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venerdì 1 aprile 2011

A volte ritornano: le stalle di Augia

Ogni tanto si leggono notizie più sorprendenti che deprimenti. Come questa, sulla presunta truffa delle vacche ottuagenarie, contro una vita media di circa otto anni, per contribuire a giustificare una produzione di latte che eccederebbe abbondantemente la capacità produttiva italiana. Una truffa che coinvolgerebbe un ente governativo e un’agenzia ministeriale.
Torna in mente la mitologia, la sesta fatica di Eracle, quella delle stalle di Augia, il re dell’Elide che aveva ricevuto in eredità dal padre un dono preziosissimo: armenti di origine divina, immuni dalle malattie. Queste mandrie di bovini sempre sani che si riproducevano non erano solo una grande ricchezza. Ben presto le stalle di Augia si ritrovarono invase dal letame, cosa molto sgradevole e malsana per gli abitanti dei dintorni, al punto che la luce del sole era oscurata dagli sciami di mosche attratti dalla sporcizia. La situazione divenne talmente grave che Eracle, sfidato a ripulire le stalle e il regno in un solo giorno, per riuscire a portare a compimento la fatica dovette addirittura deviare il corso di due fiumi, le cui acque impetuose lavarono stalle, scuderie e tutto il territorio circostante.
Le inchieste giudiziarie faranno luce sulle responsabilità del caso, su come sia possibile che ad un’agenzia governativa risultino esistenti 2.905.228 vacche contro i 1.668.156 capi di bestiame effettivamente verificati all’anagrafe.
Non ho idea di chi possa occuparsi di ripulire il nostro territorio da tutto ciò che lo inquina, però una mandria bovina quasi doppia rispetto alle dimensioni reali potrebbe essere una buona spiegazione per la puzza che sempre più spesso ci tocca sentire in questo paese…

sabato 26 febbraio 2011

Marketing divino

Sono diventato adulto in Italia, ho vissuto la mia giovinezza negli anni ’80 e ’90, gli anni dell’esplosione della tv commerciale, dei settimanali patinati. Ho ingurgitato con l’imbuto tutto il marketing che mi è stato imposto dai genietti della pubblicità. Sono passato dagli slogan-tormentone, agli spot divertenti, ai jingle accattivanti, che penso facciano parte della cultura pop del nostro paese, ai corpi quasi nudi per pubblicizzare qualunque cosa (e purtroppo penso che anche questi ormai siano parte della cultura pop del nostro paese). Credevo, insomma, di avere visto tutto.
Poi, due giorni fa, ho incontrato questo.
Che cosa si può dire di un manifesto del genere? Prima di tutto, mi immagino il compiacimento di chi ha apposto quella piccola firma in corsivo – Dio – a destra, sotto la scritta. Una trovata che dev’essersi meritata almeno un cinque alto fra i membri del team che l’ha partorita.
Scherzi (si fa per dire) a parte, la considerazione grave è che ormai anche nel nostro Paese, sulla carta laico, si senta il bisogno di pubblicizzare le confessioni religiose in modo sempre più esplicito, come se fossero un bene di consumo qualsiasi, in mezzo ad altri prodotti, pièce teatrali, concerti e candidati alle elezioni.
Che fedi possono essere quelle che hanno bisogno di manifesti e siti internet, volantini e telepredicatori? “Io ti ascolto” sarà una promessa consolatoria, ma non può avere anche un suono vagamente intimidatorio? Una versione aggiornata dell’antico “Dio ti vede”?
Il comprensibile, crescente disagio verso quella che, di fatto, è la nostra religione di Stato ci sta portando a risultati di questo tipo. La scelta sull’allocazione dell’8 per mille e la possibilità di finanziare i gruppi religiosi preferiti esistono già. Ma quando la religione diventa una questione di marketing, di numeri, masse, difesa e conquista di risorse e quote di mercato, semplicemente si svuota del suo contenuto profondo. Lo dico con l’umiltà di quel poco che credo di avere capito al riguardo. Se stratagemma deve essere, meglio, allora, affidarsi a un calcolo, al modo di Pascal: almeno quel ragionamento ha una sua eleganza. Quanto al resto, c’è di buono che nessuno di noi conosce la risposta: neanche questa è un’idea originale, ma almeno è una grande verità. Che a ben pochi, però, interessa pubblicizzare.

lunedì 7 febbraio 2011

Banane

Se in Italia si è instaurato un clima da repubblica delle banane, un motivo ci sarà pure. Non occorre neanche sforzarsi di pensare alle cose importanti per averne un esempio.

