Ho dovuto leggere due volte, stamane, l’articolo che parlava della violenza subita due anni fa da una minorenne ad opera di otto “bravi ragazzi”, sul sito del Corriere.
Ho dovuto ingoiare a fatica la rabbia per ciò che ho letto, per il modo in cui i compaesani dei "bravi ragazzi" ne hanno preso subito le difese, giustificandoli, qualcuno addirittura desiderando di essere più giovane per poterli imitare. Come se abusare di una ragazza fosse la cosa più naturale del mondo. Come se tutti dovessero pensarla come loro. Come se tutti fossimo come loro.
Devo ancora metabolizzare l’amarezza per la vita che questa ragazza potrebbe avere davanti a sé, segnata dal dolore e dall’umiliazione di vedere i responsabili della violenza protetti, compresi, aiutati, ora e in futuro, dalla loro gente, mentre lei è stata scaricata, emarginata, incolpata.
Solo un esponente delle forze dell’ordine, sui due intervistati, ha ammesso che “forse, dato quello che hanno commesso, proprio bravi ragazzi non sono”.
Non è la prima volta che si sente una storia del genere, purtroppo. E la tragedia è che forse ci stiamo abituando. Ma leggere certe cose fa sempre un brutto effetto.
Il problema è che ormai, al di là delle vicende giudiziarie, stiamo accettando di tutto. Non siamo più in grado di stabilire ed erogare una sanzione sociale. Di far sentire a chi delinque il peso della propria responsabilità, la gravità delle azioni compiute, la fatica necessaria a recuperare la fiducia e l’accettazione degli altri. Presupposto indispensabile per poter arrivare, come società, al recupero e al reintegro di chi sbaglia.
Finchè il crimine rimarrà, anche a colpi di precedenti impuniti e battute discutibili, accettato, finchè rubare, evadere le tasse, molestare, abusare, usare violenza farà addirittura “figo”, non si potrà fare nessun passo avanti, e gli unici a subire e soffrire saranno i più deboli, le vittime.
E saremo sempre di più a diventare più deboli.
Come questa ragazza, tre volte vittima, poiché, oltre a subire la violenza, non ha trovato nessuno che la ascoltasse, né qualcuno che la comprendesse e la proteggesse.
Non voglio adattarmi a tutto questo.
Perché come padre sono preoccupato sia per mia figlia, sia per i miei figli, che crescendo potrebbero incappare in un branco del genere.
Perché come uomo non voglio rassegnarmi a un simile imbarbarimento, alla scomparsa rumorosa di molti valori sociali.
Perché in questa torbida storia i bravi ragazzi non sono i “bravi ragazzi”, ma qualcun altro.
E questo post è un piccolo segno inadeguato per farlo sapere.