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martedì 15 giugno 2010

Chi insegna a delinquere?

Il dramma della scuola pubblica si arricchisce di una nuova puntata: la lettera al Ministro dell'Economia di un’insegnante di scuola media siciliana, pubblicata sul Fatto quotidiano.

Oltre al link, ne incollo qui due passi.

[…] lei mi obbliga a violare la legge. Mi piacerebbe incontrarla per dirglielo guardandola negli occhi. Lei sta obbligando la maggioranza dei docenti italiani a violare la legge. È esattamente quello che accade in moltissime scuole italiane. Cosa significa infatti ammassare più alunni di quanti un'aula può contenerne, se non violare la legge? Sono ben tre le norme violate: la normativa antincendio, quella per la sicurezza negli edifici scolastici e quella igienico sanitaria. Molti sanno che lei ha tolto ben 8 miliardi all’istruzione pubblica. “C’erano tanti sprechi e siamo in tempi di crisi, bisogna razionalizzare”, saggia e incontrovertibile affermazione. Così ha giustificato la cosa. Di contro, però, le spese militari ricevono 25 miliardi di euro e leggo in questi giorni di un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private e leggo anche di un aumento di circa 200 euro mensili per i colleghi di religione, buon per loro, non sia mai, ma allora non bloccassero i nostri per i prossimi secoli.


[…] Io non posso adeguarmi. Non per me stessa, che alla fine noi docenti ci abituiamo a tutto, ma per loro. Non posso più tollerare che quei ragazzi siano il bersaglio vero delle nostre scelte. È questa l’illegalità, Egregio ministro. L’illegalità e il non rispetto della legge no. A Palermo no. Non in quel quartiere: la scuola non può tollerarlo perché è l’unico baluardo dello Stato. Porti solo la sua firma questo scempio: io non voglio rendermene complice. E non mi dica che sto facendo politica e un insegnante non può farla. Io ne ho più diritto di lei, che sia chiaro: io formo i cittadini di domani. Non lei. Lei passerà, per fortuna, ma i docenti italiani ci saranno sempre a insegnare cosa voglia dire rispettare le regole, rispettare la legge, cosa significhino parole come “comunità”, come “solidarietà”, come “eguaglianza”, come “fraternità”.



E noi, da che parte vogliamo stare? Da quella di chi “delinque” e si autodenuncia – fossero tutti così, i “criminali”, le intercettazioni si potrebbero tranquillamente abolire e gli editori potrebbero disinteressarsi delle sanzioni, pubblicando le confessioni scritte spontanee di chi commette reati. E si potrebbe destinare il risparmio alla scuola pubblica. E magari, tanto per non sprecare risorse preziose, potremmo anche evitare di installare i body scanner nelle stazioni ferroviarie. Sempre perché, chissà come mai, per certi scopi la spesa è un investimento, per la scuola pubblica è solo un costo da tagliare.

giovedì 10 giugno 2010

Scuola, manovra, menzogne, incoerenze

La manovra finanziaria italiana sarà pesante, anche il nostro concittadino più refrattario ha dovuto arrendersi all’evidenza e ammetterlo. Pochi giorni dopo il sudato annuncio, la Germania, smaniosa di imporre a tutta Eurolandia disciplina fiscale e vaghe fantasie di una politica monetaria meno accomodante e di deflazione controllata, ricorre alla sua potenza per preparare una manovra di portata tale da far impallidire quelle annunciate dagli altri paesi. Così, giusto per far capire chi è più forte e vuole comandare, mentre gli altri dovranno ancora pedalare parecchio per rimettere, casomai, i conti a posto.

A noi Italiani tocca inghiottire il boccone amaro di più tasse (per chi le paga) e meno servizi. A cominciare dal taglio più scandaloso, che è quello degli insegnanti e del personale della scuola pubblica. Scandaloso perché a pagare saranno i nostri figli, che cresceranno più ignoranti dei loro genitori, ma forse più felici, visto che, se tutto va secondo i piani, saranno talmente istupiditi da non rendersene neanche conto. Ma scandaloso anche perché dietro a questi tagli si nasconde la colossale menzogna della mancanza di fondi. L’Italia, infatti, e la ricca Lombardia in questo si è proposta come modello nazionale, foraggia abbondantemente scuole private e paritarie con denaro pubblico. Quindi non è che i soldi per l’istruzione manchino, è che si decide di penalizzare la scuola pubblica di proposito.
La bandiera della libertà di scelta per le famiglie, se non si garantisce neppure la comparabilità degli elementi di base del servizio, come disponibilità del personale, di strutture sicure, dignitose e adeguate ad una proposta formativa completa, orari abbastanza estesi da coprire almeno le necessità fondamentali del lavoro dei genitori, è una mistificazione fuorviante per nascondere un favore ai soliti gruppi di potere. Mascherato da una terza menzogna, cioè quella che alla maggioranza delle famiglie stia a cuore la qualità dell’istruzione. Purtroppo quel che vedo io è che a molti genitori sta a cuore che ci sia un posto in cui lasciare gratuitamente i figli 40 ore alla settimana, cosa succeda in quelle ore non conta. E allora temo che anche le proteste sacrosante per il mantenimento del tempo pieno e degli organici degli insegnanti si interromperanno prima di affrontare il nodo, per me cruciale, della qualità dell’istruzione, del fatto che un turbinio di insegnanti nelle classi per coprire le 40 ore non permetterà di svolgere il tempo pieno con la stessa valenza formativa di quello che abbiamo conosciuto.

