aveva contato le cadute lungo la passeggiata su un sentiero. Ogni tanto si ferma e vuole scattare anche lui qualche foto.
Io cammino dietro a Re, il nonno in testa fa strada. Osservo i profili di queste due persone, a due generazioni di distanza, muoversi. Oggi che ci ripenso, posso riconoscere l’importanza per Si bemolle e lo zio d’America di avere due genitori che nel tempo hanno saputo essere presenti, solidi senza essere dogmatici, e cambiare senza perdere la loro coerenza. E l’importanza dei nostri tre bambini che ci spingono a cambiare prospettiva e rimetterci in discussione un po’ ogni giorno.
I figli crescono e vedono in noi genitori un modello. Fra qualche anno, se vorranno, ci chiederanno conto non solo del modo in cui la loro mamma ed io li stiamo educando, ma anche di tutte le mie/nostre scelte personali che hanno un riflesso concreto sulle loro vite. Ne hanno tutto il diritto e, per quanto riguarda ciò che è successo fino adesso, le risposte sono pronte. Così come, a mio modo e a mia volta, anch’io ho potuto comprendere le ragioni dei comportamenti dei miei genitori.
Scopro il percorso verso il futuro della mia famiglia un passo alla volta, insieme alle persone che mi sono care. Con l’immagine di tre generazioni in marcia, la luce del tramonto ligure schermata dalle nubi, nonno avanti e nipote dietro, io in fondo, a recuperare una naturale posizione mediana in cui tuttavia non ero abituato a pensarmi, ad insegnarmi che a volte, per trovare certe strade, anche senza averle mai cercate prima, basta alzare lo sguardo sul sentiero, pochi metri più in là.
giovedì 9 settembre 2010
Il buon uso di noi
Il mondo di oggi ci offre enormi opportunità. Siamo ricchi, ben nutriti, culturalmente e tecnologicamente evoluti. Ma ci pone anche grandi dilemmi etici, sociali, politici ed economici. Come gestire e sanare le diseguaglianze? Come dare alle nostre azioni una connotazione morale virtuosa, oltre a quella pratica di raggiungere un determinato scopo? Come agire nel mondo, sfruttandone le potenzialità, ma senza abusare delle sue risorse naturali e umane? Come dare un senso alla nostra vita non solo a livello di microcosmo individuale, ma anche a livello collettivo, politico, e come trovare modalità di decisione e rappresentanza democratiche efficaci e giuste?
Questi alcuni dei temi toccati dal filosofo Salvatore Natoli nel suo bel libro Il buon uso del mondo. Una lettura interessante e scorrevole, che di rado assume il registro forbito del testo di filosofia, e che ripropone i problemi e i dubbi che quotidianamente dobbiamo superare nel prendere le decisioni grandi e piccole della vita accostando ad essi le riflessioni dei grandi filosofi e pensatori del passato (incluso, con mia grande soddisfazione, Schumpeter). In effetti, cambiano le forme e le tecnologie, ma ben poco il cuore e la mente dell’uomo. Solo che, con il passare del tempo, il miglioramento degli strumenti che ci consentono di essere praticamente in ogni luogo del globo in ogni momento ha reso la posta in gioco più alta: l’impatto di una decisione sbagliata o meno che ottima del nostro sistema politico, o di produzione e consumo, può ripercuotersi su un gran numero di individui, in molte parti del mondo.
Ragione, responsabilità, rispetto, comunità, virtù, altruismo sono parole che mantengono una drammatica attualità e Natoli fa molto bene a calarle come tema intellettuale ed etico nel contesto della quotidianità.
Lo scadimento della nostra vita pubblica è ben riassunto da Schumpeter (Capitalismo, socialismo e democrazia, riportato da Natoli, pag. 227): “… basta osservare l’atteggiamento diverso che l’avvocato prende verso la causa che è chiamato a difendere e verso le affermazioni di fatto di un giornale politico. Nel primo caso egli si è preparato, attraverso un lungo lavoro ispirato a un fine preciso e stimolato dall’interesse per la professione, a valutare l’importanza dei fatti e, sotto uno stimolo altrettanto potente, concentra nel contenuto della causa le sue capacità, la sua intelligenza, la sua volontà. Nel secondo, non si è preoccupato di “qualificarsi”; non sente lo stimolo di assimilare i dati informativi o di applicarvi quei principi di critica di cui pur conosce tanto bene il modo di servirsi; è insofferente dei ragionamenti lunghi e complicati”. Ma Natoli nel suo libro ci conforta perché per ogni questione spinosa ci mostra che i buoni esempi e le buone idee esistono già: basta applicarli.
Mi piace ricordare questa lettura estiva, di teoria e di sostanza, in una giornata in cui a Milano si celebra la Vogue Fashion Night Out, un importantissimo uomo politico afferma che l’avvocato Ambrosoli “se l’andava cercando” e in un periodo in cui il sistema dell’istruzione pubblica viene demolito a pezzi sempre più grandi.