La scorsa estate, nella prima metà di luglio, al ritorno da alcuni giorni di vacanza, ho trovato un grande cartello giallo a tutti gli accessi di una delle strade che circondano casa mia, che indicava lavori su un tratto di strada lungo poche centinaia di metri, fra il 19 luglio e il 30 agosto, che avrebbero reso più difficile la viabilità.
Intorno al 10 settembre, con i cantieri ancora aperti, sulla data del 30 agosto è stato incollato un foglio di carta con scritto 30 settembre.
Il foglio di carta è stato spazzato via dalle prime piogge autunnali, ma i cantieri sono rimasti aperti. Così ne è stato appiccicato uno nuovo, a fine settembre. Data di fine lavori prevista: 24 ottobre.
A metà novembre, l’amministrazione comunale si è premurata di informare i residenti, sempre con un foglio di carta e un pennarello, che i lavori si sarebbero conclusi entro il 30 dicembre.
Oggi, rientrando da un fine settimana di sole al mare, ho visto che il termine presunto dei lavori è il 22 febbraio.

Bananas, anyone?

domenica 28 novembre 2010

Lieto fine cercasi

Merenda. “Ho un biscotto a forma di cappello di Babbo Natale!”, dice Sol, quasi sei anni. “Ma no, è solo un pezzo di un biscotto a forma di campana rotto”, ribatte Re, ridendo, col suo realismo di bambino grande di otto anni. Questa conversazione è buffa, non ha niente di amaro, mostra solo come, crescendo, perdiamo quell’ingenuità che stimola la fantasia e ci fa vedere cose belle ovunque intorno a noi.
Oggi ho sentito su Sky l’intervista esclusiva ad una ragazza di 28 anni, protagonista delle inchieste di questi giorni su feste e festini, madre di un bimbo piccolo, separata dal marito, da cui la madre, dopo che è scoppiato il caso, ha preso le distanze. Ha dichiarato che fosse bello, anche emozionante, la prima volta, essere lì, che uno dei motivi che l’hanno spinta a tornare sia stato ricevere 5000 euro e soprattutto, quando l’intervistatrice ha rivolto la fatidica domanda se rifarebbe tutto, ha risposto di sì, “forse solo in modo un po’ diverso”. Le differenze rispetto a come sono andati i fatti sono irrilevanti.
L’amarezza è stata tanta, inutile dirlo. Sentire una ragazza di 28 anni dire certe cose fa davvero male, e fa male pensare che siamo un Paese in cui molti accettano come un fatto normale situazioni del genere.
Si bemolle spesso ride (o sbuffa) della mia passione per i gialli e i polizieschi, per il numero di volte in cui ho riletto molti libri di Agatha Christie, o rivisto le puntate di Ellery Queen o del tenente Colombo.
Eppure, di quel senso di ordine, di quiete dopo la tempesta che si prova quando il colpevole viene invariabilmente assicurato alla giustizia, sento proprio un gran bisogno.
Leggendo o guardando i film, a volte mi è sembrato di trovare una frase che suonasse un po’ stonata, ma non mi è mai passato per la mente di indignarmi nel sentire Colombo dire che talvolta gli assassini che ha incontrato fossero persone molto simpatiche e brillanti, o nel sentire Poirot dire ad un politico che aveva commesso un omicidio “lei difende tutte le idee che mi sono care”. Forse perché tutti questi investigatori erano dotati di un’etica professionale e prima ancora umana che non veniva scalfita da simpatie, antipatie, convenienze e consuetudini.
Tutto il contrario di adesso, che abbiamo ragazzi cui viene proposta l’idea che la provenienza del denaro e della fama non abbiano importanza, basta ottenerli, e davanti a cui le oscenità e le immoralità sono ostentate con orgoglio come successi, e bisogna lottare per evitare che in molti assimilino questo messaggio. Il fine giustifica i mezzi e l’egoismo è l’unico metro che molti usano. Senza capire (o forse sì) che così ci si lascia trasformare in mezzi. E il fine, quale e come sarà?

