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lunedì 7 febbraio 2011

Banane

Se in Italia si è instaurato un clima da repubblica delle banane, un motivo ci sarà pure. Non occorre neanche sforzarsi di pensare alle cose importanti per averne un esempio.

La scorsa estate, nella prima metà di luglio, al ritorno da alcuni giorni di vacanza, ho trovato un grande cartello giallo a tutti gli accessi di una delle strade che circondano casa mia, che indicava lavori su un tratto di strada lungo poche centinaia di metri, fra il 19 luglio e il 30 agosto, che avrebbero reso più difficile la viabilità.
Intorno al 10 settembre, con i cantieri ancora aperti, sulla data del 30 agosto è stato incollato un foglio di carta con scritto 30 settembre.
Il foglio di carta è stato spazzato via dalle prime piogge autunnali, ma i cantieri sono rimasti aperti. Così ne è stato appiccicato uno nuovo, a fine settembre. Data di fine lavori prevista: 24 ottobre.
A metà novembre, l’amministrazione comunale si è premurata di informare i residenti, sempre con un foglio di carta e un pennarello, che i lavori si sarebbero conclusi entro il 30 dicembre.
Oggi, rientrando da un fine settimana di sole al mare, ho visto che il termine presunto dei lavori è il 22 febbraio.

Bananas, anyone?

giovedì 10 giugno 2010

Scuola, manovra, menzogne, incoerenze

La manovra finanziaria italiana sarà pesante, anche il nostro concittadino più refrattario ha dovuto arrendersi all’evidenza e ammetterlo. Pochi giorni dopo il sudato annuncio, la Germania, smaniosa di imporre a tutta Eurolandia disciplina fiscale e vaghe fantasie di una politica monetaria meno accomodante e di deflazione controllata, ricorre alla sua potenza per preparare una manovra di portata tale da far impallidire quelle annunciate dagli altri paesi. Così, giusto per far capire chi è più forte e vuole comandare, mentre gli altri dovranno ancora pedalare parecchio per rimettere, casomai, i conti a posto.

A noi Italiani tocca inghiottire il boccone amaro di più tasse (per chi le paga) e meno servizi. A cominciare dal taglio più scandaloso, che è quello degli insegnanti e del personale della scuola pubblica. Scandaloso perché a pagare saranno i nostri figli, che cresceranno più ignoranti dei loro genitori, ma forse più felici, visto che, se tutto va secondo i piani, saranno talmente istupiditi da non rendersene neanche conto. Ma scandaloso anche perché dietro a questi tagli si nasconde la colossale menzogna della mancanza di fondi. L’Italia, infatti, e la ricca Lombardia in questo si è proposta come modello nazionale, foraggia abbondantemente scuole private e paritarie con denaro pubblico. Quindi non è che i soldi per l’istruzione manchino, è che si decide di penalizzare la scuola pubblica di proposito.
La bandiera della libertà di scelta per le famiglie, se non si garantisce neppure la comparabilità degli elementi di base del servizio, come disponibilità del personale, di strutture sicure, dignitose e adeguate ad una proposta formativa completa, orari abbastanza estesi da coprire almeno le necessità fondamentali del lavoro dei genitori, è una mistificazione fuorviante per nascondere un favore ai soliti gruppi di potere. Mascherato da una terza menzogna, cioè quella che alla maggioranza delle famiglie stia a cuore la qualità dell’istruzione. Purtroppo quel che vedo io è che a molti genitori sta a cuore che ci sia un posto in cui lasciare gratuitamente i figli 40 ore alla settimana, cosa succeda in quelle ore non conta. E allora temo che anche le proteste sacrosante per il mantenimento del tempo pieno e degli organici degli insegnanti si interromperanno prima di affrontare il nodo, per me cruciale, della qualità dell’istruzione, del fatto che un turbinio di insegnanti nelle classi per coprire le 40 ore non permetterà di svolgere il tempo pieno con la stessa valenza formativa di quello che abbiamo conosciuto.