Questi alcuni dei temi toccati dal filosofo Salvatore Natoli nel suo bel libro Il buon uso del mondo. Una lettura interessante e scorrevole, che di rado assume il registro forbito del testo di filosofia, e che ripropone i problemi e i dubbi che quotidianamente dobbiamo superare nel prendere le decisioni grandi e piccole della vita accostando ad essi le riflessioni dei grandi filosofi e pensatori del passato (incluso, con mia grande soddisfazione, Schumpeter). In effetti, cambiano le forme e le tecnologie, ma ben poco il cuore e la mente dell’uomo. Solo che, con il passare del tempo, il miglioramento degli strumenti che ci consentono di essere praticamente in ogni luogo del globo in ogni momento ha reso la posta in gioco più alta: l’impatto di una decisione sbagliata o meno che ottima del nostro sistema politico, o di produzione e consumo, può ripercuotersi su un gran numero di individui, in molte parti del mondo.
Ragione, responsabilità, rispetto, comunità, virtù, altruismo sono parole che mantengono una drammatica attualità e Natoli fa molto bene a calarle come tema intellettuale ed etico nel contesto della quotidianità.
Lo scadimento della nostra vita pubblica è ben riassunto da Schumpeter (Capitalismo, socialismo e democrazia, riportato da Natoli, pag. 227): “… basta osservare l’atteggiamento diverso che l’avvocato prende verso la causa che è chiamato a difendere e verso le affermazioni di fatto di un giornale politico. Nel primo caso egli si è preparato, attraverso un lungo lavoro ispirato a un fine preciso e stimolato dall’interesse per la professione, a valutare l’importanza dei fatti e, sotto uno stimolo altrettanto potente, concentra nel contenuto della causa le sue capacità, la sua intelligenza, la sua volontà. Nel secondo, non si è preoccupato di “qualificarsi”; non sente lo stimolo di assimilare i dati informativi o di applicarvi quei principi di critica di cui pur conosce tanto bene il modo di servirsi; è insofferente dei ragionamenti lunghi e complicati”. Ma Natoli nel suo libro ci conforta perché per ogni questione spinosa ci mostra che i buoni esempi e le buone idee esistono già: basta applicarli.
Mi piace ricordare questa lettura estiva, di teoria e di sostanza, in una giornata in cui a Milano si celebra la Vogue Fashion Night Out, un importantissimo uomo politico afferma che l’avvocato Ambrosoli “se l’andava cercando” e in un periodo in cui il sistema dell’istruzione pubblica viene demolito a pezzi sempre più grandi.
sabato 16 gennaio 2010
Donkey, Mario e io
Da bambino, il mio gioco preferito era il Lego. Mi piacevano anche macchinine, robot, giochi di società, ma fino a quando computer e videogiochi non sono entrati nella mia vita, a 10 anni, le costruzioni con i variopinti mattoncini danesi, nelle loro varie versioni, sono state la mia principale fonte di svago.
A distanza di tanti anni, mi fa ancora piacere aiutare i miei bambini a seguire le istruzioni per montare case, auto, elicotteri di Lego, ed è ancor più bello vederli costruire da soli ciò che la loro fantasia suggerisce, elargendo magari qualche piccolo consiglio pratico per la realizzazione.
Oggi, con Sol a una festa, Re e io ci siamo dedicati ai giochi da grandi.
Dopo una partita a Trivial di riscaldamento, di fronte al computer acceso, mi è venuta l’idea di chiedergli: “ti piacerebbe vedere i videogiochi che il papà faceva da bambino”?
Lui ha ovviamente accettato con entusiasmo e così, grazie a Internet, ha potuto vedere e provare una carrellata di classici da casa e da bar.
E allora via con Pac-Man, Space Invaders, Galaga, Asteroids, Scramble, Joust, Frogger, gli esordi di Mario Bros, ma soprattutto il mio preferito: Donkey Kong, con un giovane Mario che ricorda solo vagamente il Super Mario di oggi, la sua fidanzata dell’epoca, Pauline (ora sostituita da Peach), rapita da un Donkey Kong irriconoscibile precursore, dai modi grezzi, il torace nudo e la grafica primitiva, di quello di oggi, dal ciuffo sbarazzino, i modi ingentiliti e la cravatta.
Purtroppo ho trovato online solo il primo dei quattro livelli giocabile, così Re si è dovuto accontentare di qualche immagine e descrizione sommaria delle difficoltà dei successivi e del modo in cui Mario potesse sbarazzarsi dello scimmione alla fine del quarto, per ricongiungersi con la sua bella.
Sol, nel frattempo rincasato dalla festa, si è subito unito a noi. Entrambi, oltre a divertirsi molto, faticavano a credere che anni fa i videogiochi e i computer fossero così come glieli ho mostrati.
E in effetti, forse, i miracolosi risultati dei lifting di (Super) Mario e Donkey Kong fanno sentire il peso del tempo passato più di qualche ruga sul viso e qualche capello bianco.
A distanza di tanti anni, mi fa ancora piacere aiutare i miei bambini a seguire le istruzioni per montare case, auto, elicotteri di Lego, ed è ancor più bello vederli costruire da soli ciò che la loro fantasia suggerisce, elargendo magari qualche piccolo consiglio pratico per la realizzazione.
Oggi, con Sol a una festa, Re e io ci siamo dedicati ai giochi da grandi.