sabato 13 novembre 2010

Commutativi

L’altra sera in televisione ho ascoltato i quattro candidati alle primarie di centrosinistra per scegliere il candidato sindaco di Milano.
Ho sentito parlare poco di un programma concreto per affrontare le tante questioni aperte dai problemi, anche gravi, che affliggono la mia città: scuola, qualità della vita, mobilità, lavoro, casa, inquinamento, a partire dal basso (l’unico sistema che funziona).
Non che sia favorevole alla retorica del fare. Senza progetti strutturati, che innestino le azioni su valori umani e civili solidi e condivisi, non va bene. La cosa strana è che, di fronte all’esperienza di centrodestra di questi anni, il centrosinistra si presenti con quattro candidati-immagine di forte presenza scenica, e questo a qualcuno sembra già un successo, ma le strutture alle spalle di alcuni di loro sono quelle di sempre. Come dire, cambia l’ordine dei fattori, ma non necessariamente il risultato. C’è un documento programmatico, ma mi sembra manchi ancora un manifesto di valori su cui tutto il centrosinistra possa convergere ed entro cui ognuno dei quattro possa differenziarsi in modo non conflittuale, enfatizzando le sue proposte specifiche.
Non sorprendentemente, forse, l’unico candidato con un’idea credibile di lungo termine, cioè quella di formare attivamente una classe politica di giovani, è quello più anziano, che ha anche un curriculum “civico” di tutto rispetto.
E per le primarie, che servono a scegliere i candidati di partiti che ricevono vagonate di finanziamenti con denaro pubblico, a sfregio di un referendum che lo voleva abolito, e che potrebbero essere tranquillamente autofinanziate dai nostri parlamentari, ci chiedono pure di pagare due euro. Non è per la cifra, è il principio. Mille volte meglio, per me, mandare un sms per aiutare gli alluvionati del Veneto. Aver saputo che in molte sedi di voto ci saranno cartelli che invitano a mandare gli sms di solidarietà al Veneto, mi suona quasi come una presa in giro: ma perché non possono fare il bel gesto di dire: invece di darli a noi, i due euro usateli per quello scopo?
In ogni caso, la forza della politica è che ci siano ancora tante persone che parlano di queste situazioni come “del proprio partito”.
Io sono sempre stato non-partisan, ma con idee politiche ben precise, e non sono mai riuscito a riconoscermi in alcun partito italiano. La voglia di impegnarmi e l’interesse per la realtà del mio Paese, però, non sono mai diminuiti, anzi. Perché forse la politica è, o dovrebbe essere, un’altra cosa rispetto a quello che vediamo, e ci devono essere modi per farlo capire migliori dell’astensionismo, che non condivido. C’è la necessità che qualcuno dalla società civile si metta al lavoro in politica, ma solo per un tempo limitato, prima di essere fagocitato e soprattutto digerito dal meccanismo, perciò reso innocuo come agente di cambiamento. E bisogna trovare anche persone che rimangano fuori, attente a quel che succede, a dare idee, a raccontare le cose come stanno, a farci tenere gli occhi fissi sugli obiettivi. Anzi, forse servono soprattutto queste.

martedì 10 agosto 2010

Indignazione

Le reazioni “di pancia” sono importanti: generate da ciò che vediamo, sentiamo, leggiamo, dalla comprensione di ciò che accade intorno a noi, ci danno un segnale naturale su come porci in relazione con gli altri, con il mondo. Ed è bene che, pur essendo il frutto di un processo di educazione e maturazione diverso per ognuno di noi, sgorghino nel modo più spontaneo possibile.

