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giovedì 26 maggio 2011

Coscienza liberale

Con un certo imbarazzo parafraso il titolo del bestseller del grande Paul Krugman, ma alla vigilia del ballottaggio che chiuderà la campagna elettorale più vergognosa e umiliante cui mi sia capitato di assistere, non posso fare a meno di pormi qualche domanda.
Come sia potuto accadere, ad esempio, che un drappello di personaggi appartenenti a – o emanazione diretta di - un ceto sociale, economico e politico tendenzialmente conservatore, abbia potuto promettere una rivoluzione liberale, e che in molti ci abbiano creduto.
Per quale motivo dei liberali dovrebbero essere infastiditi dal consentire, in maniera moderata e controllata dalla legge, l’immigrazione, la possibilità di professare religioni diverse o di non nascondere il proprio orientamento sessuale.
In che modo i Milanesi liberali, e ce n’è ancora qualcuno, comunque votino domenica prossima, possano accettare di credere di dover salvare la propria città dalla deriva bolscevica, estremista, musulmana, sodomita, in cui tutti saremo storditi dall’abuso di droghe (in una città in cui, per la cronaca, anche se non penso ci sia una relazione fra le due cose, le tracce di cocaina urinata sono cresciute enormemente negli anni di governo del centrodestra, in cui 14 anni fa chi oggi cavalca la paura di zingaropoli considerava i nomadi una risorsa).
Laddove la cultura del bipolarismo è ben radicata, i liberali si oppongono ai conservatori e cercano di eliminare ostacoli, differenze e ineguaglianze, soprattutto iniziali, che possono impedire a uomini e donne di esprimere la propria personalità, seguire le proprie inclinazioni e realizzare i propri progetti nella vita, in maniera soddisfacente e produttiva per tutti.
Laddove la politica ha creato un vuoto da conquistare, qualcuno sostiene opportunisticamente che vengano inculcati messaggi sbagliati nelle teste di persone senza cervello. Scordandosi che perfino queste ultime, qualche volta, possono accorgersi del tentativo di ribaltare il vero significato delle parole.

martedì 10 agosto 2010

Indignazione

Le reazioni “di pancia” sono importanti: generate da ciò che vediamo, sentiamo, leggiamo, dalla comprensione di ciò che accade intorno a noi, ci danno un segnale naturale su come porci in relazione con gli altri, con il mondo. Ed è bene che, pur essendo il frutto di un processo di educazione e maturazione diverso per ognuno di noi, sgorghino nel modo più spontaneo possibile.

L’indignazione è uno di questi sentimenti. Uno fra i più profondi, perché ci dovremmo indignare di fronte a situazioni particolarmente gravi: “soprattutto per cosa che offende il senso di umanità, di giustizia e la coscienza morale”, ci spiega il sito treccani.it. Cioè per qualcosa che secondo noi non ha diritto di abitare il consesso civile.

Le persone che suscitano indignazione lo fanno volontariamente, nel senso che commettono scientemente azioni deprecabili, ma non desiderano certo razionalmente essere oggetto di sdegno e riprovazione. Anzi, per quanto spudorate possano essere, credo che farebbero volentieri a meno di provocare l’indignazione di chi li circonda.

Quest’estate, fra polemiche e indagini, misfatti e coperture, sospetti e inganni, insulti e violenze, indignazione è diventata una delle parole più ricorrenti. Sui giornali, in televisione, è spesso sulle labbra di qualche politico od opinionista che ci suggerisce per che cosa indignarci e per cosa no. Naturalmente, sempre per qualche malefatta dell’avversario di turno, trascurando e nascondendo le proprie, di solito non meno numerose e meritevoli di suscitare il nostro sdegno.

La novità è che si vorrebbe suscitare a comando anche l’indignazione, forse perché, inflazionando l’uso del termine e della reazione, il suo valore reale diminuisca sempre di più nel tempo.
Gente che ha perso faccia, credibilità e vergogna da tempo vorrebbe fare a suo comodo la claque dell’indignazione, alla maniera in cui, nelle sit-com anni ’80 si sentivano le risate registrate del pubblico, che così verrà anestetizzato e reso fazioso anche in questo.

Mi verrebbe da dire che l’indignazione è mia e la gestisco io. Ma le battute servono a poco, visto che la lezione degli scandali recenti di cronaca è che, purtroppo, rischiamo di ritrovarci un paese con i valori di fondo completamente ribaltati.

