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domenica 11 novembre 2012

Scusi, si deve decidere

Oggi, alla Games Week per accompagnare Si bemolle a un impegno per il progetto a cui sta lavorando e fare il papà permettendo ai bambini di provare il Wonderbook e gli altri videogiochi senza che si perdessero nella bolgia di giovani (e tanti adulti) che affollava la Fiera, mi sono fatto vari giri per i diversi stand.

Playstation, Nintendo, Xbox, avventure di fantasia, giochi di movimento, di strategia e di ruolo: tante attrazioni irresistibili per bambini fra i 7 e i 10 anni, i miei Re e Sol più due amichetti. Già troppo grandi per avere uno spazio riservato, come Mi, ma ancora troppo piccoli per provare molti giochi, come i simulatori di guida più belli.

E poi uno dei traguardi più ambiti… il calcio con Fifa 13. Dopo una lunga, ma veramente lunga attesa, Re e il suo amico T. hanno finalmente impugnato i telecomandi, in mezzo a adolescenti e giovani sbuffanti per dover concedere 15 minuti di gioco a due piccoletti.

L’amore per il calcio non era l’unico elemento di attrazione per i più grandi.
La presenza di due avvenenti standiste che, abbigliate solo dell’intimo, si sono sottoposte a un body painting della maglia dell’Inter e di una maglia tutta rossa, che poi è diventata quella del Milan, non è passata inosservata. Infatti due folti gruppi di giovani in piena tempesta ormonale si sono accodati per farsi scattare foto in quella dolce compagnia da esibire ai compagni di scuola (e per qualcuno ai colleghi di lavoro).

Ora, provate a mettervi nei panni di un trentanovenne che ha passato la giornata a seguire tre bambini, in costante tensione per non perderne nessuno nella folla ed esposto per ore a un tunz-tunz incessante di musica sparata a volume così alto da far vibrare i pavimenti degli stand. Appena i bambini si sono seduti a giocare, mi sono fermato, sui due piedi, alle spalle del loro schermo, con il flusso di giovani che mi scivolava a destra e a sinistra.

A un certo punto, mi si accosta un giovane: statura medio-alta, barba incolta, un po’ di pancia, piercing. Esita un momento e mi dice: “Scusi, sa… si dovrebbe decidere: o fa la fila per la ragazza a sinistra o per quella di destra!”
Rintronato dal rumore e incredulo per essere stato preso per un vecchio allupato, credo di averlo guardato esprimendo un appena percettibile fastidio e, nonostante la mia mente sia stata fulmineamente attraversata da pensieri del tipo “ma renditi conto…”, la risposta che gli ho dato è stata un sarcastico “veramente sono qui per loro due”, indicandogli i bambini seduti sul divanetto a giocare.
Ovviamente il giovanotto non ha colto la sottilissima ironia del mio tono e si è limitato a un sollevato: “ah, be’, allora posso passare io, grazie”.

La settimana prossima, a G come giocare, starò più attento a dove mi parcheggio, vecchio relitto umano che non coglie le cose interessanti della vita.

domenica 16 gennaio 2011

Financial district

Il mondo della finanza non è tutto uguale, anche se c'è chi lo pensa solo grattacieli di vetro e acciaio.

giovedì 17 giugno 2010

Oltre al danno, la beffa

Alle 9.30 di oggi, i fogli Excel con cui lavoro si erano già chiusi otto volte in meno di 45 minuti. OK, lo ammetto, sono pesanti, ma d’altra parte, i computer dovremo pure farli lavorare, no?
Fatto sta che all’apertura di Excel per la nona volta, ho avuto il privilegio di assistere, cosa mai vista, all’apparizione della finestra pop-up di Microsoft Online Diagnostics (o qualcosa del genere), che, con aria placida, mi faceva sapere di “avere notato che Microsoft Office va frequentemente in crash sul mio PC” e mi suggeriva di investire 15 minuti del mio tempo per rispondere al questionario online per la diagnosi del problema.
Però, cara Microsoft, tu sì che sei perspicace! Office che va in crash sul mio PC! Che cosa ti fa pensare che, dopo aver trattenuto a fatica gli improperi, io abbia voglia di sprecare un solo secondo del mio prezioso tempo per qualcosa che non sia il riavvio più rapido possibile di Excel? Forse nei questionari per valutare la soddisfazione dei clienti è emerso che, oltre ad avere chiusure improvvise dei programmi, con conseguente rischio di perdita del lavoro svolto, l’utente desidera anche essere preso per i fondelli?
Per fortuna, con questa storia, mi sono fatto quattro risate con i miei colleghi increduli, e per fortuna, all’occorrenza, possiamo contare sui nostri baldi tecnici dell’IT. Pensate che noia, riuscire a lavorare senza interruzione…

Disclaimer: Do minore ha avuto la fortuna di mettere le mani su buona parte dei Mac prodotti, a partire dal primo, e ha tutta l’intenzione di continuare a farlo finchè potrà.

martedì 15 giugno 2010

Chi insegna a delinquere?

Il dramma della scuola pubblica si arricchisce di una nuova puntata: la lettera al Ministro dell'Economia di un’insegnante di scuola media siciliana, pubblicata sul Fatto quotidiano.

Oltre al link, ne incollo qui due passi.