Dopo una partita a Trivial di riscaldamento, di fronte al computer acceso, mi è venuta l’idea di chiedergli: “ti piacerebbe vedere i videogiochi che il papà faceva da bambino”?
Lui ha ovviamente accettato con entusiasmo e così, grazie a Internet, ha potuto vedere e provare una carrellata di classici da casa e da bar.
E allora via con Pac-Man, Space Invaders, Galaga, Asteroids, Scramble, Joust, Frogger, gli esordi di Mario Bros, ma soprattutto il mio preferito: Donkey Kong, con un giovane Mario che ricorda solo vagamente il Super Mario di oggi, la sua fidanzata dell’epoca, Pauline (ora sostituita da Peach), rapita da un Donkey Kong irriconoscibile precursore, dai modi grezzi, il torace nudo e la grafica primitiva, di quello di oggi, dal ciuffo sbarazzino, i modi ingentiliti e la cravatta.
Purtroppo ho trovato online solo il primo dei quattro livelli giocabile, così Re si è dovuto accontentare di qualche immagine e descrizione sommaria delle difficoltà dei successivi e del modo in cui Mario potesse sbarazzarsi dello scimmione alla fine del quarto, per ricongiungersi con la sua bella.
Sol, nel frattempo rincasato dalla festa, si è subito unito a noi. Entrambi, oltre a divertirsi molto, faticavano a credere che anni fa i videogiochi e i computer fossero così come glieli ho mostrati.
E in effetti, forse, i miracolosi risultati dei lifting di (Super) Mario e Donkey Kong fanno sentire il peso del tempo passato più di qualche ruga sul viso e qualche capello bianco.
mercoledì 6 gennaio 2010
Dinamiche
È ancora quel momento dell’anno. Si smontano albero e decorazioni di Natale e domani ricominciano scuola e lavoro. Non che la famiglia di note ne abbia una gran voglia.
La casa riprende il suo aspetto abituale e lo manterrà fino al prossimo dicembre. I bambini, invece, sembrano diversi. Quasi che la ripresa dei ritmi normali permettesse di fissare come in una fotografia i cambiamenti che, nell’incessante scorrere del tempo, passano inosservati.
Vedo Mi che cresce e si diverte con i suoi giochi vecchi e nuovi, curiosa e sveglia, in modo sempre più consapevole. La vedo inseguire i suoi fratelli maggiori, che la aspettano e la invitano a partecipare alle loro scorribande e rendersi complice delle loro marachelle. Ride, scherza, ma sa anche farsi rispettare e difendere i suoi spazi e i suoi giochi con le unghie, quando è necessario, e non le piace affatto essere presa in giro.
Osservo Sol che non sembra proprio vivere come un problema l’essere il figlio di mezzo. Si divide fra i giochi “da grandi” con il fratello maggiore e la vicinanza che la sorellina ricerca spesso e lui concede volentieri. Vivace, spiritoso, tenace, razionale, Sol sta maturando anche fisicamente e sta diventando un bambino grande, con i suoi giri di amici e la sua vita autonoma.
Da ultimo, il più cambiato, Re. Tutt’altro che asciutto, come da un Re ci si attenderebbe, è molto compreso nel suo ruolo di figlio maggiore, di ometto che sta crescendo e che si prende cura dei fratellini e qualche volta si preoccupa anche per i genitori, di scolaro diligente che si impegna e fa molto bene, ma a volte si lascia scappare qualche distrazione di troppo, e non se lo perdona.
Iperbolico, responsabile, brontolone, affettuoso, scontroso, simpatico, impaziente, compagnone, brillante, convinto di avere sempre ragione, salvo poi rimuginare in ombrosa solitudine sulle lezioni che la vita gli impartisce, Re assomiglia pericolosamente (per lui) a suo padre Do minore da piccolo. Speriamo che anche lui riesca, crescendo, a smussare qualche spigolo del carattere e, se proprio deve cambiare, diventi un bel Do diesis, e non tignoso come un Fa.
La luce che brilla nei suoi occhioni verdi quando sorride allegro mi pare un buon segnale.
martedì 24 novembre 2009
Tempo rubato
Milano, sera. Il clima diventa sempre più invernale ma è ancora mite.
In giro si incontra poca gente, i lampioni di Foro Bonaparte illuminano una coppia che procede a piedi verso un ristorante.
Il locale è tranquillo, accogliente. Non affollato. Come lui sperava, trovano posto anche senza prenotare.
Si godono due portate e un dessert. Qualche bicchiere di buon rosso.
Una cosa che non facevano da anni, a Milano.
Un tempo per parlare, guardarsi, sorridersi, stare insieme anche al di fuori della casa, dei suoi ritmi, dei suoi riti. Suoni diversi, luci diverse, abiti diversi.
Un tempo rapido, che non fa sentire la mancanza dei bambini.
Un tempo dilatato, per prendersi per mano e passeggiare spediti ma senza fretta verso casa.
Un tempo maturo, per ricordare che, nel bene e nel male, questo pezzo di città è il vostro, e nonostante i tuoi dubbi forse è davvero l’unica cornice giusta per la bellezza che ti ha catturato anni fa e che è sempre più intensa.