Allora preferisco fare un passo indietro. Guardare le cose con i miei occhi. Pensare con la mia testa, cercando il dialogo e il confronto con gli altri, ma rifiutando sempre più fortemente di aderire acriticamente e in profondità a qualsiasi ideologia, struttura o visione del mondo, pur di riuscire a mantenere un minimo di integrità e di coerenza con i valori che, negli anni, posso avere sviluppato e declinato in vari modi, ma mantengono una salda radice comune. E, naturalmente, quando è il caso, mi indigno.

lunedì 10 maggio 2010

Unità, scissione e unioni reali

Cominciano le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia, che si concluderanno l’anno prossimo, e che, stando a quanto riportato da alcuni giornali, dovrebbero costare molti milioni di euro, pagati in parte dalle mie tasse.
Giusto, l’unità d’Italia è un valore da difendere e tutte le iniziative utili allo scopo sono bene accette, anche se spendere un po’ meno non sarebbe una cattiva idea in tempo di crisi.
Però.
A pensarci bene, l’unità d’Italia (concetto assai discusso e oggetto di aspre polemiche fin dal lontano 1861) non deve essere mai stata ricordata da persone qualificate come quest’anno. Infatti, a puro titolo esemplificativo, abbiamo a curriculum, in ordine sparso, i seguenti evidenti casi di scissione:
politici che hanno celebrato il family day, con almeno un matrimonio fallito alle spalle;
un ministro della pubblica istruzione che dichiara placidamente che la scuola pubblica è in crisi e perde iscritti, come se la cosa non la riguardasse minimamente;
un esecutivo in assetto di guerra permanente con il potere giudiziario;
un’opinione pubblica, la classe politica e gli “intellettuali” del nostro paese che raramente perdono occasione per accapigliarsi su feste nazionali e ricorrenze simili, rendendo l’espressione “memoria condivisa” una mera astrazione letteraria;
comunità che si spaccano sotto il peso di una crisi che rende difficile pagare anche i pasti a scuola dei bambini;
un tasso di rottura dei matrimoni cresciuto a livelli irragionevoli e uno di natalità bassissimo, viene da chiedersi se fra 150 anni avrà ancora un senso parlare di unità e di nazione (cosa, quest’ultima, non necessariamente negativa, se riuscissimo a realizzare veramente una società multietnica integrata).
Ma il prezzo che i contribuenti versano per celebrare l’unità d’Italia, non sarebbe stato meglio risparmiarlo o darlo in beneficenza e lasciare un po’ più di spazio a fatti e a gesti che testimonino davvero un desiderio di unità?

La famiglia di note ha appena celebrato l’unità d’Italia con una visita in terra sabauda, addirittura nel castello in cui ha abitato Cavour, a trovare nuovi amici, che l’hanno accolta festosamente, facendole trascorrere una giornata meravigliosa, in cui bambini e adulti si sono conosciuti, si sono piaciuti, hanno parlato e giocato molto. A testimonianza del fatto che il gusto della scoperta, la voglia di incontrarsi e stare insieme, uniscono, di fatto, le persone che lo desiderano, e non ci sono preparativi, distanze, imprevisti, inconvenienti, sole o pioggia che tengano.

domenica 2 maggio 2010

Crisi e morale della favola

“La favola insegna che”: queste parole, familiari a tutti gli ex studenti del ginnasio che, Rocci alla mano, hanno tradotto Esopo dal greco, introducono il finale, la famosa morale della favola.

In questi giorni, il bombardamento di notizie sulla crisi greca, sull’abbassamento dei rating di Portogallo e Spagna, sui timori per l’Italia, il resto d’Europa e l’Euro, è stato intenso, e la quantità di cattiva ed errata informazione tanto grande da indurmi a scrivere un commento sul tema, visto che economia e finanza sono il mio pane quotidiano.

Chi non ricorda la fiaba del Pifferaio di Hamelin, che libera la città dall’invasione dei ratti, conducendoli a gettarsi nelle gelide acque di un fiume al suono del suo flauto? Il finale della storia viene ricordato meno spesso: quando il borgomastro e gli abitanti di Hamelin decidono di non onorare il loro impegno a pagare il pifferaio, questi si mette a suonare e si porta via tutti i bambini della città.
Trascuriamo per un attimo il fatto che il pifferaio, per vendicarsi, desideri togliere agli abitanti ciò che hanno di più caro. Che cosa resta? Che Hamelin, senza i bambini, viene privata del suo futuro.

Lo stesso futuro che oggi si toglie ad una Grecia che dovrà in qualunque caso intraprendere un cammino di disciplina fiscale tremendo e, credo, assai più lungo dei due o tre anni di cui si parla, senza certezza di mantenere la sua finanza pubblica in condizioni di sostenere il debito. Lo ribadisco: Portogallo, Spagna, forse Irlanda e  Italia, potranno attuare misure dolorose. Quelle greche dovranno essere tremende. L’onere politico sarà difficilmente sostenibile e la coesione sociale a rischio.