[…] lei mi obbliga a violare la legge. Mi piacerebbe incontrarla per dirglielo guardandola negli occhi. Lei sta obbligando la maggioranza dei docenti italiani a violare la legge. È esattamente quello che accade in moltissime scuole italiane. Cosa significa infatti ammassare più alunni di quanti un'aula può contenerne, se non violare la legge? Sono ben tre le norme violate: la normativa antincendio, quella per la sicurezza negli edifici scolastici e quella igienico sanitaria. Molti sanno che lei ha tolto ben 8 miliardi all’istruzione pubblica. “C’erano tanti sprechi e siamo in tempi di crisi, bisogna razionalizzare”, saggia e incontrovertibile affermazione. Così ha giustificato la cosa. Di contro, però, le spese militari ricevono 25 miliardi di euro e leggo in questi giorni di un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private e leggo anche di un aumento di circa 200 euro mensili per i colleghi di religione, buon per loro, non sia mai, ma allora non bloccassero i nostri per i prossimi secoli.


[…] Io non posso adeguarmi. Non per me stessa, che alla fine noi docenti ci abituiamo a tutto, ma per loro. Non posso più tollerare che quei ragazzi siano il bersaglio vero delle nostre scelte. È questa l’illegalità, Egregio ministro. L’illegalità e il non rispetto della legge no. A Palermo no. Non in quel quartiere: la scuola non può tollerarlo perché è l’unico baluardo dello Stato. Porti solo la sua firma questo scempio: io non voglio rendermene complice. E non mi dica che sto facendo politica e un insegnante non può farla. Io ne ho più diritto di lei, che sia chiaro: io formo i cittadini di domani. Non lei. Lei passerà, per fortuna, ma i docenti italiani ci saranno sempre a insegnare cosa voglia dire rispettare le regole, rispettare la legge, cosa significhino parole come “comunità”, come “solidarietà”, come “eguaglianza”, come “fraternità”.



E noi, da che parte vogliamo stare? Da quella di chi “delinque” e si autodenuncia – fossero tutti così, i “criminali”, le intercettazioni si potrebbero tranquillamente abolire e gli editori potrebbero disinteressarsi delle sanzioni, pubblicando le confessioni scritte spontanee di chi commette reati. E si potrebbe destinare il risparmio alla scuola pubblica. E magari, tanto per non sprecare risorse preziose, potremmo anche evitare di installare i body scanner nelle stazioni ferroviarie. Sempre perché, chissà come mai, per certi scopi la spesa è un investimento, per la scuola pubblica è solo un costo da tagliare.

domenica 23 maggio 2010

Socialmente accettabile

Crisi e pericoli mettono i politici nella condizione di poter assumere decisioni drastiche anche estremamente impopolari, che diventano socialmente accettabili, perché la gravità delle conseguenze nel caso in cui tali misure non venissero applicate è facilmente comprensibile.

Di solito, i provvedimenti presi in queste circostanze hanno due caratteristiche: sono semplici da capire nella loro essenza e nella loro finalità e contengono un elemento, almeno apparente, di giustizia o buon senso.

Superare positivamente una crisi può aumentare il livello di coesione sociale, favorendo la condivisione di valori su cui fondare una ripresa e fornendo l’occasione per sbarazzarsi delle eredità negative del passato. Bisogna, però, essere disposti ad affrontare sacrifici per la costruzione di un bene comune, che nel breve termine può non coincidere con gli interessi personali, ma da cui in futuro anche gli interessi personali potranno trarre giovamento.

Una delle ragioni non tecniche per cui, pur riconoscendone alcuni importanti meriti, sono dubbioso sulle effettive possibilità di riuscita della manovra economica di salvataggio europea delle ultime settimane, è proprio il fatto che, nella cultura moderna, il valore e, a volte, la necessità del sacrificio non sono più riconosciuti. La stessa parola sacrificio è stata depennata dai vocabolari di molti. Non vorrei proprio che tornasse prepotentemente d’attualità e che la maggior parte di noi fosse costretta a sperimentarne la durezza.

Qui nascono i miei timori: la diffusione di certe idee e comportamenti considerati normali potrà un giorno ritorcersi come un boomerang contro di noi?
Genitori che vogliono vivere come quando non avevano figli, e conducono esistenze quasi separate da loro, per non dover rinunciare mai a nulla, quale autorevolezza potranno avere nel momento in cui dovranno provare ad imporre ai figli qualche restrizione non gradita?
Aziende guidate in modo confuso e non sempre trasparente possono davvero meravigliarsi se molti dei loro dipendenti sono demotivati dalla navigazione a vista? E quei lavoratori che sfruttano ogni zona d’ombra per ridurre al minimo il proprio impegno senza farlo notare, possono stupirsi se non ottengono riconoscimenti?
Politici che hanno elevato la furbizia ad arte, che in patria tollerano l’opportunismo e la disonestà dei cittadini in cambio dei loro voti, e che dall’Europa cercano di spremere tutti i vantaggi per il proprio Paese a scapito della realizzazione di una entità unita, efficiente nei suoi processi decisionali, efficace nei risultati delle sue azioni, come possono pensare di godere di una solida credibilità internazionale?

Con queste premesse dal basso, non è difficile spiegarsi il recente indebolimento dell’euro rispetto al dollaro, né immaginare che un’Europa unita e potente sul piano politico ed economico sarà un risultato raggiungibile solo fra anni di lavoro intenso e pianificazione accurata.