Un tempo rubato, per pensare alle movenze aggraziate, fasciate dal vestito, che ti stanno riaccompagnando all’abbraccio festoso dei vostri piccoli. Ti è stata data l’opportunità di essere felice e l’hai colta.
L’amore è anche questo. E anche la vita.
In giro si incontra poca gente, i lampioni di Foro Bonaparte illuminano una coppia che procede a piedi verso un ristorante.
Il locale è tranquillo, accogliente. Non affollato. Come lui sperava, trovano posto anche senza prenotare.
Si godono due portate e un dessert. Qualche bicchiere di buon rosso.
Una cosa che non facevano da anni, a Milano.
Un tempo per parlare, guardarsi, sorridersi, stare insieme anche al di fuori della casa, dei suoi ritmi, dei suoi riti. Suoni diversi, luci diverse, abiti diversi.
Un tempo rapido, che non fa sentire la mancanza dei bambini.
Un tempo dilatato, per prendersi per mano e passeggiare spediti ma senza fretta verso casa.
Un tempo maturo, per ricordare che, nel bene e nel male, questo pezzo di città è il vostro, e nonostante i tuoi dubbi forse è davvero l’unica cornice giusta per la bellezza che ti ha catturato anni fa e che è sempre più intensa.
Un tempo rubato, per pensare alle movenze aggraziate, fasciate dal vestito, che ti stanno riaccompagnando all’abbraccio festoso dei vostri piccoli. Ti è stata data l’opportunità di essere felice e l’hai colta.
L’amore è anche questo. E anche la vita.
domenica 18 ottobre 2009
Circolarità
Domenica mattina. Weekend dedicato a risistemare alcune cose a casa. Eccomi intento a raccogliere i giochi sparsi da Mi nella sua camera e nel resto della casa. Ieri era toccato alla stanza dei due maschietti.
Come molti genitori sanno, rovistare nei portagiochi mette a dura prova anche i più pazienti. Non si sa mai che cosa possa venirne fuori, né quanto tempo occorrerà a rimettere insieme tutti i pezzi di costruzioni, giochi in scatola, carte, diavolerie varie.
Fra un’imprecazione trattenuta e uno scambio di battute con Si bemolle, ho trovato anche il tempo di sorridere rimettendo a posto giocattoli che sono ormai al loro terzo giro, che magari hanno attraversato l’Oceano Atlantico in aereo, e fra poco lasceranno la casa perché anche Mi sta diventando grande.
Ci sono tante azioni che ripetiamo indefinitamente. Ma la circolarità di rimettere a posto giocattoli che sono destinati ad essere abbandonati da bambini che crescono, mi dà più di altre il senso dello scorrere del tempo, come l’allargarsi del tronco di un albero per anelli concentrici, forse perché il gioco è così importante per loro.
Mi districo fra i bambini, che vedendo in giro giocattoli che non trovavano da giorni, ci si tuffano sopra, rendendo il compito di riordinare ancora più difficile. Provo, non sempre con successo, a tenerli a distanza. Li sgrido anche un po’.
Vedo come si divertono tutti insieme.
Non credo proprio che il mio tempo sia sprecato.
Come molti genitori sanno, rovistare nei portagiochi mette a dura prova anche i più pazienti. Non si sa mai che cosa possa venirne fuori, né quanto tempo occorrerà a rimettere insieme tutti i pezzi di costruzioni, giochi in scatola, carte, diavolerie varie.
Fra un’imprecazione trattenuta e uno scambio di battute con Si bemolle, ho trovato anche il tempo di sorridere rimettendo a posto giocattoli che sono ormai al loro terzo giro, che magari hanno attraversato l’Oceano Atlantico in aereo, e fra poco lasceranno la casa perché anche Mi sta diventando grande.
Ci sono tante azioni che ripetiamo indefinitamente. Ma la circolarità di rimettere a posto giocattoli che sono destinati ad essere abbandonati da bambini che crescono, mi dà più di altre il senso dello scorrere del tempo, come l’allargarsi del tronco di un albero per anelli concentrici, forse perché il gioco è così importante per loro.
Mi districo fra i bambini, che vedendo in giro giocattoli che non trovavano da giorni, ci si tuffano sopra, rendendo il compito di riordinare ancora più difficile. Provo, non sempre con successo, a tenerli a distanza. Li sgrido anche un po’.
Vedo come si divertono tutti insieme.
Non credo proprio che il mio tempo sia sprecato.
lunedì 28 settembre 2009
Musica, Maestro!
Il momento tanto atteso è arrivato.
Il gioco è cominciato una decina di giorni fa, quando Re e Sol, incuriositi dai segni sulle pagine dei libri tenuti sul piano, mi hanno chiesto informazioni sulla durata delle note musicali, e gliele ho disegnate tutte su un foglietto di carta, puntualmente strappato dalla sorellina.
Poi sono andato a cercare qualche spartito di pezzi facili per bambini, anche a quattro mani: la tecnologia dei pianoforti digitali ci viene in aiuto e ci fa divertire.
Nei giorni seguenti, Sol ha più volte chiesto di poter suonare insieme. Gli piace.
È emozionante aiutare le sue piccole mani a premere i tasti giusti mentre con la sua voce intonata canta le note.