Per questo, quando sento politici disonesti e incompetenti e giornalisti e commentatori che, come spesso accade, non hanno idea di che cosa scrivano o dicano, accusare banche, grandi investitori e speculatori di questa crisi, mi irrito moltissimo.
Capisco che un capro espiatorio faccia sempre comodo. Capisco che negli ultimi anni siano emersi comportamenti disonesti da parte di attori di primo piano della finanza mondiale, che hanno portato ad eccessi pericolosi dalle gravissime conseguenze e che, giustamente, vanno perseguiti e sanzionati severamente. Le agenzie di rating stanno dimostrando inutilità e conflitti di interesse, e si stanno meritando una cattiva reputazione. Ma con il caso della Grecia, la finanza creativa non c’entra proprio nulla. I politici devono prendersela con se stessi (e magari con chi ha pubblicato bilanci dello stato falsi). E così i giornalisti che non hanno denunciato la cattiva condotta dei potenti di turno.

Gli investitori, che già svolgono un lavoro abbastanza complicato, non devono farsi carico anche di gestire crisi politiche e tensioni sociali. Per loro, comprare obbligazioni tedesche e vendere quelle greche è semplicemente fare bene il proprio lavoro, nell’interesse dei risparmiatori loro clienti, che devono tutelare.
La speculazione fine a se stessa, che quasi mai trovo giustificabile, in questo caso, ha un ruolo secondario e può avere solo accelerato il processo di disvelamento di una realtà sgradevole ma già esistente, che invece i politici hanno avuto tutto l’interesse a celare, provando a rifilare la patata bollente alle generazioni future.
Mutuando l’immagine di un’altra celebre fiaba, I vestiti nuovi dell’imperatore, credo che nessuno si sognerebbe di accusare il bambino che grida che l’imperatore è nudo di aver provocato una destabilizzante crisi istituzionale. O di accusare i turisti che disertino in massa una località di villeggiatura, che col tempo diventa inospitale e mal tenuta, di mandarne in recessione l’economia.

Pensiamoci, prima di permettere a qualcuno di ipotecare il futuro di un intero Paese generando problemi su problemi, di allettare pifferai magici con false promesse (che nuovi debiti coprano i vecchi debiti) sperando che risolvano i guai, e di andarsene tranquillo senza rispondere del male fatto e scaricando le responsabilità sugli altri.
Perché la storia del pifferaio magico appartiene alla tradizione popolare tedesca, e solo in un paio di versioni c’è un lieto fine con il ritorno dei bambini a Hamelin.

domenica 21 marzo 2010

Genitori infrangibili e persone liquide

“La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non bisogna neanche pagare il biglietto”, diceva Bukowski. Non sono d’accordo sul fatto che sia gratis, ma la parte sullo spettacolo è senz’altro vera.

A questo proposito, in questi quasi otto anni di paternità, una tipologia che ho incontrato spesso è quella dei genitori infrangibili.

Il genitore infrangibile ricorda una palla di gomma già sgonfia, che continua a sgonfiarsi lentamente a mano a mano che i figli crescono. Rimbalza poco, non si lascia scalfire da nulla e più si sgonfia, più riesce ad incastrarsi in spazi stretti e di forma strana, da cui poi è difficile estrarla. Ovviamente è un oggetto di scarsa utilità, che però ai bambini piace.

Un argomento classico del genitore infrangibile è che un uomo o una donna realizzati siano genitori migliori, che non bisogna sacrificarsi o rinunciare a nulla per i figli, altrimenti questi ultimi si sentirebbero di peso. Quindi, questi genitori a tutto tondo hanno un comportamento binario: o si portano appresso i figli ovunque, sempre, dall’aperitivo al concerto sinfonico, anche in occasioni e circostanze in cui i bambini non possono oggettivamente trovarsi a loro agio, esibendoli come un vessillo, oppure li lasciano soli anche quando avrebbero del tempo per loro, per non rinunciare alle proprie passioni.

In ogni caso, come il nome suggerisce, i genitori infrangibili sono sempre serafici e affrontano la vita con nonchalance. Cercano sempre di non imporre regole e di non dire mai di no ai propri figli, se non assolutamente costretti. Tipicamente, ad esempio, li si trova seduti al ristorante a chiacchierare amenamente con gli amici mentre i loro figli corrono in mezzo ai tavoli della sala disturbando pranzi e cene altrui. Oppure sdraiati sul lettino in spiaggia mentre i figli piccoli si installano, a loro insaputa, sotto un ombrellone di sconosciuti, a decine e decine di metri di distanza, per portarsi via i giochi di altri bambini, i cui genitori sono di solito bollati come intolleranti.

Ma i genitori infrangibili sono un sottoinsieme di un’altra popolosa categoria, che contribuiscono a perpetuare: le persone liquide. Sfruttando l’horror vacui della natura, le persone liquide si incuneano in ogni vuoto, riempiendolo, bagnando tutto, ma, come l’olio e l’acqua, senza mescolarsi davvero.