E non si pensi che io sia contrario per principio alla scuola privata. Difendo e preferisco nettamente il pubblico, ho frequentato e ho scelto per i miei figli la scuola pubblica, e voglio che il diritto ad un’istruzione di qualità sia garantito a tutti. Ho frequentato un’università privata, e ne sono stato soddisfatto. Solo che è giusto che l’istruzione privata dei figli sia pagata con i soldi privati delle famiglie, magari con qualche vantaggio fiscale, non certo con denaro pubblico.

Due giorni fa, seccato dopo l’ennesimo avviso che Milano Ristorazione (la società del Comune che gestisce le mense scolastiche e altre attività affini) garantiva solo un “pasto d’emergenza”, dopo che i suoi dipendenti devono avere fatto almeno un’agitazione sindacale al mese costringendo le famiglie a dotare i figli di pranzo al sacco, ho dato un’occhiata al bilancio 2008 della società – il più recente disponibile sul sito web. Deformazione professionale, lo so. E ho scoperto una cosa interessante. Riporto testualmente:

Secondo ANGEM, l’Associazione delle Imprese del Settore, nel 2008 l’aggiudicazione delle gare al massimo ribasso ovvero secondo il metodo dell’offerta economicamente più conveniente, ma in cui il prezzo continua ad avere un peso più che rilevante; il mancato adeguamento dei prezzi all’inflazione dei prodotti alimentari; la richiesta di sempre maggiori investimenti per strutture e servizi da parte dei Comuni e il ritardo nei pagamenti, hanno costituito l’occasione per l’esclusione delle imprese sane e per l’ingresso di imprese che pur di mantenere i loro margini di guadagno non esitano a mettere in pericolo la salute dei propri commensali. Naturalmente questo riguarda il mercato della ristorazione scolastica affidata a privati. Per Milano Ristorazione la situazione è profondamente differente. La scelta di gestire direttamente il servizio attraverso una società controllata dal Comune ha posto il servizio di ristorazione al di fuori di logiche di mercato. Naturalmente l’aumento dei prodotti delle materie prime, dell’energia e del lavoro esistono anche per Milano Ristorazione e i loro effetti si sono manifestati, nel Bilancio 2008, ma le tariffe praticate alle famiglie sono rimaste costanti per anni.

Vorrei ricordare che Milano Ristorazione è controllata interamente dal Comune di Milano, il cui Sindaco, anni fa, in veste di Ministro dell’Istruzione, ha avviato con la sua maggioranza un processo culturale in netto favore della scuola privata rispetto alla scuola pubblica. La stessa persona e la stessa maggioranza politica, però, ritengono che la gestione pubblica del servizio delle mense sia la migliore tutela della qualità del servizio e permetta, dati alla mano (stesso bilancio, non li riporto per brevità), di offrire il prezzo migliore nelle città del Centro-Nord Italia.

E qui mi sorge il dubbio atroce. Per quanto possa essere complicato cucinare e distribuire pasti alle scuole di Milano, non sarà comunque più semplice che gestire l’istruzione, che non è fatta solo di nozioni, ma di un intreccio di esperienze, anche umane, diverse?
Perché dovremmo credere che, per fare bene un lavoro estremamente più complesso, favorire il privato e indebolire gravemente il servizio pubblico porterà ad un risultato positivo?
Forse si pensa che gli insegnanti e il “prodotto-scuola”, poiché per merce lo si vuole spacciare, costino meno di cibo ed energia? Forse la logica del profitto non porterà a minimizzare i costi e la qualità del servizio e ad aumentare i prezzi semplicemente perché la scuola privata potrà offrire un supporto, anche logistico, che il pubblico non potrà più garantire?
Soprattutto: che cosa devo pensare se a dirmi questo non è il sindaco di una roccaforte rossa, ma una società controllata dal Comune di Milano, città che continua a fare dell’efficienza e delle sue eccellenze del privato un vanto?