Intenerisce quando difende le registrazioni che gli servono per suonare con il papà dagli attacchi, più o meno volontari, dei fratelli che mettono le mani sul pulsante Rec, cancellando tutto.
La piccola Mi va e viene dal pianoforte, lo apre, si arrampica sul panchetto e preme qualsiasi tasto attiri la sua attenzione. Non ha ancora imparato ad accenderlo e spegnerlo, ma credo sia questione di tempo. Sembra che la musica le piaccia.
Re per adesso rimane in disparte, ma si prende sempre i suoi tempi. Simula un certo distacco, ma poi prova a suonare quando i fratellini non lo vedono. Dice che forse la chitarra gli piacerebbe di più, ma non si sente ancora di provare, che quando avrà più voglia mi chiederà di insegnargli. Vedremo.
Ho tenuto fede al mio impegno di non forzare i miei figli a suonare uno strumento se non ne avessero avuto voglia, e intendo continuare così.
Ma anche se non ci fosse un seguito, questi fugaci Impromptu pianistici sono stati una vera gioia.
Il gioco è cominciato una decina di giorni fa, quando Re e Sol, incuriositi dai segni sulle pagine dei libri tenuti sul piano, mi hanno chiesto informazioni sulla durata delle note musicali, e gliele ho disegnate tutte su un foglietto di carta, puntualmente strappato dalla sorellina.
Poi sono andato a cercare qualche spartito di pezzi facili per bambini, anche a quattro mani: la tecnologia dei pianoforti digitali ci viene in aiuto e ci fa divertire.
Nei giorni seguenti, Sol ha più volte chiesto di poter suonare insieme. Gli piace.
È emozionante aiutare le sue piccole mani a premere i tasti giusti mentre con la sua voce intonata canta le note.
Intenerisce quando difende le registrazioni che gli servono per suonare con il papà dagli attacchi, più o meno volontari, dei fratelli che mettono le mani sul pulsante Rec, cancellando tutto.
La piccola Mi va e viene dal pianoforte, lo apre, si arrampica sul panchetto e preme qualsiasi tasto attiri la sua attenzione. Non ha ancora imparato ad accenderlo e spegnerlo, ma credo sia questione di tempo. Sembra che la musica le piaccia.
Re per adesso rimane in disparte, ma si prende sempre i suoi tempi. Simula un certo distacco, ma poi prova a suonare quando i fratellini non lo vedono. Dice che forse la chitarra gli piacerebbe di più, ma non si sente ancora di provare, che quando avrà più voglia mi chiederà di insegnargli. Vedremo.
Ho tenuto fede al mio impegno di non forzare i miei figli a suonare uno strumento se non ne avessero avuto voglia, e intendo continuare così.
Ma anche se non ci fosse un seguito, questi fugaci Impromptu pianistici sono stati una vera gioia.
domenica 30 agosto 2009
Padre prosaico
La lunga estate sta per terminare e casa mia non sarà più riempita dalla quiete irreale delle mie settimane milanesi di solitudine. Sette settimane di solitudine, in mani più abili potrebbero diventare materiale letterario di prim’ordine.
Con settembre ricomincerà la routine della famiglia di note, e mi è venuta in mente una piccola riflessione sulla relazione fra presenza, gesti e rapporto padre-figli.
Credo che il legame fra i miei figli e me si alimenti grazie al tempo passato insieme, al modo di stare insieme, alle esperienze condivise. Intensamente e nella massima quantità possibile.
E che vivere e lavorare per loro, o divertirmi con loro, non siano gesti di liberalità e di elevazione dello spirito, bensì elementi definitori e ineludibili di un ruolo di padre non solo biologico.
Mi considero un uomo romantico, ma non mi è ancora capitato di pensare che fare la doccia ai bambini, giocare al calciobalilla con i maschietti o portare la piccolina a spasso per mano in spiaggia, creino un profondo legame mistico tra le nostre anime. O che recuperare uno dei bambini dopo una bevuta d’acqua salata in mare veicoli il messaggio implicito che il papà sarà sempre presente per sostenerlo e tirarlo fuori dai pasticci se necessario.
Semplicemente, in una famiglia molte cose sono necessarie e hanno una utilità evidente. Farle, spesso, è anche piacevole, senza bisogno di trovare significati nascosti o trascendenti: ho desiderato ardentemente i miei figli ed è giusto che poi me ne occupi per quanto sta nelle mie possibilità.
Secondo me, questo non significa togliere poesia alla paternità, ma al contrario illuminarla di consapevolezza, nella convinzione (illusione?) che vi sia una bellezza semplice anche nella prosa concreta di ogni giorno.
Il messaggio di attenzione e premura che arriva dal compiere piccoli gesti tangibili ogni giorno, dalla volontà di essere vicini, è forte e comprensibile. L’amore e la fiducia si nutrono anche di queste cose.
Nei ricordi e nell’immagine che ho dei miei genitori, e che spero i miei bambini abbiano di me, non sono solo i singoli episodi straordinari a rimanere fissati, ma anche lo scorrere della vita quotidiana con i suoi aspetti ripetitivi, in cui molto di noi stessi si rivela.
Così, senza sminuire le intense sensazioni provate in situazioni speciali, e senza volermi privare di alcuna di queste gioie, non rincorro a tutti i costi l’emozione nei gesti ordinari.