Le persone liquide cercano di essere amiche di tutti, di solito non prendono posizioni nette, sono maestre nel dare ragione a chiunque, anche a chi si trovi nel torto più marcio, non sanno dire mai di no, sono pronte a partecipare a qualunque iniziativa.

E in effetti, il mondo è la loro ostrica. A qualsiasi opinione si adattano e ad ogni causa si prestano, sempre senza impegno: spaziano con disinvoltura dal boicottaggio delle multinazionali ai raduni d’auto d’epoca, dalle manifestazioni per i diritti civili alla sagra del tortellino. Sempre circondati da amici in ogni occasione, sempre con famiglia al seguito, le persone liquide sono capaci di trasformare tutto in socialità. Affabili e spesso argute, le persone liquide hanno capito tutto della vita e, quando l’onda del loro passaggio si ritrae, lasciano gli uomini e le donne meno poliedrici di loro in secca a ripulire i detriti.

Ogni tanto, quando sono stanco e mi fermo, mi guardo intorno e penso di non avere capito nulla di come giri il mondo. Ma intuisco perché succedano le cose che vediamo succedere.

martedì 2 marzo 2010

Il pollaio

Leggo sul Corriere un’intervista al nostro più celebre conduttore di talk show-giornalista-scrittore-modellista di plastici, in cui egli critica l'applicazione del regolamento sulla par condicio e sostiene di preferire “il pollaio” al silenzio.

Ora, il livello e la regolamentazione della nostra informazione, soprattutto quella politica, sono penosamente scadenti, e la censura è odiosa.

Ma siamo proprio sicuri che il pollaio sia meglio?

È il pollaio che legittima una situazione in cui esce vincente chi urla più forte, chi rompe di più le scatole, chi è più prepotente.

È il pollaio che, per definizione, omologa tutte le idee in un rumore confuso e assordante fino a non prenderne in considerazione nessuna con attenzione, tranne quelle tenute sotto silenzio da chi si mantiene accuratamente al di fuori del pollaio, per metterle in pratica silenziosamente e senza farsi notare troppo.

È il pollaio che riduce il cittadino ad un ruolo passivo di ascoltatore o pseudoattivo di televotante (a pagamento), provando a concedergli una illusoria libertà di pensiero solo lungo un binario tracciato meccanicamente da altri.

È il pollaio che riduce gli uomini a polli e le donne a galline, soggetti che si differenziano e si raggruppano attraverso criteri estetici (naturali contro rifatti, sciatti contro firmatissimi), voluttuari (amanti dello sci contro golfisti, amanti del trekking contro velisti) o sociali (ricchi contro poveri, portatori di interessi contro chi non ha nessun interesse da difendere), incapaci di parlarsi, ascoltarsi, guardarsi al di là delle ovvie e apparenti differenze di genere.

È il pollaio che crea un ambiente in cui sia impossibile concentrarsi su qualcosa, in cui le energie vengono dissipate in un caos maleodorante e inconcludente.

È nel pollaio che i volatili si scontrano per mangiare un po’ di becchime, e, così indaffarati, non sanno se e come il fattore si occupi della fattoria. E noi ci ritroviamo una classe politica che ormai non è più nemmeno in grado di presentare delle liste elettorali ammissibili.

È l’agitazione sterile che, ogni giorno, consente a qualcuno di entrare nel pollaio e portarsi via tutte le uova.

Stiamo attenti, perché quando di uova se ne faranno meno, qualcuno lascerà entrare nel pollaio una faina...

domenica 31 gennaio 2010

Viaggi e miraggi

Dopo una pausa piuttosto lunga, mi preparo ad un nuovo, breve, viaggio di lavoro negli Stati Uniti.

Ho avuto la fortuna di visitare vari paesi del mondo in gioventù, e quindi mi sono tolto la voglia di viaggiare intensamente, almeno per qualche anno ancora.

Ho sempre trovato curioso che nell’era delle tecnologie avanzate, delle videoconferenze, di Internet e Skype, la presenza in ufficio in date e ore improbabili e gli spostamenti fisici, meglio se da un continente all’altro, siano ancora ritenuti così indispensabili. È vero, in alcuni casi sono molto utili, soprattutto quando è richiesto un contatto umano diretto e frequente, ma quasi mai necessari.

Così, sentendomi sempre molto in colpa verso la famiglia, ho fatto tutti i viaggi davvero utili, soprattutto all’estero, organizzandomi giornate di lavoro intensissimo pur di rendere il più brevi possibile le assenze.

Ma il tarlo del perché il viaggio di lavoro sia ritenuto dai più un piacere o un privilegio continua a rodermi.