Non so se ciò che oggi è considerato socialmente accettabile, o addirittura un valore da difendere, lo sarà anche domani.
Penso però che un futuro collettivamente sostenibile abbia bisogno di maggiori spazi di libertà autentica, da colmare responsabilmente con molti più valori, ben distanti dalla frenetica ricerca di esperienze e beni da consumare “io, qui ed ora”, con poca fatica.

Ci siamo riempiti la vita di bisogni inesistenti, indotti da altri, che hanno fatto aumentare i prezzi di qualunque cosa, rendendo sempre più ampie le divisioni fra chi può soddisfare anche i suoi capricci e chi stenta a vivere una vita dignitosa, svuotando quasi tutto di valore e significato.

Internet è preziosa perché permette una rapida ed estesa circolazione di idee, per chi vuole dialogare e, attraverso un confronto onesto e aperto, provare ad affrontare le sfide, piccole e grandi, delle nostre vite, a superare dubbi e problemi. Ma rischia anche di diventare un circolo vizioso, che amplifica i messaggi negativi, gli egoismi e le debolezze condivisi, rendendoli socialmente accettabili, permettendo di metabolizzarli velocemente, senza provare quel disagio che è preliminare al desiderio di cambiare in meglio.

Dobbiamo stare attenti. Il socialmente accettabile di oggi è veramente ciò che vogliamo dare ai nostri figli? Perché mi pare proprio che, come società, glielo stiamo somministrando in dosi massicce.

domenica 14 febbraio 2010

A mind in New York

Pensavo di scrivere un post leggero sulle mie 52 ore trascorse intensamente a New York fra tanti interessanti incontri di lavoro, qualche momento di doveroso e piacevole shopping e poche ore di sonno.

Invece mi ritrovo a parafrasare Simon & Garfunkel e constatare amaramente la differenza di organizzazione fra Italia e USA.

Sì, perché le mie 52 ore sul suolo della Grande Mela hanno compreso la porzione newyorkese dello Snowmageddon (o più simpaticamente Snowzilla) che per giorni ha afflitto il nord est americano.
Si è trattato della nevicata più abbondante di sempre, che ha letteralmente messo in ginocchio alcuni Stati, privando le abitazioni di elettricità, acqua e linee telefoniche, e interrompendo a lungo i collegamenti via terra e aria. Ancora oggi ci si pone il problema di come smaltire i cumuli di neve alti metri.

A New York sono caduti una trentina di centimetri in poche ore, quindi non una quantità enorme. Abbastanza, però, da poter creare disagi seri a una metropoli così attiva e da impedirmi i rapidi spostamenti previsti nello stato vicino, in cui le nevicate sono state più abbondanti.

Niente paura: le autorità cittadine avevano pianificato e annunciato con congruo anticipo la chiusura delle scuole nel giorno della nevicata, avevano sollecitato le aziende a far utilizzare ai dipendenti il telelavoro (una vera manna dal cielo, magari lo avessimo anche noi!), in modo da agevolare concretamente le famiglie, e avevano cominciato a spargere sale per le strade dalla sera prima, predisponendo per tempo i mezzi spalaneve nei punti strategici.
Infine, hanno suggerito alla popolazione di affidarsi al trasporto pubblico, lasciando le auto private parcheggiate a casa.

Indovinate un po’? La gente ha seguito il consiglio, con il risultato che, nonostante una nevicata potente, consegne, mezzi pubblici e taxi circolavano quasi normalmente. Insomma, a Manhattan business as usual, anche sotto la neve. Le persone hanno camminato per strade e marciapiedi in condizioni più che accettabili, solo meno velocemente del solito.

Le uniche complicazioni per il mio lavoro sono state i frenetici cambiamenti di agenda, e non ho potuto evitare un impietoso confronto con le nevicate prenatalizie di Milano. Quanta differenza fa una buona dose di organizzazione e senso civico!
Inutile dire in quale prevedibile imbarazzo mi sia trovato quando ho dovuto raccontare che in Italia con dieci centimetri di neve si paralizza tutto e che, piuttosto che lasciare la macchina ferma, la gente preferisce fare, e imporre agli altri, ore fermi in coda, generando solo nervosismo, inquinamento e inefficienza.

Così mi pare giusto chiudere con i versi di “A heart in New York”:
New York, you got money on your mind
and my words won't make a dime's worth a difference,
so here's to you, New York.
E ammettere che, come molti bei posti in Italia, Central Park imbiancato dalla neve ha un certo fascino.





domenica 31 gennaio 2010

Viaggi e miraggi

Dopo una pausa piuttosto lunga, mi preparo ad un nuovo, breve, viaggio di lavoro negli Stati Uniti.

Ho avuto la fortuna di visitare vari paesi del mondo in gioventù, e quindi mi sono tolto la voglia di viaggiare intensamente, almeno per qualche anno ancora.

Ho sempre trovato curioso che nell’era delle tecnologie avanzate, delle videoconferenze, di Internet e Skype, la presenza in ufficio in date e ore improbabili e gli spostamenti fisici, meglio se da un continente all’altro, siano ancora ritenuti così indispensabili. È vero, in alcuni casi sono molto utili, soprattutto quando è richiesto un contatto umano diretto e frequente, ma quasi mai necessari.

Così, sentendomi sempre molto in colpa verso la famiglia, ho fatto tutti i viaggi davvero utili, soprattutto all’estero, organizzandomi giornate di lavoro intensissimo pur di rendere il più brevi possibile le assenze.

Ma il tarlo del perché il viaggio di lavoro sia ritenuto dai più un piacere o un privilegio continua a rodermi.