Il calore di una mano stretta andando a scuola, la luce di un sorriso, gli sguardi cupi o un broncio dopo un rimprovero sono, per fortuna e per scelta, i compagni di viaggio di un papà prosaico, che cerca di essere presente facendo del suo meglio.
Con settembre ricomincerà la routine della famiglia di note, e mi è venuta in mente una piccola riflessione sulla relazione fra presenza, gesti e rapporto padre-figli.
Credo che il legame fra i miei figli e me si alimenti grazie al tempo passato insieme, al modo di stare insieme, alle esperienze condivise. Intensamente e nella massima quantità possibile.
E che vivere e lavorare per loro, o divertirmi con loro, non siano gesti di liberalità e di elevazione dello spirito, bensì elementi definitori e ineludibili di un ruolo di padre non solo biologico.
Mi considero un uomo romantico, ma non mi è ancora capitato di pensare che fare la doccia ai bambini, giocare al calciobalilla con i maschietti o portare la piccolina a spasso per mano in spiaggia, creino un profondo legame mistico tra le nostre anime. O che recuperare uno dei bambini dopo una bevuta d’acqua salata in mare veicoli il messaggio implicito che il papà sarà sempre presente per sostenerlo e tirarlo fuori dai pasticci se necessario.
Semplicemente, in una famiglia molte cose sono necessarie e hanno una utilità evidente. Farle, spesso, è anche piacevole, senza bisogno di trovare significati nascosti o trascendenti: ho desiderato ardentemente i miei figli ed è giusto che poi me ne occupi per quanto sta nelle mie possibilità.
Secondo me, questo non significa togliere poesia alla paternità, ma al contrario illuminarla di consapevolezza, nella convinzione (illusione?) che vi sia una bellezza semplice anche nella prosa concreta di ogni giorno.
Il messaggio di attenzione e premura che arriva dal compiere piccoli gesti tangibili ogni giorno, dalla volontà di essere vicini, è forte e comprensibile. L’amore e la fiducia si nutrono anche di queste cose.
Nei ricordi e nell’immagine che ho dei miei genitori, e che spero i miei bambini abbiano di me, non sono solo i singoli episodi straordinari a rimanere fissati, ma anche lo scorrere della vita quotidiana con i suoi aspetti ripetitivi, in cui molto di noi stessi si rivela.
Così, senza sminuire le intense sensazioni provate in situazioni speciali, e senza volermi privare di alcuna di queste gioie, non rincorro a tutti i costi l’emozione nei gesti ordinari.
Il calore di una mano stretta andando a scuola, la luce di un sorriso, gli sguardi cupi o un broncio dopo un rimprovero sono, per fortuna e per scelta, i compagni di viaggio di un papà prosaico, che cerca di essere presente facendo del suo meglio.
lunedì 6 luglio 2009
Triste ma comodo
Ieri sera sono rientrato a Milano, dopo alcuni giorni di vacanza trascorsi al mare con la famiglia di note. Momenti utili a rilassare la mente, ma spesso faticosi dal punto di vista fisico.
Il trasferimento al mare è sempre impegnativo, sia perché la vita domestica va organizzata in una casa più piccola, sia perché le ore in spiaggia con tre bambini e i loro giochi, corse, bagni in mare, richiedono attenzioni costanti.
Ogni volta che ritorno a casa per le mie settimane estive da padre single, mi ricordo il commento di un vicino d’ombrellone, che ha descritto la condizione del papà solo in città come “triste, ma comoda”.
Anche quest’anno, in cui finalmente le mie vacanze assomigliano più a un riposo che a un lavoro, sarà così.
La mia famiglia mi manca tanto, ma il silenzio e l’ordine un po’ tristi di una casa spaziosa, per qualche settimana, si possono sopportare.
Mentre si può leggere o fare qualche esercizio di musica prima dell’ora della nanna. Oppure vedere qualche amico che, con i normali ritmi di vita, non si riuscirebbe a incontrare. O tirare tardi in ufficio senza creare problemi a casa.
La telefonata della buonanotte con Si bemolle è la conferma che il destino favorisce i padri che lavorano in città. Sarà la lontananza, saranno motivi diversi… ma alla fine contiamo sempre i giorni che ci separano dal weekend!
Il trasferimento al mare è sempre impegnativo, sia perché la vita domestica va organizzata in una casa più piccola, sia perché le ore in spiaggia con tre bambini e i loro giochi, corse, bagni in mare, richiedono attenzioni costanti.
Ogni volta che ritorno a casa per le mie settimane estive da padre single, mi ricordo il commento di un vicino d’ombrellone, che ha descritto la condizione del papà solo in città come “triste, ma comoda”.
Anche quest’anno, in cui finalmente le mie vacanze assomigliano più a un riposo che a un lavoro, sarà così.
La mia famiglia mi manca tanto, ma il silenzio e l’ordine un po’ tristi di una casa spaziosa, per qualche settimana, si possono sopportare.
Mentre si può leggere o fare qualche esercizio di musica prima dell’ora della nanna. Oppure vedere qualche amico che, con i normali ritmi di vita, non si riuscirebbe a incontrare. O tirare tardi in ufficio senza creare problemi a casa.