L’indignazione è uno di questi sentimenti. Uno fra i più profondi, perché ci dovremmo indignare di fronte a situazioni particolarmente gravi: “soprattutto per cosa che offende il senso di umanità, di giustizia e la coscienza morale”, ci spiega il sito treccani.it. Cioè per qualcosa che secondo noi non ha diritto di abitare il consesso civile.

Le persone che suscitano indignazione lo fanno volontariamente, nel senso che commettono scientemente azioni deprecabili, ma non desiderano certo razionalmente essere oggetto di sdegno e riprovazione. Anzi, per quanto spudorate possano essere, credo che farebbero volentieri a meno di provocare l’indignazione di chi li circonda.

Quest’estate, fra polemiche e indagini, misfatti e coperture, sospetti e inganni, insulti e violenze, indignazione è diventata una delle parole più ricorrenti. Sui giornali, in televisione, è spesso sulle labbra di qualche politico od opinionista che ci suggerisce per che cosa indignarci e per cosa no. Naturalmente, sempre per qualche malefatta dell’avversario di turno, trascurando e nascondendo le proprie, di solito non meno numerose e meritevoli di suscitare il nostro sdegno.

La novità è che si vorrebbe suscitare a comando anche l’indignazione, forse perché, inflazionando l’uso del termine e della reazione, il suo valore reale diminuisca sempre di più nel tempo.
Gente che ha perso faccia, credibilità e vergogna da tempo vorrebbe fare a suo comodo la claque dell’indignazione, alla maniera in cui, nelle sit-com anni ’80 si sentivano le risate registrate del pubblico, che così verrà anestetizzato e reso fazioso anche in questo.

Mi verrebbe da dire che l’indignazione è mia e la gestisco io. Ma le battute servono a poco, visto che la lezione degli scandali recenti di cronaca è che, purtroppo, rischiamo di ritrovarci un paese con i valori di fondo completamente ribaltati.

Allora preferisco fare un passo indietro. Guardare le cose con i miei occhi. Pensare con la mia testa, cercando il dialogo e il confronto con gli altri, ma rifiutando sempre più fortemente di aderire acriticamente e in profondità a qualsiasi ideologia, struttura o visione del mondo, pur di riuscire a mantenere un minimo di integrità e di coerenza con i valori che, negli anni, posso avere sviluppato e declinato in vari modi, ma mantengono una salda radice comune. E, naturalmente, quando è il caso, mi indigno.

giovedì 21 gennaio 2010

Scuola, famiglia, paese

Che la scuola italiana versi in uno stato pietoso è noto. Ma fa sempre un brutto effetto vederlo scritto nero su bianco, ad esempio qui. E sembra difficile pensare che gli sforzi di insegnanti e genitori volenterosi possano raddrizzare una situazione che talvolta porterebbe anche i più motivati ad un lento sfinimento.
Il fatto curioso, però, è notare come la concezione della scuola pubblica tenda sempre più verso il modello di un parcheggio a basso costo per la prole, facendola magari divertire, che verso quello di un luogo in cui i nostri figli imparano a conoscere persone, cose, idee e a stare in mezzo agli altri.
Anche se sono alla terza iscrizione alla scuola dell’infanzia, e dovrei aver fatto il callo a certe aberrazioni, non considero le storture meno gravi.
Così si può scoprire che, ad esempio, a Milano, i punteggi favoriscono le famiglie con un solo figlio e due genitori che lavorano, rispetto a quelle in cui un solo genitore lavora ma i figli sono tre.
Con tutto il rispetto per le coppie in cui padre e madre lavorano fuori casa, a quanto pare, dalle nostre parti, solo le famiglie con almeno quattro figli meritano un genitore a tempo pieno per i primi anni di vita dei bambini e il diritto ad un posto nell’asilo di zona senza l’assillo della graduatoria. Forse qualcuno è rimasto alla concezione del lavoro casalingo e del ruolo della madre da pubblicità anni ’80, in cui le “casalinghe” facevano shopping nel quadrilatero della moda con sei chihuahua al guinzaglio mentre, il marito al lavoro, la servitù si occupava di casa e bambini.
Logicamente, in quest’ottica, la graduatoria penalizza relativamente i figli di due disoccupati, i quali hanno tutto il tempo di spupazzarsi il bambino con calma: in questo caso, a che serve la scuola?
Però avrei dovuto immaginare che saremmo arrivati a questo punto. Dopo tutto, questo è un paese in cui, spesso, i genitori considerano 20 euro un esborso normale per ricaricare il cellulare di un ragazzino, ma eccessivo per acquistare un libro. O trovano naturale spendere 50 euro in baby sitter se decidono di uscire a cena, ma considerano un furto pagare la stessa somma per un’ora di lezione privata di greco, latino o matematica se un figlio ha bisogno di aiuto nello studio. Perché, semplicemente, imparare, sapere non hanno valore.
Quindi, perché non cominciare a smantellare l’edificio dalle fondamenta? Dopo tutto, potrebbe essere uno dei rari casi in cui la politica si dimostra reattiva ad interpretare i segnali che giungono dalla “società civile”.