Forse perché salire e scendere dagli aerei fa status symbol? Mah.
Forse perché è un modo di mostrare che l’azienda investe su di te, e non sul tuo collega?
Forse le società preferiscono spendere un budget di viaggi che domani potrebbe essere tagliato anziché aumentare gli stipendi dei dipendenti di una frazione di quel budget, ma indefinitamente.
Forse i lavoratori gradiscono perché pensano di andare qualche giorno a farsi una specie di vacanza in alberghi migliori di quelli che pagherebbero di tasca propria, lontani dai doveri e dai controlli quotidiani, in posti che altrimenti non visiterebbero.

O forse dietro a tutto questo c’è il miraggio, la falsa oasi nel deserto.

Una rincorsa continua di nuove destinazioni, mete e obiettivi, per non dover mai fermarsi un momento a lasciare sedimentare le nostre conoscenze e esperienze.

Per non dover fare i conti con l’imperfezione e i limiti della nostra vita professionale e personale, non dover accettare con serenità che si possa essere felici anche con qualche difetto.

Per non crescere mai. Per non accettare che desiderare quello che si può avere e si può essere ci possa bastare, e che per ottenere di più dobbiamo sforzarci e migliorarci. Non basta un volo, magari low cost.

E’ vero: da molti dei miei viaggi, ho imparato tanto e sono contento di averli fatti. Mi hanno aiutato a scoprire aspetti nuovi di me stesso e del mondo. Ad esempio, una New York deludente da giovane turista è divenuta affascinante una volta riscoperta da adulto professionista.

Ma sono sempre stato più contento di quello che ho trovato tornando alla mia casa e al mio lavoro, condividendo esperienze e impressioni con chi mi aspetta ed è il mio punto di riferimento.

lunedì 21 dicembre 2009

Tra abaca e zwinglismo

È quasi Natale, siamo tutti più buoni e più stressati e si avvicina la stagione dei bilanci anche per quest’anno.

Oggi, con circa venti centimetri di neve precipitati su Milano in poche ore, destinati ad aumentare, il mio buon proposito è trovare una parola sul vocabolario, fra abaca e zwinglismo, per sintetizzare il mio pensiero.

Il pensiero di chi vive in una città piena di gente che si sente dire dalla notte prima di non muovere l’auto, e quando esci di casa per portare i bambini a scuola, a piedi, vedi un incolonnamento ininterrotto di auto che neanche in occasione delle sfilate.

Il pensiero di chi vive in un paese in cui con il maltempo ti invitano a restare chiuso in casa, perché i disagi alla circolazione sono il meno che possa capitare. Un paese in cui l’idea che il servizio pubblico debba funzionare soprattutto quando le condizioni sono difficili dovrebbe essere ovvia, e invece sono l’operosità o la rassegnazione dei cittadini a far passare i problemi.

Il pensiero di quando, anche alla recita di Natale, ti accorgi che il diritto allo studio e la difesa dell’istruzione pubblica, e della qualità dell’istruzione in generale, sono solo parole, che agli insegnanti dei tuoi figli si dovrebbe fare un monumento, e che molta altra gente meriterebbe al massimo una pernacchia.

Il pensiero che ti attraversa il cervello quando hai l’auto che non usi mai sepolta sotto una coltre bianca, con la batteria scarica. Tu esci presto dal lavoro per fare in tempo, fra le altre cose, sotto la neve, ad andare in officina a prendere accordi col meccanico per resuscitarla in vista delle vacanze, e trovi la saracinesca abbassata senza spiegazione, venti minuti prima dell’ora di chiusura.

Il pensiero che con questo gelo c’è qualcuno che ha trascorso la giornata in ginocchio per terra chiedendo l’elemosina e dormirà all’aperto, e speriamo possa sopravvivere alla nottata, ché i buoi e gli asinelli, da queste parti, scarseggiano.

Sfogliando il Devoto-Oli non ho ancora trovato la parola giusta; mentre la cerco faccio tanti auguri a tutti, e se qualcuno avesse suggerimenti, sono bene accetti.

domenica 15 novembre 2009

Produzione, consumo, conversazione e marketing 2.0

Da quando bazzico il mondo del 2.0 ho visto iniziative di vario genere. Alcune di carattere marketing/promozionale/pubblicitario, altre di carattere informativo, altre con la finalità di creare gruppi di consumatori meglio preparati.

Va tutto bene, io faccio le mie scelte, rivendico per tutti il diritto di fare le proprie ed eventualmente cambiarle, e credo che su link, banner pubblicitari, etc. ognuno sia chiaramente libero di gestire il proprio spazio in rete come meglio crede, purché renda ben chiaro ai potenziali visitatori che cosa stia succedendo.

L’unica cosa di cui mi senta un purista nel web 2.0 è la trasparenza.

Mi permetto di svolgere qui una considerazione di carattere economico, usando termini assolutamente comprensibili, facilmente trasponibile anche ad altri ambiti.