Forse perché salire e scendere dagli aerei fa status symbol? Mah.
Forse perché è un modo di mostrare che l’azienda investe su di te, e non sul tuo collega?
Forse le società preferiscono spendere un budget di viaggi che domani potrebbe essere tagliato anziché aumentare gli stipendi dei dipendenti di una frazione di quel budget, ma indefinitamente.
Forse i lavoratori gradiscono perché pensano di andare qualche giorno a farsi una specie di vacanza in alberghi migliori di quelli che pagherebbero di tasca propria, lontani dai doveri e dai controlli quotidiani, in posti che altrimenti non visiterebbero.

O forse dietro a tutto questo c’è il miraggio, la falsa oasi nel deserto.

Una rincorsa continua di nuove destinazioni, mete e obiettivi, per non dover mai fermarsi un momento a lasciare sedimentare le nostre conoscenze e esperienze.

Per non dover fare i conti con l’imperfezione e i limiti della nostra vita professionale e personale, non dover accettare con serenità che si possa essere felici anche con qualche difetto.

Per non crescere mai. Per non accettare che desiderare quello che si può avere e si può essere ci possa bastare, e che per ottenere di più dobbiamo sforzarci e migliorarci. Non basta un volo, magari low cost.

E’ vero: da molti dei miei viaggi, ho imparato tanto e sono contento di averli fatti. Mi hanno aiutato a scoprire aspetti nuovi di me stesso e del mondo. Ad esempio, una New York deludente da giovane turista è divenuta affascinante una volta riscoperta da adulto professionista.

Ma sono sempre stato più contento di quello che ho trovato tornando alla mia casa e al mio lavoro, condividendo esperienze e impressioni con chi mi aspetta ed è il mio punto di riferimento.

martedì 5 gennaio 2010

Economista o mago?

Si commenta da sé.

Ieri, al telegiornale, mi è capitato di ascoltare il Papa assimilare gli economisti ai maghi.

Sono colpito, perché l’economia è una scienza e in tanti anni di studio non mi sono mai accorto somigliasse a un oroscopo.

Certo, se il lavoro consiste nel fare previsioni, è possibile sbagliare. Soprattutto quando l’orizzonte temporale per capire se si abbia ragione o torto termina prima della morte, e non dopo.

lunedì 21 dicembre 2009

Tra abaca e zwinglismo

È quasi Natale, siamo tutti più buoni e più stressati e si avvicina la stagione dei bilanci anche per quest’anno.

Oggi, con circa venti centimetri di neve precipitati su Milano in poche ore, destinati ad aumentare, il mio buon proposito è trovare una parola sul vocabolario, fra abaca e zwinglismo, per sintetizzare il mio pensiero.

Il pensiero di chi vive in una città piena di gente che si sente dire dalla notte prima di non muovere l’auto, e quando esci di casa per portare i bambini a scuola, a piedi, vedi un incolonnamento ininterrotto di auto che neanche in occasione delle sfilate.

Il pensiero di chi vive in un paese in cui con il maltempo ti invitano a restare chiuso in casa, perché i disagi alla circolazione sono il meno che possa capitare. Un paese in cui l’idea che il servizio pubblico debba funzionare soprattutto quando le condizioni sono difficili dovrebbe essere ovvia, e invece sono l’operosità o la rassegnazione dei cittadini a far passare i problemi.

Il pensiero di quando, anche alla recita di Natale, ti accorgi che il diritto allo studio e la difesa dell’istruzione pubblica, e della qualità dell’istruzione in generale, sono solo parole, che agli insegnanti dei tuoi figli si dovrebbe fare un monumento, e che molta altra gente meriterebbe al massimo una pernacchia.

Il pensiero che ti attraversa il cervello quando hai l’auto che non usi mai sepolta sotto una coltre bianca, con la batteria scarica. Tu esci presto dal lavoro per fare in tempo, fra le altre cose, sotto la neve, ad andare in officina a prendere accordi col meccanico per resuscitarla in vista delle vacanze, e trovi la saracinesca abbassata senza spiegazione, venti minuti prima dell’ora di chiusura.

Il pensiero che con questo gelo c’è qualcuno che ha trascorso la giornata in ginocchio per terra chiedendo l’elemosina e dormirà all’aperto, e speriamo possa sopravvivere alla nottata, ché i buoi e gli asinelli, da queste parti, scarseggiano.

Sfogliando il Devoto-Oli non ho ancora trovato la parola giusta; mentre la cerco faccio tanti auguri a tutti, e se qualcuno avesse suggerimenti, sono bene accetti.

giovedì 12 novembre 2009

Concetto monetario, concetto affettivo

Dopo alcune conversazioni recenti, mi sto ponendo con insistenza la seguente domanda.
Perché se un padre passa 15 ore al giorno fuori casa per lavoro è un professionista scrupoloso e da ammirare, se passa 8 ore alla settimana a schiantarsi di squash, spinning e a farsi qualche aperitivo con gli amici è una persona che dedica del doveroso tempo a se stesso, e se invece cerca ostinatamente di ritagliarsi degli spazi decorosi per godersi sua moglie e i suoi figli è un poveretto che non sa stare al mondo, o, nella migliore delle ipotesi una sorta di fanatico integralista della famiglia?