La telefonata della buonanotte con Si bemolle è la conferma che il destino favorisce i padri che lavorano in città. Sarà la lontananza, saranno motivi diversi… ma alla fine contiamo sempre i giorni che ci separano dal weekend!
domenica 17 maggio 2009
Variazioni Goldberg
Pensieri positivi in una bella domenica di maggio trascorsa con la famiglia e il fai-da-te.Stanco delle notizie deprimenti in televisione e sui giornali, stanco delle dichiarazioni e proposte di legge che definire imbarazzanti o vergognose è poco, mi lascio trasportare dal clima finalmente primaverile e la mia mente corre al lontano giugno 1955, a New York.
Negli studi di registrazione della Columbia, 30esima strada, il 10, 14 e 16 giugno, un pianista canadese quasi ventitreenne stava per avviare la sua personale rivoluzione copernicana nel mondo della musica classica.
Glenn Gould stava incidendo le Variazioni Goldberg di Bach.
L’impressione fu tale che il debutto discografico newyorkese si trasformò, nel giro di ventiquattr’ore, in un successo planetario.
Non so se mi spiego: 24 ore nel 1955. Quando la stereofonia era una grande innovazione.
Un tam tam di radio e giornali. Niente fax, niente Internet, niente dirette satellitari. Solo la genialità di un pianista che ha fatto riscoprire al mondo intero la musica di Bach come nessuno l’aveva mai conosciuta prima.
Lo so: la passione per Glenn Gould è una mia debolezza.
Ognuno ha libri, dischi, eventi che segnano l’esistenza come pietre miliari. Per me le Variazioni Goldberg sono uno di questi.
Tutta la musica interpretata da Glenn Gould è come piace a me. Fa lavorare il cervello e arriva, al tempo stesso, dritta al cuore.
Il piacere di ascoltare le Variazioni Goldberg del 1955 è ancora maggiore di quello della seconda incisione, più matura e intimista, del 1981: non ha eguali, musicalmente parlando.
La freschezza e l’eleganza dei suoni è un po’ come lo sguardo di coloro che amiamo: lo conosciamo bene, ma ogni volta ci coglie con la guardia abbassata, ci colpisce e ci riempie di emozione e calore.
Scrivo questo post perché a volte non serve essere eroi, grandi scienziati o compiere imprese titaniche per regalare un po’ di gioia alle persone. Basta essere capaci di condividere la propria passione, senza nasconderla. Mi pare un pensiero positivo, semplice e solare, come la giornata di oggi.
È un vero peccato dover accostare al nome di Glenn Gould due date. Il pianista che si muoveva con trasporto e canticchiava mentre suonava ci avrebbe ancora dato tanto e mi ha sempre fatto pensare che davvero forse ci sia qualcosa di straordinario in molti di noi, che vale la pena di cercarlo e portarlo alla luce. E che anche i più grandi genii del nostro tempo hanno le loro debolezze, come tutti.
Credo che, schivo com’era, Glenn Gould non si sarebbe mai immaginato che la sua registrazione del primo preludio e fuga del Clavicembalo Ben Temperato di Bach sarebbe stata incisa su un disco di rame e spedita nello spazio a bordo della sonda Voyager, come “una delle più grandi conquiste dell’umanità”, da far conoscere ad eventuali altre popolazioni dello spazio interstellare.
Sto ascoltando il CD per l’ennesima volta mentre scrivo.
Come al solito, mi mette di buon umore mentre sento Si bemolle lavorare e i bambini zampettare, giocare e discutere per casa.
Mi sento bene e carico di energia per affrontare una nuova settimana, con tutti i suoi impegni.
Generi:
Bach,
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città,
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Studio,
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Variazioni Goldberg,
vita
domenica 12 aprile 2009
Preludio e fuga - Rispetto
Questi non sono giorni adatti per lasciarsi andare a sfoghi su piccinerie. Ciò a cui purtroppo stiamo assistendo in Abruzzo impone di rimettere in ordine le priorità e trattenere le lamentele. Ci mancherebbe altro. Dobbiamo tutti prendere esempio dalla dignità delle vittime del terremoto e ricordare, in questi giorni di festa da trascorrere in famiglia, quanto siamo fortunati.
Però, porterà la tragedia abruzzese ad una rivalutazione del valore dei gesti quotidiani, che si sta perdendo? Aiuterà a capire che la degenerazione nei comportamenti individuali causerà inevitabilmente il collasso della struttura che si chiama società, proprio come il terremoto?
Un paio di esempi.
Do minore accompagna a scuola il suo figlio maggiore. Ogni mattina, fra le 8.25 e le 8.30, il portone si apre e i bambini entrano nella scuola elementare.
Dotato di scarsa puntualità nella vita privata, Do minore talvolta costringe il piccolo a una veloce camminata per raggiungere la scuola in orario, perché la scuola è importante.
C’è sempre qualcuno in ritardo, che compare all’orizzonte stancamente quando gli altri genitori già si allontanano dalla scuola.