Si parla di domanda (il lato dei consumatori) e offerta (lato delle aziende).
L’idea di fondo è che “più” sia “meglio”: se posso avere tre paia di scarpe anziché uno o due, una casa o un giardino più grandi, più cibo, sto meglio.
Se supponiamo, realisticamente, che la “soddisfazione” che ricavo dalle quantità iniziali di un bene o un servizio (ad esempio il primo paio di scarpe, i primi tre locali di un appartamento) sia maggiore di quella delle unità successive (ad esempio il terzo paio di scarpe o ulteriori metri quadrati di casa) e che decresca a poco a poco, sarò disposto a pagare sempre meno per acquistare quantità maggiori.
Le aziende, invece, sono disposte a fornire maggiori quantità di beni o servizi a prezzi crescenti.
Consumatori e aziende che non si conoscono si incontrano in un mercato: il luogo in cui, in teoria, si determina un prezzo di equilibrio, al quale la quantità domandata dai consumatori con soddisfazione è uguale a quella prodotta con soddisfazione dalle aziende.

Poiché però il prezzo che, come consumatore, sono disposto pagare per le unità aggiuntive di un bene è decrescente all’aumentare della quantità, al prezzo di equilibrio si determina un “surplus”, cioè la differenza fra quanto sarei stato disposto a pagare al massimo e quanto ho effettivamente pagato.
Per esempio, ipotizziamo che vada a comprare dal mio fornaio preferito 5 brioches pagandole 1 euro l’una. In teoria, magari, sarei stato disposto a pagare 5 euro la prima brioche, 4 la seconda, 3 la terza, 2 la quarta e 1 la quinta.
Ma il fornaio non lo sa e troviamo un prezzo di equilibrio a 1 euro. Se lo avesse saputo (e io avessi avuto abbastanza soldi), mi avrebbe chiesto 5+4+3+2+1=15 euro per le brioches, in realtà, invece, ne pago 5 e il mio surplus è di 10 euro.

Supponiamo che in qualche modo (un’indagine, pettegolezzi di quartiere, chiacchiere ascoltate per caso fuori dal negozio, social networking, forum su Internet) il fornaio venga a sapere che io sono molto goloso, o che le sue brioches mi piacciono più di qualunque altro dolce, o che sarei molto felice di vederle migliorate dalla ricopertura con una glassa sottile. Potrebbe sfruttare questa informazione per modificare leggermente le brioches secondo i miei desideri (ma non necessariamente) e alzare i prezzi in modo tale che il nuovo prezzo di equilibrio sia di 2 euro.

Adesso, se i miei gusti e le mie disponibilità finanziarie non sono cambiati, il nuovo equilibrio mi vedrà acquirente di 4 brioches a 2 euro l’una. Risultato? Spendo 8 euro, 3 in più di prima, per avere una brioche in meno rispetto a prima. Il mio surplus si riduce a (5+4+3+2)-8=6.

Il punto è proprio questo. Quando comunichiamo, nel mondo reale, in rete, nei social network o nei forum, o cercando di costruire piattaforme in cui i consumatori interagiscono con le aziende (o i politici, o chiunque altro), vengono rivelate delle informazioni che possono essere usate per migliorare la qualità di prodotti o servizi, ma anche per aumentarne i prezzi.
È vero che la “soddisfazione” delle persone non si misura solo in termini monetari, (l’esempio è comunque valido anche in altri ambiti, ad esempio le nostre preferenze possono essere sfruttate a fini politici), ma nell’esempio di prima si nota come il consumatore risulti impoverito: con meno beni, pagati più cari, “espropriato” di una parte del suo surplus. Siamo sicuri che l’eventuale piacere di un po’ di glassa sulla brioche valga così tanto?

Se i produttori sono bravi a raccogliere informazioni sul mercato e sui clienti, a combinarle per soddisfarli con prodotti azzeccati, tanto meglio: si saranno meritati il loro profitto. Ma lasciamoli faticare un po’.
Non capisco perché debbano essere i consumatori a regalare, o quasi, alle aziende informazioni su di sé, sulle loro storie e preferenze, a fini commerciali.
Non capisco come questo possa dare forza ai consumatori (non stiamo parlando di un forum di consumatori o di gruppi che si scambiano orizzontalmente opinioni sui prodotti).
Soprattutto il valore affettivo ed emozionale attribuito ad alcuni prodotti mi sembra un dato altamente sensibile. Esperienze come lo storytelling sono affascinanti da molti punti di vista, ma possono essere rischiose per i consumatori, sotto il profilo commerciale.

Sono curioso di vedere come evolverà il Talking Village, perché l’opinione che mi sono formato via web di Flavia e Piattini è positiva e credo possano fare un buon lavoro. Ma non bisogna dimenticare che gli utilizzatori del marketing della conversazione dovrebbero essere le aziende, che non si suppone cooperino con i loro clienti, al di là dei buoni propositi e, ogni tanto, di una spruzzata di marketing etico.

martedì 6 ottobre 2009

Rappresentanza

Ancora lessico.

Fino a che punto si può dare una (sacrosanta) rappresentanza “democratica” a tutte le opinioni? E come è possibile trovare il giusto equilibrio fra rappresentanza e capacità di sintesi e decisione, facendo delle discussioni un momento propositivo e non una interminabile canea in cui prevalga chi strilla più forte?

Tempo fa ho ricevuto l’incarico di scrivere una testimonianza su un lavoro di gruppo. I temi sono stati discussi in un incontro fra colleghi, poi ho cercato di riportare, valorizzandolo, il contributo di ciascuno. È servita più pazienza che abilità, e alla fine tutti sono rimasti soddisfatti.

Il lavoro è riuscito bene per tre motivi: non si trattava di una cosa importante (tutti preferivano essere collaborativi anziché provare ad imporsi), c’era una base di conoscenza comune da comunicare, le persone avevano fiducia nella mia capacità di produrre un documento che interpretasse fedelmente le loro intenzioni e consentisse di ottenere in fretta un risultato positivo.