Una risposta che ho trovato è che, anche nei rapporti personali più stretti, il metro per il giudizio sia diventato monetario, e non più affettivo. Il numerario non è, magari, il denaro in senso stretto, quanto piuttosto l’ora di equitazione, la gara di go-kart, la scuola materna esclusiva che insegna conversazione in giapponese, la cena di coppia “obbligatoria” fuori, spero di avere reso l’idea.

Attenzione, non trovo nulla di sbagliato in nulla di tutto questo, anzi sono tutte belle cose, solo non mi pare nemmeno che vi sia qualcosa che non va nella scelta di stare con la famiglia. E non penso che il “quality time” sia necessariamente stare poche ore l’anno ai vari saggi dei figli (anche per controllare se gli investimenti hanno fruttato): anche provare a leggergli una storia prima di dormire, o stare ad ascoltare quello che hanno fatto durante la giornata, può andare bene.

E come mai, se qualcuno ha dei problemi di scarso impegno, motivazione o rendimento sul lavoro, la questione è grave, mentre se considera i propri bambini un peso da sopportare di malavoglia fino all’ora della nanna, si tratta di preservare i propri spazi vitali per essere uomini (ma forse anche donne) realizzati? E immediatamente, come per molte debolezze comuni, che a volte fanno anche comodo, scatta una solidarietà automatica, fra co-vittime di una prole che rende meno liberi?

Certo che rende meno liberi, sono i genitori che liberamente scelgono se fare i figli, poi però dovrebbero avere voglia di occuparsene non solo materialmente, ma anche affettivamente, ed è un vincolo molto serio.

Non sono abituato a dare giudizi sui comportamenti delle altre persone, se non richiesti, e soprattutto in campi come la genitorialità non credo proprio che esista un modello corretto predefinito.
Però comincio ad essere stufo di gente che rompe le uova nel paniere agli altri, sentendosi in diritto di pontificare e criticare, provando a mettere chi fa scelte lievemente controcorrente nell’angolo di una società che, forse anche per l’involuzione di certe basilari relazioni interpersonali, peggiora rapidamente.

lunedì 7 settembre 2009

Tutto 2.0

Sono blogger da poco e non sono una mamma. Come credenziale posso tuttavia vantare una moglie mamma blogger, che mi ha coinvolto in questa esperienza e con cui spesso mi trovo ad analizzare le implicazioni e la portata del fenomeno.
Non amo le etichette, in generale, quindi fatico a considerarmi un daddy-blogger. Sono un uomo, che condivide con lo strumento del blog alcuni pensieri, a volte sulla paternità, a volte su altri argomenti, e che apprezza la possibilità di discutere alla pari e in modo disinteressato con altre persone.

La querelle sulle mamme 2.0 ha suscitato in me più di una perplessità, perché fatico a mettere a fuoco i reali termini della questione.

Sono molto colpito dal dilagare del suffisso 2.0, ormai secondo me abusato.
Dopo la realtà virtuale, quasi qualunque esperienza del mondo fisico è stata arricchita di una parte digitale interattiva e self-generated.
Ciò può dare a molti l’illusione del controllo, ma temo non sia così.

Spesso il controllo è nelle mani di qualcun altro, che non sempre ce lo dice esplicitamente.
Un esempio: i commenti ai libri che leggo su amazon.com sono utili guide nella scelta delle letture e, statisticamente, disinteressati.
Ma se fossero gli editori a invitare gruppi di lettori potenzialmente influenti con il loro passaparola a commentare i libri sul web, la cosa potrebbe risultare un po’ sospetta. O no?

Se l’interattività dev’essere fornire idee, contenuti e massa critica a qualcuno che le sfrutti a fini propri con il pretesto di scoprire l’acqua calda (come lo scambio di vestitini e le “amicizie” via Internet) o di fornire “visibilità” solo perché ha un nome o un marchio popolari, capaci di attrarre la gente, non sono sicuro che sia positiva.
Si tratta del vecchio principio della televisione commerciale: aggrego un pubblico numeroso e lo vendo al migliore offerente, per vari scopi.

In un simile contesto, i benefici non ricadrebbero su tutti, ma solo sui pochi attori che presidiano gli snodi critici della catena (della comunicazione? Del valore?).

Ho un’idea diversa dell’interazione non commerciale e non propagandistica su Internet.
Mi aspetterei come minimo di essere informato su quali siano gli scopi per cui le idee e i contenuti generati e postati possono essere utilizzati, e da chi.
Infatti i contenuti, benché condivisibili, rimangono proprietà di chi li genera, che non dovrebbe essere espropriato dei diritti di sfruttamento economico, intellettuale e di immagine delle proprie idee. Non a caso su questi temi, mascherati in vario modo, il dibattito si infiamma.