L‘aspetto sorprendente è la quantità di persone che portano i figli a scuola con un ritardo sistematico minimo di 10-15 minuti, li accompagnano fino in classe (cosa proibita salvo circostanze particolari), spesso lasciano l’auto in mezzo a un incrocio trafficato, sotto gli occhi di vigili stupefatti, insultandoli se provano a dire qualcosa, e si trattengono anche al bar per fare colazione!
Da buon 36enne cresciuto alla vecchia scuola, quella del rispetto per gli insegnanti e per le regole, Do minore si domanda come cresceranno questi bambini, che rischieranno di ignorare le elementari norme della convivenza civile, il valore di cose semplici, come una lezione che inizia in orario e un traffico scorrevole, ma conosceranno bene il proprio comodo.
Do minore si reca quindi in ufficio, a svolgere un lavoro che lo appassiona e che gli permette di valorizzare l’impegno di tanti anni di studio e lavoro. Un lavoro che lo mette in contatto con tante aziende in tutto il mondo e gli permette di conoscere, misurare e valutare chi lavori bene e chi meno.
Da un paio di anni, Do minore si scontra con una realtà in cui la misurazione e la trasparenza sono scomparse. In cui le informazioni sono nascoste, i fatti occultati o travisati. Così diventa quasi impossibile fare scattare i meccanismi virtuosi della selezione di mercato.
La gravità del problema non è la stessa ovunque, e l’Italia ovviamente non brilla, ma la situazione è seria dappertutto.
La grave crisi finanziaria, che potrebbe essere un’occasione per correggere le situazioni patologiche, rischia di diventare la giustificazione di interventi per tamponare problemi di breve periodo a scapito di un progresso diffuso nel lungo termine. Interventi che possono servire a perpetuare il potere e le posizioni di chi decide oggi e ci ha portato nelle sabbie mobili, travestiti da rimedi di cui beneficeranno le generazioni future.
Do minore ama impegnarsi in quello che fa, è sempre costruttivo, ma a volte è costretto a fermarsi, un po’ smarrito, a riordinare le idee.
Spera che la voglia di riscatto dell’Abruzzo sia uno stimolo per tutti noi.
Però, porterà la tragedia abruzzese ad una rivalutazione del valore dei gesti quotidiani, che si sta perdendo? Aiuterà a capire che la degenerazione nei comportamenti individuali causerà inevitabilmente il collasso della struttura che si chiama società, proprio come il terremoto?
Un paio di esempi.
Do minore accompagna a scuola il suo figlio maggiore. Ogni mattina, fra le 8.25 e le 8.30, il portone si apre e i bambini entrano nella scuola elementare.
Dotato di scarsa puntualità nella vita privata, Do minore talvolta costringe il piccolo a una veloce camminata per raggiungere la scuola in orario, perché la scuola è importante.
C’è sempre qualcuno in ritardo, che compare all’orizzonte stancamente quando gli altri genitori già si allontanano dalla scuola.
L‘aspetto sorprendente è la quantità di persone che portano i figli a scuola con un ritardo sistematico minimo di 10-15 minuti, li accompagnano fino in classe (cosa proibita salvo circostanze particolari), spesso lasciano l’auto in mezzo a un incrocio trafficato, sotto gli occhi di vigili stupefatti, insultandoli se provano a dire qualcosa, e si trattengono anche al bar per fare colazione!
Da buon 36enne cresciuto alla vecchia scuola, quella del rispetto per gli insegnanti e per le regole, Do minore si domanda come cresceranno questi bambini, che rischieranno di ignorare le elementari norme della convivenza civile, il valore di cose semplici, come una lezione che inizia in orario e un traffico scorrevole, ma conosceranno bene il proprio comodo.
Do minore si reca quindi in ufficio, a svolgere un lavoro che lo appassiona e che gli permette di valorizzare l’impegno di tanti anni di studio e lavoro. Un lavoro che lo mette in contatto con tante aziende in tutto il mondo e gli permette di conoscere, misurare e valutare chi lavori bene e chi meno.
Da un paio di anni, Do minore si scontra con una realtà in cui la misurazione e la trasparenza sono scomparse. In cui le informazioni sono nascoste, i fatti occultati o travisati. Così diventa quasi impossibile fare scattare i meccanismi virtuosi della selezione di mercato.
La gravità del problema non è la stessa ovunque, e l’Italia ovviamente non brilla, ma la situazione è seria dappertutto.
La grave crisi finanziaria, che potrebbe essere un’occasione per correggere le situazioni patologiche, rischia di diventare la giustificazione di interventi per tamponare problemi di breve periodo a scapito di un progresso diffuso nel lungo termine. Interventi che possono servire a perpetuare il potere e le posizioni di chi decide oggi e ci ha portato nelle sabbie mobili, travestiti da rimedi di cui beneficeranno le generazioni future.
Do minore ama impegnarsi in quello che fa, è sempre costruttivo, ma a volte è costretto a fermarsi, un po’ smarrito, a riordinare le idee.
Spera che la voglia di riscatto dell’Abruzzo sia uno stimolo per tutti noi.
Generi:
città,
colleghi,
comportamenti,
Contrappunto,
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Online dal 10 aprile 2009

Impromptu è pubblicato da Do minore sotto una Licenza Creative Commons 3.0 Attribuzione-Non Commerciale-Non Opere Derivate.