Un esercizio di democrazia elementare, in cui tutte le opinioni sono state rispettate, che tuttavia mette in luce le debolezze dei sistemi di rappresentanza nella realtà.

Non disponiamo di meccanismi condivisi di aggregazione e classificazione delle diverse idee per raggiungere un compromesso produttivo.
Quando i problemi sono importanti e sono in gioco gli interessi particolari, “democrazia” spesso significa cercare di confondere gli altri, con dibattiti lunghi e cavillosi, per prevalere.

E se da un lato è vero che, per la necessità di agire, le decisioni devono essere prese da una persona sola o da un gruppo ristretto, dall’altro spesso manca (raramente a torto) la fiducia nell’onestà e nella capacità di perseguire gli interessi comuni o più meritevoli da parte di chi ci rappresenta.

Un po’ sconfortato mi chiedo: come si esce da questo circolo vizioso? Come si può riuscire a riappropriarsi di una rappresentanza autentica?

venerdì 28 agosto 2009

Quello che rimane

Il celebre detto secondo cui sarà l’ultima cosa che avrai fatto a rimanere impressa nella memoria degli altri ha un fondo di verità.
Varie opere “incompiute” di grandi musicisti sono divenute eterne più per il fatto di non essere state concluse che per meriti propri (con la notevole eccezione di una fuga di Bach a tre temi).

Fin qui, nessun problema. Le complicazioni sorgono quando non sei un artista.

Quando, magari, hai investito anni di studio e di lavoro nello svolgimento di una professione intellettuale, che richieda un costante sforzo di aggiornamento e invenzione, la curiosità e la voglia di imparare e metterti in discussione. Allora, forse, ti piacerebbe trovare un terreno di dialogo fertile e vivace.

In molte situazioni, il fatto di avere accumulato esperienze diverse, ma utili ad un percorso professionale coerente e, magari, di successo, dovrebbe essere considerato un vantaggio, e non ignorato da chi, al momento di sfruttare le tue competenze, bada invece solo all’ultimo lavoro svolto, come se ti fossi improvvisamente dimenticato di tutto quello che hai fatto prima.

Anche il saper coltivare interessi diversi, elogiato come indice di capacità organizzativa e forza di volontà, viene sovente trascurato.

Soprattutto nei casi in cui il sapere venga parcellizzato e si richieda un certo grado di specializzazione, la capacità di combinare informazioni provenienti da ambiti diversi, di rompere gli schemi, è più preziosa del rigido ragionamento a compartimenti stagni, ma, purtroppo, non sempre è apprezzata.

Così, talvolta, puoi ritrovarti a pensare all’impegno profuso, a ciò hai provato a costruire, e osservi quello che rimane di tante energie e tanti progetti, domandandoti se stia ancora viaggiando nella direzione giusta.

E, trasferendo queste considerazioni alla mia esperienza di padre, credo che l’esortazione, che intendo dare ai miei figli, a crearsi tanti interessi, sviluppare le loro passioni, studiare il più possibile, sarà l’ennesimo messaggio un po’ inusuale, di questi tempi.

martedì 23 giugno 2009

Creatività e disciplina

Gli Studi di Chopin sono la dimostrazione definitiva della sua grandezza creativa.

Spesso si associano alla creatività la spontaneità e la fantasia.
Disciplina è invece diventata una parola desueta, dall’accezione negativa, impopolare.
Sembrano termini antitetici, ma credo sia un’associazione di idee molto scorretta. L’esperienza mi insegna che la creatività, per svilupparsi, va accompagnata da una grande disciplina.

L’immagine dei creativi con la dote di sfornare idee brillanti e originali in quantità, istintivamente, rapidamente e senza sforzi apparenti, refrattari alle regole e agli schemi mentali e comportamentali seguiti dai più, è invece molto diffusa e in voga.

Creativo è chi riesce a inventare qualcosa di nuovo: un’opera d’arte, un prodotto, un servizio, un modo di risolvere un problema o di svolgere un compito.
Tipicamente la creatività richiede la capacità di osservare la realtà che ci circonda e i problemi da affrontare con una prospettiva diversa dal solito, ma questa capacità non si sviluppa spontaneamente, se non fino a un certo limite.
Sono la curiosità e la volontà di leggere, di conoscere cose nuove e in apparenza distanti dalle attività abituali, a permettere alla mente di immaginare nuovi percorsi, nuove relazioni fra nozioni, situazioni, esigenze, problemi e soluzioni. Di “farsi venire” idee.

Il desiderio di imparare e studiare sempre di più, di autoeducarsi direi io, di “fare formazione permanente”, come direbbe qualche consulente, richiede impegno, costanza, metodo. In una parola: disciplina.

Così come disciplina è necessaria per abbandonare una strada che non porta a nulla, anche quando se ne sia già percorso un lungo tratto, magari con fatica e con le migliori intenzioni.

Molti individui e organizzazioni, oggi, trovano nell’irrigidimento burocratico una illusoria protezione dall’incertezza e dagli insuccessi.
Ciò soffoca le migliori capacità delle persone, il loro desiderio di creare, costruire, riuscire, e confonde l’accezione positiva di disciplina con quella, negativa, di rigidità, controllo e segregazione.