E non si pensi che io sia contrario per principio alla scuola privata. Difendo e preferisco nettamente il pubblico, ho frequentato e ho scelto per i miei figli la scuola pubblica, e voglio che il diritto ad un’istruzione di qualità sia garantito a tutti. Ho frequentato un’università privata, e ne sono stato soddisfatto. Solo che è giusto che l’istruzione privata dei figli sia pagata con i soldi privati delle famiglie, magari con qualche vantaggio fiscale, non certo con denaro pubblico.

Due giorni fa, seccato dopo l’ennesimo avviso che Milano Ristorazione (la società del Comune che gestisce le mense scolastiche e altre attività affini) garantiva solo un “pasto d’emergenza”, dopo che i suoi dipendenti devono avere fatto almeno un’agitazione sindacale al mese costringendo le famiglie a dotare i figli di pranzo al sacco, ho dato un’occhiata al bilancio 2008 della società – il più recente disponibile sul sito web. Deformazione professionale, lo so. E ho scoperto una cosa interessante. Riporto testualmente:

Secondo ANGEM, l’Associazione delle Imprese del Settore, nel 2008 l’aggiudicazione delle gare al massimo ribasso ovvero secondo il metodo dell’offerta economicamente più conveniente, ma in cui il prezzo continua ad avere un peso più che rilevante; il mancato adeguamento dei prezzi all’inflazione dei prodotti alimentari; la richiesta di sempre maggiori investimenti per strutture e servizi da parte dei Comuni e il ritardo nei pagamenti, hanno costituito l’occasione per l’esclusione delle imprese sane e per l’ingresso di imprese che pur di mantenere i loro margini di guadagno non esitano a mettere in pericolo la salute dei propri commensali. Naturalmente questo riguarda il mercato della ristorazione scolastica affidata a privati. Per Milano Ristorazione la situazione è profondamente differente. La scelta di gestire direttamente il servizio attraverso una società controllata dal Comune ha posto il servizio di ristorazione al di fuori di logiche di mercato. Naturalmente l’aumento dei prodotti delle materie prime, dell’energia e del lavoro esistono anche per Milano Ristorazione e i loro effetti si sono manifestati, nel Bilancio 2008, ma le tariffe praticate alle famiglie sono rimaste costanti per anni.

Vorrei ricordare che Milano Ristorazione è controllata interamente dal Comune di Milano, il cui Sindaco, anni fa, in veste di Ministro dell’Istruzione, ha avviato con la sua maggioranza un processo culturale in netto favore della scuola privata rispetto alla scuola pubblica. La stessa persona e la stessa maggioranza politica, però, ritengono che la gestione pubblica del servizio delle mense sia la migliore tutela della qualità del servizio e permetta, dati alla mano (stesso bilancio, non li riporto per brevità), di offrire il prezzo migliore nelle città del Centro-Nord Italia.

E qui mi sorge il dubbio atroce. Per quanto possa essere complicato cucinare e distribuire pasti alle scuole di Milano, non sarà comunque più semplice che gestire l’istruzione, che non è fatta solo di nozioni, ma di un intreccio di esperienze, anche umane, diverse?
Perché dovremmo credere che, per fare bene un lavoro estremamente più complesso, favorire il privato e indebolire gravemente il servizio pubblico porterà ad un risultato positivo?
Forse si pensa che gli insegnanti e il “prodotto-scuola”, poiché per merce lo si vuole spacciare, costino meno di cibo ed energia? Forse la logica del profitto non porterà a minimizzare i costi e la qualità del servizio e ad aumentare i prezzi semplicemente perché la scuola privata potrà offrire un supporto, anche logistico, che il pubblico non potrà più garantire?
Soprattutto: che cosa devo pensare se a dirmi questo non è il sindaco di una roccaforte rossa, ma una società controllata dal Comune di Milano, città che continua a fare dell’efficienza e delle sue eccellenze del privato un vanto?

Non so per voi, per me qualcosa non quadra… O possiamo privatizzare serenamente la refezione scolastica dei bambini milanesi o, forse, l’intera struttura della sedicente riforma della scuola andrebbe rivista, prima che la sua mannaia si abbatta provocando danni irreparabili.

domenica 2 maggio 2010

Crisi e morale della favola

“La favola insegna che”: queste parole, familiari a tutti gli ex studenti del ginnasio che, Rocci alla mano, hanno tradotto Esopo dal greco, introducono il finale, la famosa morale della favola.