Non so per voi, per me qualcosa non quadra… O possiamo privatizzare serenamente la refezione scolastica dei bambini milanesi o, forse, l’intera struttura della sedicente riforma della scuola andrebbe rivista, prima che la sua mannaia si abbatta provocando danni irreparabili.

giovedì 15 aprile 2010

Pezzi di bene fra pezzi di male

Ognuno è figlio del suo tempo, ognuno è complice del suo destino.
Chiudi la porta e vai in Africa, Celestino!

La musica è sempre sorprendente. Proprio mentre pensavo agli argomenti di questo post, ho ascoltato la canzone di De Gregori di cui ho trascritto due versi sopra e da cui ho tratto il titolo.

Leggo dell’imprenditore di Adro. Leggo la sua lettera, in cui spiega perché ha deciso di pagare la refezione scolastica ai bambini i cui genitori non erano in grado di farlo. Penso che sia stata la cosa più giusta da fare.

Leggo che qualcuno protesta. Adduce motivazioni pretestuose, ma è chiaro gli scocci fare la figura dell’egoista e del razzista.

Questo gesto è un grande esempio di senso civico e senso pratico, di una legalità e difesa di principi sani che si cala nel concreto, anche con il rischio di aiutare qualche furbo.

E io mi domando: in casi come questo, lo Stato dov’è? Che altro dovrebbe fare, se non occuparsi di situazioni del genere? Dove sono i politici che dovrebbero ispirarsi a idee per cui i più deboli dovrebbero essere aiutati? Sono sempre state parole vuote già nel secolo scorso, figuriamoci oggi. Del partito dell’amore non parlo nemmeno. Eppure basterebbe una colletta di una cifra abbordabilissima per i nostri politici strapagati per raggranellare 10.000 euro, probabilmente raccolgono di più per fare un regalo ai colleghi che si dimettono o vanno in pensione (ah, già, che sbadato: dimenticavo che quasi nessun politico si dimette o va in pensione in Italia!).

Poi, certo, lo Stato siamo noi. Noi uomini che spesso trattiamo le donne come merce e ai bambini diamo insegnamenti agghiaccianti di egoismo, menefreghismo e li spingiamo ad allontanare da sé i più deboli e i diversi. Noi donne che ci scanniamo sul lavoro e nella vita fra mamme e non mamme, fra madri-scimpanzé e vere donne libere, e che proviamo a fare di tutto per riuscire a diventare come uomini così (non commento nessuno dei link, ma la loro lettura è istruttiva).

Noi cittadini, che pensiamo che i problemi delle famiglie si risolvano con gli asili nido e qualche decina di euro di detrazione fiscale per i figli e non capiamo che la soluzione sarebbe permettere ai genitori di ridurre in misura rilevante il carico di lavoro negli anni dell’infanzia dei bambini, magari concedendo di lavorare anche da casa, senza scontare questo grave peccato della maternità o paternità come natura vuole per il resto della vita.

Noi che continuiamo ad aggiungere mura su mura, pensiamo che la demagogia, la forza, l’astuzia e l’irrigidimento possano proteggerci dai rischi che i cambiamenti che stiamo vivendo in questi anni, e che continueranno in quelli a venire, inevitabilmente comportano, senza capire che, se non impariamo a piegarci nel modo giusto, finiremo spezzati.

L’imprenditore di Adro dobbiamo ringraziarlo molto più noi lettori dei bambini che, grazie a lui, ora riprenderanno a mangiare alla mensa scolastica. Per fortuna qualcuno lo sta già aiutando a difendersi e a sopportare le offese che si aspetta.

mercoledì 27 gennaio 2010

Gente che cambia il mondo sul serio

Le persone che cambiano davvero in meglio la vita e la storia di intere popolazioni ogni tanto passano anche a Milano e credo che molti Milanesi siano orgogliosi di ospitarle.

Un grande sogno che si fa progetto: liberare il mondo dalla povertà.

Il primo febbraio, al teatro Dal Verme, parlerà Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace, fondatore della banca Grameen, che ha introdotto il microcredito per le donne, liberando migliaia di famiglie dalla povertà in Bangladesh.

L’idea di prestare piccole somme, sufficienti ad avviare un’attività economica autonoma, alle donne del Bangladesh, contando sulla loro capacità di lavorare e di conciliare la vita professionale con quella familiare, e sulla loro volontà di onorare il debito, anche grazie a informali gruppi di solidarietà che in caso di necessità aiutano a restituire i prestiti puntualmente e con orgoglio, è geniale e rivoluzionaria. E dimostra che, in alcuni contesti di estrema difficoltà, sostituire il criterio della solvibilità con quello della fiducia può portare a grandi risultati.
Per inciso, prestare altrettanto denaro agli uomini non avrebbe sortito gli stessi effetti benefici, perché i profitti realizzati dalle donne sono tipicamente utilizzati per il sostentamento delle famiglie, mentre gli uomini rischiano di sperperare buona parte dei loro guadagni.