Per una reazione altrettanto sbagliata, si scambia la voglia di sfuggire alle regole, ad un lavoro di studio e analisi accurato su cui fondare proposte e decisioni, con la creatività, come se quest’ultima rappresentasse il mezzo per liberarsi da sovrastrutture pesanti e da norme e prassi che, benché migliorabili come tutto, spesso sono opportune.

Raramente troviamo l’istinto dietro alla creatività, e mai superficialità.
La leggerezza e l’eleganza dei risultati sono il frutto di un lavoro duro e rigoroso.

Anche nel campo dell’arte, l’importante componente della fantasia si innesta su una base di conoscenze ampia, solida e multidisciplinare. Da qui nasce la capacità di ragionare in modo originale e trasversale, di cogliere spunti e stimoli da direzioni inattese.

Creatività non è vuota apparenza, non è sregolatezza, non è evasione, né furbo espediente.
Disciplina non è costrizione, né forzatura o privazione della libertà.

Oggi impegno e creatività sarebbero necessari, mentre la superficialità, la fuga dalle responsabilità e la ricerca delle scorciatoie dominano.
Anche ricordarsi del significato di poche, semplici parole può essere utile.

martedì 2 giugno 2009

Manager per se stessi

Mi è tornata in mente una frase di un mio amico, di qualche anno più grande di me, con il quale ho avuto il piacere di suonare qualche volta da ragazzo: “quelli che dicono di suonare per se stessi, lo dicono perché non sono capaci”.

Pensavo a tutti i manager che ho incontrato nel corso della mia carriera, sia in Italia che all’estero, con responsabilità e incarichi importanti.
È affascinante conoscere donne e uomini che hanno accumulato molte esperienze, intelligenti, preparati. Che detengono potere e lo esercitano. Si impara sempre qualcosa.

Vi sono, per fortuna, anzi per merito, numerosi casi di aziende di successo in tutto il mondo, dalle piccole alle blasonate multinazionali, i cui manager mantengono un atteggiamento umile, attento, pronto ad ascoltare opinioni, idee e suggerimenti che arrivano dall’esterno.
Persone consapevoli che il loro lavoro rappresenti una sfida continua con il mercato, con concorrenti intelligenti e capaci di presentarsi con buoni prodotti e servizi e idee valide.

Questi manager capiscono esattamente che il loro lavoro consiste nel prendere decisioni. Talvolta difficili, rischiose. Ma le devono prendere.
E si rendono conto che, se esercitato con diligenza, trasparenza, impegno e coraggio, proprio questo processo decisionale sta alla base del rapporto di fiducia fra i dipendenti di un’azienda e chi li governa, fra l’azienda e i suoi fornitori e clienti, fra azienda e investitori sul mercato.
Gli errori si possono sempre commettere e ci sono sempre sorprese negative dietro l’angolo, ma essere leader significa anche saper affrontare a viso aperto le situazioni critiche, senza nascondere la verità agli altri.
Altrimenti la fiducia e il senso di coesione per raggiungere un obiettivo comune cominciano a venire meno.

In tanti anni di esperienza, posso affermare che la capacità di un management di elaborare una strategia valida e di eseguirla senza sbavature, e la capacità di interpretare i segnali che provengono dalla realtà circostante per apportare le modifiche che si rendano opportune lungo il percorso, siano il più decisivo fattore di successo di un’azienda.

Incidentalmente, noto che questa considerazione vale in tutti i contesti: nella politica, in famiglia.

I genitori, ad esempio, devono saper esercitare una leadership che i figli non mettano in discussione. Con autorevolezza e dolcezza.
I figli, anche piccoli, capiscono che i genitori possono sbagliare, come tutti, ma devono avere fiducia nei loro comportamenti e nelle loro decisioni.
E la fiducia si conquista con l’impegno e con l’esempio, parlando e spiegando, facendo cose insieme, ma anche ascoltando molto i segnali che i bambini ci mandano.
Senza per questo sottostare ai loro capricci, senza diventare troppo “amici”, ma per assicurarci che percepiscano in ogni momento che, anche se alcune situazioni sono complicate da comprendere, i loro genitori cercheranno sempre di agire per il meglio, per il loro bene.

Purtroppo, a volte, il morbo dell’arroganza e dell’autoreferenzialità infesta i comportamenti e gli atteggiamenti di coloro i quali prendono le decisioni.

Così, ci sono manager che non si preoccupano più del mercato e dell’economia come all’inizio della loro carriera, perché, una volta raggiunto il successo, proprio in virtù di esso si ritengono infallibili e invulnerabili.

Cominciano ad ignorare concorrenti, fornitori e clienti che non solo meritano rispetto, ma che fornirebbero segnali importantissimi per non perdere la rotta.
E ai primi segni di difficoltà e cedimento, questi personaggi si trincerano dietro una cortina di ferro e non comunicano più apertamente con chi li circonda.
Richiedono una fiducia cieca nella loro capacità di decidere per il meglio. Condividono opinioni e informazioni con il loro “circolo di pari” in altre società anziché con chi, giorno per giorno, li ha aiutati a costruire, con fatica e soddisfazione, una storia di successo.
Poco alla volta, inevitabilmente, si perdono fiducia e rispetto. E leadership.