La popolarità di Beppe Grillo sul web è enorme, ma anche le mamme blogger hanno attirato grande attenzione mediatica. Non è così scontato che siano le seconde nel loro complesso a beneficiare della visibilità del primo, anzi.
E non credo sia solo un problema di copyright sul nome di mamme 2.0.

Se vi fosse qualche iniziativa imprenditoriale a carattere informativo o di servizio per le mamme, Grillo potrebbe farle indirettamente pubblicità, ma questo non significa che sarebbe necessariamente l’intero mondo delle mamme blogger a beneficiarne, bensì, primariamente, solo chi gestisse una simile attività.
Intendiamoci: sono un accanito sostenitore delle iniziative imprenditoriali e di un capitalismo corretto e responsabile, quindi non trovo nulla di sbagliato nel guadagnare grazie a Internet. Al contrario, queste cose mi interessano moltissimo. Magari si riuscisse a usare la rete per ottenere prodotti e servizi migliori e innovativi rispetto a quelli del mondo reale e del web 1.0!
Solo, stante il fair play che di solito vige fra blogger, se questo fosse il caso, sarebbe opportuno saperlo.

Sui blog si può scrivere quello che si vuole. Ci si può anche lavorare. Basta che sia tutto spiegato chiaramente. Non vorrei trovarmi a pensare di scambiare idee con una persona e poi scoprire che sto regalando idee di marketing o sviluppo ad una azienda, o che mi sto prestando ad una pubblicità occulta.

Mi piacerebbe, invece, pensare che gli utilizzatori del web potessero relazionarsi con gli attori economici, giustamente orientati al profitto, in maniera costruttiva ma critica, magari orientando le scelte dei prodotti e servizi da realizzare e i modi in cui realizzarli, ed esplicitando eventuali conflitti di interesse.

Sarà l’italico vizio del sospetto, ma alcune situazioni mi lasciano alquanto perplesso. E l’uscita di Grillo, che pure ha condotto alcune battaglie apprezzabili e condivisibili, accresce i miei dubbi.

venerdì 4 settembre 2009

Miglia! Miglia! (C’è sempre una prima volta)

Sarà capitato anche a voi?

In anni di onorata carriera e regolari viaggi all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, ho accumulato un discreto gruzzoletto di miglia premio.

Negli ultimi due anni, con una certa soddisfazione da parte mia, le missioni all’estero si sono diradate, consentendomi di non volare nell’ultimo anno. Ma il mio tesoretto di miglia sarebbe dovuto rimanere vivo e vegeto fino a fine 2010.

Siccome però le cose non sono mai semplici come sembrano, a causa delle difficoltà delle aviolinee americane che falliscono, rinascono e si fondono tra loro, ho scoperto a fine agosto che le mie miglia, se inutilizzate, sarebbero scadute a fine settembre 2009. Così, per la prima volta, mi sono deciso a usarle.

Poco male, ho pensato: con due cognati dall’altra parte del mondo, quale migliore utilizzo delle miglia che regalare loro un biglietto aereo per la prossima vacanza?

Grave errore. Sì, perché provare a prenotare biglietti premio per due persone si è rivelato un compito arduo, che ha richiesto molto tempo, perseveranza e fitte comunicazioni via telefono, email e Skype, e ha messo a dura prova la mia pazienza.

Ora, io capisco che i biglietti premio siano un costo per la compagnia aerea e che quindi questa cerchi di renderne l’utilizzo il più complicato possibile, ma c’è un limite a tutto.
Tariffe e disponibilità di posti che cambiano praticamente in tempo reale, sottraendoti il posto da sotto il sedere in un clic, malfunzionamenti del sito, combinazioni di voli che ti obbligano a passare da Amsterdam, Parigi o Londra per raggiungere, ad esempio, Berlino da Milano.

E costi. Sì, perché ci sono da pagare tasse e balzelli ogni volta che si transita da un aeroporto, e quanto più l’itinerario è tortuoso, tanto maggiori sono le spese. Alla fine, spostarsi in Europa con un biglietto premio può costare quasi il doppio di un onesto volo low cost “di marca”.

Ma non solo. Una volta effettuata, dopo varie peripezie, la fatidica prenotazione, sono andato a controllare con il fiato sospeso la sezione del sito relativa a tutti i costi nascosti, che possono fioccare per chi prenoti il biglietto per telefono (con numero verde), oppure debba farlo riemettere perché lo ha perso o perché deve spostare il volo. O, ancora, perché si appoggia ad una compagnia partner per la gestione della pratica (fatto curioso, questo, in epoca di avio-alleanze sempre più ampie).

Mi domando: ma non farebbero una figura migliore a chiedere semplicemente più miglia per un volo, invece di provare a raggranellare soldi qua e là?