In questi giorni, il bombardamento di notizie sulla crisi greca, sull’abbassamento dei rating di Portogallo e Spagna, sui timori per l’Italia, il resto d’Europa e l’Euro, è stato intenso, e la quantità di cattiva ed errata informazione tanto grande da indurmi a scrivere un commento sul tema, visto che economia e finanza sono il mio pane quotidiano.

Chi non ricorda la fiaba del Pifferaio di Hamelin, che libera la città dall’invasione dei ratti, conducendoli a gettarsi nelle gelide acque di un fiume al suono del suo flauto? Il finale della storia viene ricordato meno spesso: quando il borgomastro e gli abitanti di Hamelin decidono di non onorare il loro impegno a pagare il pifferaio, questi si mette a suonare e si porta via tutti i bambini della città.
Trascuriamo per un attimo il fatto che il pifferaio, per vendicarsi, desideri togliere agli abitanti ciò che hanno di più caro. Che cosa resta? Che Hamelin, senza i bambini, viene privata del suo futuro.

Lo stesso futuro che oggi si toglie ad una Grecia che dovrà in qualunque caso intraprendere un cammino di disciplina fiscale tremendo e, credo, assai più lungo dei due o tre anni di cui si parla, senza certezza di mantenere la sua finanza pubblica in condizioni di sostenere il debito. Lo ribadisco: Portogallo, Spagna, forse Irlanda e  Italia, potranno attuare misure dolorose. Quelle greche dovranno essere tremende. L’onere politico sarà difficilmente sostenibile e la coesione sociale a rischio.

Per questo, quando sento politici disonesti e incompetenti e giornalisti e commentatori che, come spesso accade, non hanno idea di che cosa scrivano o dicano, accusare banche, grandi investitori e speculatori di questa crisi, mi irrito moltissimo.
Capisco che un capro espiatorio faccia sempre comodo. Capisco che negli ultimi anni siano emersi comportamenti disonesti da parte di attori di primo piano della finanza mondiale, che hanno portato ad eccessi pericolosi dalle gravissime conseguenze e che, giustamente, vanno perseguiti e sanzionati severamente. Le agenzie di rating stanno dimostrando inutilità e conflitti di interesse, e si stanno meritando una cattiva reputazione. Ma con il caso della Grecia, la finanza creativa non c’entra proprio nulla. I politici devono prendersela con se stessi (e magari con chi ha pubblicato bilanci dello stato falsi). E così i giornalisti che non hanno denunciato la cattiva condotta dei potenti di turno.

Gli investitori, che già svolgono un lavoro abbastanza complicato, non devono farsi carico anche di gestire crisi politiche e tensioni sociali. Per loro, comprare obbligazioni tedesche e vendere quelle greche è semplicemente fare bene il proprio lavoro, nell’interesse dei risparmiatori loro clienti, che devono tutelare.
La speculazione fine a se stessa, che quasi mai trovo giustificabile, in questo caso, ha un ruolo secondario e può avere solo accelerato il processo di disvelamento di una realtà sgradevole ma già esistente, che invece i politici hanno avuto tutto l’interesse a celare, provando a rifilare la patata bollente alle generazioni future.
Mutuando l’immagine di un’altra celebre fiaba, I vestiti nuovi dell’imperatore, credo che nessuno si sognerebbe di accusare il bambino che grida che l’imperatore è nudo di aver provocato una destabilizzante crisi istituzionale. O di accusare i turisti che disertino in massa una località di villeggiatura, che col tempo diventa inospitale e mal tenuta, di mandarne in recessione l’economia.

Pensiamoci, prima di permettere a qualcuno di ipotecare il futuro di un intero Paese generando problemi su problemi, di allettare pifferai magici con false promesse (che nuovi debiti coprano i vecchi debiti) sperando che risolvano i guai, e di andarsene tranquillo senza rispondere del male fatto e scaricando le responsabilità sugli altri.
Perché la storia del pifferaio magico appartiene alla tradizione popolare tedesca, e solo in un paio di versioni c’è un lieto fine con il ritorno dei bambini a Hamelin.

martedì 2 marzo 2010

Il pollaio

Leggo sul Corriere un’intervista al nostro più celebre conduttore di talk show-giornalista-scrittore-modellista di plastici, in cui egli critica l'applicazione del regolamento sulla par condicio e sostiene di preferire “il pollaio” al silenzio.