Questi manager smarriscono la propria identità, alla lettera, poiché non prendono più alcuna decisione utile a gestire l’organizzazione per cui lavorano.
Anzi, cercano in ogni modo di sottrarsi alla responsabilità di decidere per non esporsi alla possibilità di commettere errori.
Perché il rischio di danneggiare la propria reputazione con decisioni sbagliate, ma assunte in modo trasparente e sulla base di motivazioni e analisi convincenti, sembra troppo alto.
Diventano manager di se stessi e per se stessi, provano a sviluppare una carriera di visibilità e difesa della posizione più che una fondata sul fare, sul creare. Inutili, talvolta addirittura dannosi.

Non credo sia un caso se, in una situazione economica e politica come quella che stiamo ancora attraversando, leggiamo spesso di buonuscite faraoniche e paracadute dorati e raramente di progetti innovativi e coraggiosi di riforme e di impresa, per sfruttare la crisi come un’occasione per correggere errori ed eccessi del passato e creare un futuro che poggi su basi economicamente e socialmente più solide.

Parlo ogni giorno con persone che lavorano in aziende grandi e piccole in tutto il mondo e che prendono decisioni a vari livelli.
Esiste un senso di malessere diffuso tra coloro che non si trovano ai vertici ma quotidianamente mandano avanti un’azienda. Un malessere che nasce dalla mancanza di comunicazione, da un lato, ma da un altro, forse più profondamente, dal fatto che ci si concentri spasmodicamente sul presente senza occuparsi del futuro.
Dimenticando che quest’ultimo non è la sequenza o la somma di tanti brevi periodi, non è una navigazione a vista.
Paradossalmente, è la consapevolezza dello slancio creativo che serve per progettare un futuro, con i suoi rischi e le sue opportunità, a creare un timore tanto grande da cannibalizzarlo.

La voglia di agire e impegnarsi per costruire una prospettiva migliore sono presenti in molte persone.
I problemi del presente dovrebbero dare ai manager e ai leader di oggi la spinta per accogliere idee e sfide nuove senza resistenze, e, auspicabilmente, aprire la strada ad una nuova generazione di leader di domani.
Mi chiedo quanto tempo occorrerà ancora e quante barriere andranno abbattute affinché ciò accada.

domenica 12 aprile 2009

Preludio e fuga - Rispetto

Questi non sono giorni adatti per lasciarsi andare a sfoghi su piccinerie. Ciò a cui purtroppo stiamo assistendo in Abruzzo impone di rimettere in ordine le priorità e trattenere le lamentele. Ci mancherebbe altro. Dobbiamo tutti prendere esempio dalla dignità delle vittime del terremoto e ricordare, in questi giorni di festa da trascorrere in famiglia, quanto siamo fortunati.

Però, porterà la tragedia abruzzese ad una rivalutazione del valore dei gesti quotidiani, che si sta perdendo? Aiuterà a capire che la degenerazione nei comportamenti individuali causerà inevitabilmente il collasso della struttura che si chiama società, proprio come il terremoto?

Un paio di esempi.

Do minore accompagna a scuola il suo figlio maggiore. Ogni mattina, fra le 8.25 e le 8.30, il portone si apre e i bambini entrano nella scuola elementare.
Dotato di scarsa puntualità nella vita privata, Do minore talvolta costringe il piccolo a una veloce camminata per raggiungere la scuola in orario, perché la scuola è importante.

C’è sempre qualcuno in ritardo, che compare all’orizzonte stancamente quando gli altri genitori già si allontanano dalla scuola.

L‘aspetto sorprendente è la quantità di persone che portano i figli a scuola con un ritardo sistematico minimo di 10-15 minuti, li accompagnano fino in classe (cosa proibita salvo circostanze particolari), spesso lasciano l’auto in mezzo a un incrocio trafficato, sotto gli occhi di vigili stupefatti, insultandoli se provano a dire qualcosa, e si trattengono anche al bar per fare colazione!

Da buon 36enne cresciuto alla vecchia scuola, quella del rispetto per gli insegnanti e per le regole, Do minore si domanda come cresceranno questi bambini, che rischieranno di ignorare le elementari norme della convivenza civile, il valore di cose semplici, come una lezione che inizia in orario e un traffico scorrevole, ma conosceranno bene il proprio comodo.

Do minore si reca quindi in ufficio, a svolgere un lavoro che lo appassiona e che gli permette di valorizzare l’impegno di tanti anni di studio e lavoro. Un lavoro che lo mette in contatto con tante aziende in tutto il mondo e gli permette di conoscere, misurare e valutare chi lavori bene e chi meno.

Da un paio di anni, Do minore si scontra con una realtà in cui la misurazione e la trasparenza sono scomparse. In cui le informazioni sono nascoste, i fatti occultati o travisati. Così diventa quasi impossibile fare scattare i meccanismi virtuosi della selezione di mercato.

La gravità del problema non è la stessa ovunque, e l’Italia ovviamente non brilla, ma la situazione è seria dappertutto.
La grave crisi finanziaria, che potrebbe essere un’occasione per correggere le situazioni patologiche, rischia di diventare la giustificazione di interventi per tamponare problemi di breve periodo a scapito di un progresso diffuso nel lungo termine. Interventi che possono servire a perpetuare il potere e le posizioni di chi decide oggi e ci ha portato nelle sabbie mobili, travestiti da rimedi di cui beneficeranno le generazioni future.

Do minore ama impegnarsi in quello che fa, è sempre costruttivo, ma a volte è costretto a fermarsi, un po’ smarrito, a riordinare le idee.
Spera che la voglia di riscatto dell’Abruzzo sia uno stimolo per tutti noi.

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Online dal 10 aprile 2009