Insomma, prenotare un biglietto premio si è rivelato un percorso accidentato da cui, forse, sto uscendo con la soddisfazione di fare un piacere ai miei cognati e la possibilità di estendere la vita utile delle miglia residue di almeno un altro anno (sulla carta più a lungo, ma meglio andarci cauti). Ne varrà la pena?

domenica 26 aprile 2009

C’è design e design

Domani sarà il 27 aprile. Ne sono molto contento.

Ma non perché, come molti lavoratori, riceverò il mio stipendio.

Perché domani si conclude il Salone del Design.

Ho scelto con convinzione di rimanere a vivere a Milano, perché mi piace questa città e, pur non essendo in grado di cogliere da esperto tutte le bellezze dell’architettura e del design, sono felice che l’Italia e Milano siano il punto di riferimento mondiale per eventi così importanti.

Da economista, poi, non posso non apprezzare il beneficio che il Paese ottiene da una adeguata valorizzazione del made in Italy.

E qui cominciano i problemi.

Eh sì. Due ordini di problemi.

Il primo: ma chi beneficia davvero da tutto questo? Forse che i residenti a Milano trarranno qualche vantaggio concreto nella loro vita quotidiana dall’evento? Che so, mezzi pubblici più efficienti e meno costosi? O una gestione del traffico con isole pedonali permanenti e ben organizzate tutto l’anno? O scuole e servizi migliori per i loro figli?

Il secondo: in Inglese, to design significa progettare. Non mi pare che l’organizzazione dell’evento sia ben progettata. Anzi. Passare in questi giorni nelle vie che ospitano il Fuorisalone è un’esperienza istruttiva.

Si incontrano poche persone con l’aria di chi frequenta il Salone per motivi professionali, ma molti giovani in sandali e canottiera che bevono birra lasciando in giro le loro tracce di lattine e bottiglie.

Si incontrano venditori ambulanti improvvisati di birra di marche sconosciute a prezzi esorbitanti, ai quali ovviamente nessuno chiede di mostrare autorizzazioni o permessi.

Si incontrano intrattenitori che fanno giocare la gente nelle costruzioni - di design, ovviamente – che ingombrano i marciapiedi, i quali al ritmo di musica delle loro radio-CD portate in giro in stile anni ’80, distribuiscono ai vincitori buoni per consumazioni nei locali vicini.

Si incontrano automobilisti e residenti spaesati e irritati, perché le informazioni sulla zona a traffico limitato e l’isola pedonale non sono state comunicate in tempo e diffusamente.

Si incontra Radio Deejay, che, non paga di trasmettere nell’etere live dal Fuorisalone, ha piazzato sul tetto del suo gazebo delle potentissime casse acustiche che rendono impossibile anche solo una conversazione telefonica nelle abitazioni circostanti.

Aspetto i dati ufficiali che sicuramente leggeremo nei prossimi giorni, ma la mia impressione è che l’affluenza agli eventi di Milano sia stata massiccia e ben superiore agli anni passati. Bene. Forse però sarebbe stato meglio non fare sembrare il salone del design un enorme mercato frequentato da studenti in gita scolastica in libera uscita serale.

E, guardando con un certo timore all’Expo 2015, mi domando: che cosa sapranno inventarsi, gli organizzatori di questi eventi, per non far rimpiangere a nessuno di avere assegnato l’Expo a Milano e non a Smirne?

sabato 11 aprile 2009

Un originale punto di vista sulla crisi finanziaria

Leggendo un articolo su un altro tema, ho scoperto una nuova prospettiva “da uomo della strada” sul crollo del colosso assicurativo AIG. L’autore è Matt Taibi, di Rolling Stone (edizione USA). Traduco liberamente, per comodità.

“Negli ultimi tre mesi del 2008, la società AIG ha perso oltre 27 milioni di dollari ogni ora. Fanno 465.000 dollari al minuto, o il reddito della famiglia media americana ogni sei secondi, o circa 7.750 dollari al secondo.

E tutto questo è accaduto alla fine di otto anni in cui l’America si è dedicata a rincorrere freneticamente l’ombra della minaccia terrorista con scarsi risultati, otto anni in cui ogni cittadino veniva perquisito in ogni aeroporto, ogni borsellino, borsa, cartella, zaino setacciato per cercare esplosivi nascosti in tubetti di dentifricio e brik di succhi di frutta.

Alla fine, il nostro governo non ha avuto gli strumenti per analizzare i bilanci di aziende che detenevano un autentico potere di vita e di morte sulla nostra società e non è stato in grado di trovare voragini nell’economia nazionale di dimensioni pari all’economia della Libia (il cui prodotto nazionale lordo nel 2008 è stato minore delle perdite di AIG nello stesso anno).”

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Online dal 10 aprile 2009