venerdì 7 agosto 2009

Estate italiana

Bollettino (semiserio, perché le cose gravi sono altre) dell’estate 2009.

Cronache di disservizi negli aeroporti, soprattutto con voli di una compagnia di cui abbiamo fatto bene a difendere a caro prezzo l’italianità, altrimenti, chissà, qualche volo sarebbe anche potuto partire pieno di passeggeri ma senza overbooking, in orario e con i bagagli recapitati a destinazione.

Notizie di aumenti del prezzo dei carburanti, tutti pienamente giustificati, a ridosso delle partenze per il grande esodo estivo.

Immagini di trenta chilometri di auto in coda sul passante di Mestre.
Soggetti vari, dotati di spiccato senso dell’umorismo, che nei telegiornali suggeriscono ai vacanzieri italiani, già psicologicamente preparati ad affrontare un’odissea per raggiungere l’agognata meta, di non partire sabato 8 agosto dalle 6 alle 14.
Ora, per fortuna io non sarò fra quanti si metteranno in marcia per le vacanze sabato, ma mi sembra veramente una presa in giro di cattivo gusto.
Quindi il colpo di genio, che purtroppo riguarderà anche me, della chiusura totale di un tratto autostradale della Milano-Genova (aperto, così, per dire, tutto inverno) dal 5 al 18 agosto. Senza parole.
Ovviamente, tutta questa qualità ed efficienza a fronte di pedaggi autostradali che aumentano ogni anno.

Al mare, in una nota località della Riviera ligure in cui le spiagge sono più vuote degli anni scorsi e in cui molti ristoratori e albergatori sembrano avere, una volta tanto, una ragione seria per lamentarsi, case e stabilimenti balneari hanno sempre prezzi altissimi e, anzi, si progettano nuove opere di edificazione ed espansione, sostenute da futuri aumenti.
Tutto ciò con infrastrutture, anche igieniche, vecchie di decenni, col risultato che per buona parte del mese di luglio l’acqua di un ampio tratto di mare non è stata balneabile. La cosa, però, non è stata pubblicizzata troppo, per non spaventare inopportunamente i turisti da spremere ben bene: tanto la Liguria è comoda per Milanesi e Torinesi, cosa volete che sia un banale problema di salute pubblica?

Anche in vacanza siamo vittime di situazioni con poche alternative: la famosa concorrenza che dovrebbe avvantaggiare i consumatori è una pia illusione nel paese dei monopolisti, dei cartelli, dei furbi e dei quindicimila euro l’anno di reddito dichiarati.
E se chi possiede case, o gestisce alberghi e impianti nelle località di villeggiatura, preferisce tenerli vuoti piuttosto che abbassare i prezzi, in barba a tutte le teorie economiche, una ragione ci sarà.

Se questo dev’essere l’effetto rilassante delle vacanze, l’autunno si preannuncia nervoso.

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Online dal 10 aprile 2009