L’ammirazione che nutro per Yunus è enorme ed è un bene che il suo entusiasmo, il suo spirito costruttivo, la sua capacità di progettare e fare crescere una realtà solida e concreta stiano trovando una sponda anche in alcuni protagonisti dell’economia mondiale, a cominciare da Franck Riboud della Danone.

Il business sociale esiste ed è qui. Dopo “Il banchiere dei poveri”, una lettura e una riflessione consigliabili a tutti.

domenica 26 aprile 2009

C’è design e design

Domani sarà il 27 aprile. Ne sono molto contento.

Ma non perché, come molti lavoratori, riceverò il mio stipendio.

Perché domani si conclude il Salone del Design.

Ho scelto con convinzione di rimanere a vivere a Milano, perché mi piace questa città e, pur non essendo in grado di cogliere da esperto tutte le bellezze dell’architettura e del design, sono felice che l’Italia e Milano siano il punto di riferimento mondiale per eventi così importanti.

Da economista, poi, non posso non apprezzare il beneficio che il Paese ottiene da una adeguata valorizzazione del made in Italy.

E qui cominciano i problemi.

Eh sì. Due ordini di problemi.

Il primo: ma chi beneficia davvero da tutto questo? Forse che i residenti a Milano trarranno qualche vantaggio concreto nella loro vita quotidiana dall’evento? Che so, mezzi pubblici più efficienti e meno costosi? O una gestione del traffico con isole pedonali permanenti e ben organizzate tutto l’anno? O scuole e servizi migliori per i loro figli?

Il secondo: in Inglese, to design significa progettare. Non mi pare che l’organizzazione dell’evento sia ben progettata. Anzi. Passare in questi giorni nelle vie che ospitano il Fuorisalone è un’esperienza istruttiva.

Si incontrano poche persone con l’aria di chi frequenta il Salone per motivi professionali, ma molti giovani in sandali e canottiera che bevono birra lasciando in giro le loro tracce di lattine e bottiglie.

Si incontrano venditori ambulanti improvvisati di birra di marche sconosciute a prezzi esorbitanti, ai quali ovviamente nessuno chiede di mostrare autorizzazioni o permessi.

Si incontrano intrattenitori che fanno giocare la gente nelle costruzioni - di design, ovviamente – che ingombrano i marciapiedi, i quali al ritmo di musica delle loro radio-CD portate in giro in stile anni ’80, distribuiscono ai vincitori buoni per consumazioni nei locali vicini.

Si incontrano automobilisti e residenti spaesati e irritati, perché le informazioni sulla zona a traffico limitato e l’isola pedonale non sono state comunicate in tempo e diffusamente.

Si incontra Radio Deejay, che, non paga di trasmettere nell’etere live dal Fuorisalone, ha piazzato sul tetto del suo gazebo delle potentissime casse acustiche che rendono impossibile anche solo una conversazione telefonica nelle abitazioni circostanti.

Aspetto i dati ufficiali che sicuramente leggeremo nei prossimi giorni, ma la mia impressione è che l’affluenza agli eventi di Milano sia stata massiccia e ben superiore agli anni passati. Bene. Forse però sarebbe stato meglio non fare sembrare il salone del design un enorme mercato frequentato da studenti in gita scolastica in libera uscita serale.

E, guardando con un certo timore all’Expo 2015, mi domando: che cosa sapranno inventarsi, gli organizzatori di questi eventi, per non far rimpiangere a nessuno di avere assegnato l’Expo a Milano e non a Smirne?

sabato 11 aprile 2009

Un originale punto di vista sulla crisi finanziaria

Leggendo un articolo su un altro tema, ho scoperto una nuova prospettiva “da uomo della strada” sul crollo del colosso assicurativo AIG. L’autore è Matt Taibi, di Rolling Stone (edizione USA). Traduco liberamente, per comodità.

“Negli ultimi tre mesi del 2008, la società AIG ha perso oltre 27 milioni di dollari ogni ora. Fanno 465.000 dollari al minuto, o il reddito della famiglia media americana ogni sei secondi, o circa 7.750 dollari al secondo.

E tutto questo è accaduto alla fine di otto anni in cui l’America si è dedicata a rincorrere freneticamente l’ombra della minaccia terrorista con scarsi risultati, otto anni in cui ogni cittadino veniva perquisito in ogni aeroporto, ogni borsellino, borsa, cartella, zaino setacciato per cercare esplosivi nascosti in tubetti di dentifricio e brik di succhi di frutta.

Alla fine, il nostro governo non ha avuto gli strumenti per analizzare i bilanci di aziende che detenevano un autentico potere di vita e di morte sulla nostra società e non è stato in grado di trovare voragini nell’economia nazionale di dimensioni pari all’economia della Libia (il cui prodotto nazionale lordo nel 2008 è stato minore delle perdite di AIG nello stesso anno).”

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Online dal 10 aprile 2009