Ora, il livello e la regolamentazione della nostra informazione, soprattutto quella politica, sono penosamente scadenti, e la censura è odiosa.

Ma siamo proprio sicuri che il pollaio sia meglio?

È il pollaio che legittima una situazione in cui esce vincente chi urla più forte, chi rompe di più le scatole, chi è più prepotente.

È il pollaio che, per definizione, omologa tutte le idee in un rumore confuso e assordante fino a non prenderne in considerazione nessuna con attenzione, tranne quelle tenute sotto silenzio da chi si mantiene accuratamente al di fuori del pollaio, per metterle in pratica silenziosamente e senza farsi notare troppo.

È il pollaio che riduce il cittadino ad un ruolo passivo di ascoltatore o pseudoattivo di televotante (a pagamento), provando a concedergli una illusoria libertà di pensiero solo lungo un binario tracciato meccanicamente da altri.

È il pollaio che riduce gli uomini a polli e le donne a galline, soggetti che si differenziano e si raggruppano attraverso criteri estetici (naturali contro rifatti, sciatti contro firmatissimi), voluttuari (amanti dello sci contro golfisti, amanti del trekking contro velisti) o sociali (ricchi contro poveri, portatori di interessi contro chi non ha nessun interesse da difendere), incapaci di parlarsi, ascoltarsi, guardarsi al di là delle ovvie e apparenti differenze di genere.

È il pollaio che crea un ambiente in cui sia impossibile concentrarsi su qualcosa, in cui le energie vengono dissipate in un caos maleodorante e inconcludente.

È nel pollaio che i volatili si scontrano per mangiare un po’ di becchime, e, così indaffarati, non sanno se e come il fattore si occupi della fattoria. E noi ci ritroviamo una classe politica che ormai non è più nemmeno in grado di presentare delle liste elettorali ammissibili.

È l’agitazione sterile che, ogni giorno, consente a qualcuno di entrare nel pollaio e portarsi via tutte le uova.

Stiamo attenti, perché quando di uova se ne faranno meno, qualcuno lascerà entrare nel pollaio una faina...

martedì 5 gennaio 2010

Economista o mago?

Si commenta da sé.

Ieri, al telegiornale, mi è capitato di ascoltare il Papa assimilare gli economisti ai maghi.

Sono colpito, perché l’economia è una scienza e in tanti anni di studio non mi sono mai accorto somigliasse a un oroscopo.

Certo, se il lavoro consiste nel fare previsioni, è possibile sbagliare. Soprattutto quando l’orizzonte temporale per capire se si abbia ragione o torto termina prima della morte, e non dopo.

sabato 11 aprile 2009

Un originale punto di vista sulla crisi finanziaria

Leggendo un articolo su un altro tema, ho scoperto una nuova prospettiva “da uomo della strada” sul crollo del colosso assicurativo AIG. L’autore è Matt Taibi, di Rolling Stone (edizione USA). Traduco liberamente, per comodità.

“Negli ultimi tre mesi del 2008, la società AIG ha perso oltre 27 milioni di dollari ogni ora. Fanno 465.000 dollari al minuto, o il reddito della famiglia media americana ogni sei secondi, o circa 7.750 dollari al secondo.

E tutto questo è accaduto alla fine di otto anni in cui l’America si è dedicata a rincorrere freneticamente l’ombra della minaccia terrorista con scarsi risultati, otto anni in cui ogni cittadino veniva perquisito in ogni aeroporto, ogni borsellino, borsa, cartella, zaino setacciato per cercare esplosivi nascosti in tubetti di dentifricio e brik di succhi di frutta.

Alla fine, il nostro governo non ha avuto gli strumenti per analizzare i bilanci di aziende che detenevano un autentico potere di vita e di morte sulla nostra società e non è stato in grado di trovare voragini nell’economia nazionale di dimensioni pari all’economia della Libia (il cui prodotto nazionale lordo nel 2008 è stato minore delle perdite di AIG nello stesso anno).”

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Online dal 10 aprile 2009